Il "verde" Abruzzo non c’è più, il cemento avanza inesorabile

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. «Una grande fuga dalla campagna che mette peraltro l'Italia sempre più a rischio». E' l'allarme lanciato dall'Anbi, l'Associazione nazionale bonifiche e irrigazione che ha monitorato la fuga dai campi degli italiani.
In soli 10 anni, dal 1990 al 2000 il territorio gestito dalle aziende agricole si è ridotto del 12,18%, passando da oltre 15 mln di ettari
(49,94%) a circa 13 mln (43,85%). Ma dal 2000 al 2003 un altro 8,27% è stato abbandonato, e spesso già cementificato, lasciando campagna coltivata per poco più di 12 mln di ettari.

Anche l' Abruzzo si trova in linea con la media italiana e dimostra che la campagna non è più quel grande amore di un tempo. In tre anni sono stati abbandonati o urbanizzati territori agricoli in misura maggiore che nel decennio precedente. Si è infatti ristretto il territorio gestito dalle aziende agricole abruzzesi (tecnicamente la Sau, la superficie agricola utilizzata) dal 1990 al 2000, passando da 0,52 milioni di ettari (48,27%) a circa 0,42 milioni (39,73%).
Ma dal 2000 al 2003 è stato abbandonata un'altra consistente fetta di terreno, e spesso già cementificata, lasciando campagna coltivata per poco 0,29 milioni di ettari.
«E' a livello regionale che tali cifre assumono dimensioni particolarmente gravi», ha commentato Massimo Gargano, presidente dell'Anbi.
Sono significative le situazioni del Trentino Alto Adige, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, ma anche in Umbria, Abruzzo e Campania dove, in soli 3 anni tra il 2000 ed il 2003, è stata abbandonata una superficie agricola utilizzata superiore di oltre 10 volte a quella persa nel decennio precedente».
Secondo Gargano, inoltre, «il territorio italiano evidenzia una gravissima fragilità fatta di condizioni morfologiche originarie, ma soprattutto di una scarsa consapevolezza dei rischi, cui sono esposte le comunità locali. E' facile, quindi, comprendere a quali pericoli sia esposto il Paese, il cui già precario equilibrio territoriale (oltre 5.500 sono i comuni a rischio di frane) è minato da trasformazioni urbanistiche così repentine a fronte delle quali non corrispondono, ad ogni livello, conseguenti scelte politiche e stanziamenti».

31/01/2007 10.15