Lino Manocchia: la vita del giornalista abruzzese tra stars e motori

Alessandro Biancardi

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Lino Manocchia: la vita del giornalista abruzzese tra stars e motori
NEW YORK. Dall'incontro con il Duce, la guerra, la vita a Giulianova negli anni del primissimo dopoguerra. e poi l'arrivo negli Usa, il Bronx e la sua carriera giornalistica negli anni del boom.
La sua passione per il giornalismo è rinomata ma sembra non poter sfuggire nell'era di Internet. E' uomo poliedrico e dai mille interessi. Le sue passioni: la penna (oggi il pc) ed i motori di cui è esperto ed appassionato. Come nacque la sua passione per le auto? «Dopo una famosa intervista con Tazio Nuvolari, prima di una importante edizione della Coppa Acerbo di Pescara».
Da qualche giorno collabora con PrimadaNoi.it. Ci racconta oggi della sua vita da abruzzese negli Usa e del suo attaccamento alla regione che lo ha visto nascere, della sua giovinezza, la guerra, il Duce e gli attori del cinema intervistati.


Iniziamo con i dati anagrafici…
«Sono nato a Giulianova da padre giuliese, Francesco Manocchia, illustre giornalista e scrittore, figlio di Pasquale e Lucia Macellaro, nato il 6 marzo 1890 e morto il 29 febbraio 1944 e da madre toscana Filomena. La mia infanzia è trascorsa tra i nonni materni ed i genitori, i quali, un bel giorno ricevettero dai due fratelli paterni (Gino e Marino, proprietari di una fabbrica di tabacchi in Pensylvania) i biglietti che li avrebbero portati in America. Ma la nonna, Lucia Macellaro, di instabile salute, convinse il figlio Francesco a restare a Giulianova. Proprio a Giulianova, sono cresciuto, ho studiato e ho iniziato a scrivere sui giornali mentre frequentavo il Regio Istituto Tecnico “Raffaello Pagliaccetti”».

Ricordi ancora qualche compagno?
«E come no. C'erano Renato Campeti, Carlo Marcozzi, Guido Pompei, Ernesto Ciprietti, Dante Paolini (poi famoso giocatore della serie A), Epimerio Taffoni e tanti altri che oggi non ci sono più».

E poi cosa hai fatto?
«Ho completato gli studi nel Collegio Aeronautico “Bruno Mussolini” di Forlì; divenni aiutante di campo del Colonnello Moore col quale, fui trasferito a Mostar (oggi ex Jugoslavia). Anche a Forlì mi feci avanti un bel giorno, stringendo la mano al Duce, in visita al Collegio».

Hai stretto la mano al Duce?
«Certo, mica solo quello… Ti racconto un episodio curioso. Al termine della cerimonia, il redattore dell'Eiar (l'agenzia di stampa del regime) dettò il resoconto ad un aviere addetto all'ufficio. Ma poverino, col sudore che gli colava dalla fronte ed il tremore che lo scuoteva, non riuscì a battere una riga giusta. Al che il Colonnello Moore mi chiamò e mi diede l'ordine di trascrivere il resoconto della giornata appena trascorsa. Mussolini, presente, si congratulò con me e chiese come mi chiamavo. Quando dissi il nome, il fautore del Fascismo sorrise ed esclamo: “Il figlio di Francescuccio ?”».

Non mi dire che Mussolini conosceva anche tuo padre?
«Sì. Mio padre, in quel periodo scriveva per il “Popolo d'Italia” il giornale più letto in Italia».

Ricordi i momenti seguenti l'armistizio dell'8 settembre?
«Dopo la resa, ci fu una lunga odissea sui vagoni merci. I campi d'internamento tedeschi non si potevano definire certamente “umani”, ma meglio della morte erano. Quando ancora oggi mi chiedono perché non scrivo un libro-ricordo di tutte le vicende italiane e americane rispondo che ”La storia è quella che è, resta, ma il più delle volte si dimentica”. Perciò desidero dimenticare anche la Germania ed i suoi “lager”».
Quanto tempo sei stato rinchiuso?
«Tre lunghi anni. Solo al mio ritorno (nel 1945), seppi delle bombe cadute sulla mia casa (oggi dietro il Municipio) dove perse la vita mio padre Francesco e della triste situazione in cui si trovavano i miei tre fratelli (Franco, Benito ed Omero) e la mamma. Confesso che non amo tornare indietro nel tempo per dare dettagli di quei momenti, preferisco ricordare, semmai, la mia giovinezza, quando si correva la coppa Alleva per la festa della Madonna dello Splendore (festa della Santa Patrona di Giulianova) del 21 e 22 aprile, di 120 km e la mia partecipazione a bordo della splendida Lancia Lambda di Pierino Di Felice al seguito dei ciclisti, e poi la banda di Introdacqua, diretta dal noto maestro Di Rienzo».

E poi c'era il calcio, quello vero di una volta…



«Era vivo e combattuto. I giocatori più in voga erano Paolini, Taffoni, Poliandri e Rossi. Memorabili le partite contro il Macerata, la Sambenedettese, la Fermana, il Teramo, il Chieti, il Vasto ed altre città impegnate nella serie C del 1947/48».


Ma a Giulianova ti ricordano anche per le splendide feste d'estate. Non è così?
«Sulla grande terrazza del Kursaal, allestivo serate splendide fatte di danze, canti ed elezioni di Miss Giulianova intorno al caratteristico “trenino di Santa Fè”. Purtroppo, dicono, il bello dura poco ed anche la permanenza nella mia città finisce rapidamente. Mi innamorai di Ada Di Michele, una magnifica e semplice fanciulla, nata nello stato americano dell'Ohio da Adriano Di Michele di Giulianova (che aveva tanti parenti a Giulianova), e ci sposammo salutando gli amici di sempre come gli indimenticabili: Bruno Solipaca, Giorgio De Santis, Dante e Renato Granata, Claudio Gerardini, “Carluccio” Marcozzi, Renato Lattanzi, riuniti per la cena d'addio e tanti altri compagni. E raggiunsi gli States».

Come è stato l'impatto con il Nuovo Mondo?
«E' una terra sconfinata, avvincente, aperta a chi ha volontà di lavorare e migliorare. Sono arrivato a New York nel marzo 1948 a bordo della nave Vulcania, una volta sbarcato entrai a far parte della famiglia di Adriano Di Michele nel rione del Bronx, a quei tempi definita la “Little Italy”, dove gli italiani intrecciavano discussioni serali pro e contro la Juventus, Inter o la Fiorentina. Dopo una breve parentesi, aprii un ristorante dal nome “Capri” insieme ad un cuoco sorrentino, ma dovetti vendere dopo soli 3 anni, essendo impegnato con il mio vero lavoro: la Voice of America, la Rai e altri giornali, nonché un programma televisivo settimanale sulla rete WEVD ed uno radiofonico sulla WHOM».

Hai intervistato moltissime star del cinema (per noi ultimamente hai incontrato Paul Newman)…



«Sì ne ho incontrati proprio tanti. Di tutti conservo ancora le preziose e rare foto d'epoca. “Era un'altro mondo fatto di balletti, eleganza, snobismo”. Era la copia di Hollywood spostata a New York e Washington. Mi ambientai rapidamente intervistando la lunga schiera dei personaggi del mondo della celluloide, come Frank Sinatra
(
nella foto in alto insieme a Walter Winchell il più famoso giornalista Usa.
Lino è il primo da sinistra ndr
), Dean Martin, Perry Como, (questi due abruzzesi) e tanti altri illustri personaggi. L'America mi “ingoiò” letteralmente».

Sei stato circa 10 anni a Little Italy e poi ti sei trasferito…
«Esatto, nella zona di Westchester, divenuta una delle più ricche degli Stati Uniti, ad un tiro di fucile dagli aeroporti che usavo quasi settimanalmente per portarmi nella varie città dove si svolgeva una manifestazione sportiva. Infine nel 2000, la famiglia decise di “espatriare” cercando un luogo calmo, pacifico, capace di ispirare l'arte di mio figlio Adriano e anche la mia verve giornalistica . La scelta cadde su Cambridge, a nord dello stato di New York, distante 3 ore da Montreal, 3 da New York, un'ora da Saratoga spring, famosa per il suo ippodromo e un'ora anche da Albany, capitale dello stato della “Grande Mela”, e mezz'ora dal Vermont ricercato posto montano di sci».

Sembra un paesaggio da sogno che la maggior parte degli Italiani conosce solo grazie alla Tv e ai film
«In effetti un magnifico fiume sfiora oggi la nostra tenuta, dove Adriano e gli amici effettuano battute di pesca, tanti ettari di terreno verde, alberi secolari ed un garage capace di ospitare 9 macchine antiche, passione di mio figlio e del giovane Adriano Jr.. E' veramente un paradiso che credo di meritare, dopo una incredibile carriera pluridecennale».

Ci sarebbero veramente tantissime cose che vorrei ancora chiederti… magari, però, ripensaci: quel libro dei ricordi scrivilo: anche solo la parte americana basterebbe.
Grazie Lino e buon lavoro. (a.b.) 7/11/2005 8.30