Ato unico : «ecco perché è una follia»

Alessandro Biancardi

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  APPROFONDIMENTO AVEZZANO. Si è riunita ieri l’assemblea dei presidenti degli Enti d’Ambito abruzzesi. Tutti i nodi dell’Ato unico sono venuti al pettine durante la stesura del documento indirizzato all’assessore al ciclo idrico integrato Mimmo Srour. Ecco nel dettaglio le ragioni esposte nel documento.

 


APPROFONDIMENTO

AVEZZANO. Si è riunita ieri l'assemblea dei presidenti degli Enti d'Ambito abruzzesi.
Tutti i nodi dell'Ato unico sono venuti al pettine durante la stesura del documento indirizzato all'assessore al ciclo idrico integrato Mimmo Srour. Ecco nel dettaglio le ragioni esposte nel documento.




Far confluire in un unico Ambito territoriale ottimale i sei esistenti in Abruzzo non è una realtà ipotizzabile. Almeno è quanto dicono i presidenti dei 6 enti d'ambito che vedrebbero le loro poltrone saltare nel caso di un unico ente.
Le motivazioni addotte sono tante e i presidenti hanno anche sottolineato: «inutile fare il confronto con l'unico Ato della capitale. Ci sono due realtà troppo differenti».

«UNA MODIFICA TROPPO COSTOSA»

La creazione di un Ato unico «comprometterebbe l'ingente lavoro svolto dalle Ato», si legge nel documento, «in materia di realizzazione delle opere del Servizio Idrico Integrato di controllo sulle attività degli Enti Gestori, sulla programmazione degli interventi e soprattutto sul potere di rappresentanza dei Comuni all'interno dell'Ambito»
Questa decisione, secondo i contrari, «paralizzerebbe i 6 Piani d'Ambito già regolarmente approvati con ingenti costi per la loro riformulazione e modifica, 4 gestioni già affidate agli Enti Gestori, convenzioni con Enti Tutelati con l'apertura di numerosi contenziosi».
Il rischio «più grosso» è quello della perdita di efficienza e efficacia nelle attività di controllo dei soggetti gestori data la complessità, l'ampiezza e la diversità dei bacini idrografici che si andrebbero ad unire producendo ulteriori costi per tali attività».

IL RUOLO DEI COMUNI

Altro punto in questione la perdita di «potere decisionale che i Comuni hanno attualmente in materia di tariffe, servizi e investimenti» e si renderebbe «impossibile la comunicazione con l'Autorità d'Ambito dato che si troverà a gestire 305 Comuni con diverse tipologie di problematiche per una ambito di circa 1.300.000 abitanti più 1.000.000 di fluttuanti».
I risultati dell'Autorità di Vigilanza rivelano che dove sono presenti gli Ato in forma unica, indipendentemente dal bacino di utenza basso (Basilicata circa 600.000, Valle D'Aosta circa 150.000, Molise 321.000) o medio (Sardegna circa 1.600.000 ), alto (Puglia circa 4.000.000), si riscontrano gravi problemi applicativi della Legge Galli e succ. modificazioni.
Su 5 Ato unici 4 non hanno affidato il servizio ed hanno ancora più di 30 gestioni esistenti, 3 non hanno redatto il piano d'ambito, 3 non riescono applicare il Piano per la complessità dei volumi della gestione e per il mancato controllo possibile sull'Ente Gestore. I diagrammi presentati dall'osservatorio con le allegate simulazioni fanno capire perfettamente che in queste situazioni la gestione diventa anti-economica, complessa e ingovernabile.

«CHI ESTINGUE I MUTUI?»

L'operazione di accorpamento «risulterà dannosa», si legge ancora nel documento, «costosa e pericolosa per la tutela e controllo del Servizio Idrico Integrato. La risoluzione dei numerosi contratti in essere ed il trasferimento dei mutui già stipulati da molte autorità d'ambito risulterebbe una procedura costosa e complessa che sicuramente non sarebbe compensata dalle poche economie derivate dall'accorpamento.
Si verrebbe inoltre ad ipotizzare uno scenario in cui un unico Ato composto da 305 Comuni «allontanerebbe il potere di rappresentanza dei sindaci o delegati e diminuirebbe ancora di più, fino ad annullarlo, il ruolo dei piccoli Comuni all'interno dell'Ambito».

«LA LOBBY DEGLI ENTI GESTORI»

La costituzione di un Ato unico, significherebbe «affidare alla lobby degli Enti Gestori il potere assoluto della gestione del servizio integrato, senza possibilità di controllo e tutela del servizio, cose che invece in questo momento, anche se con gran difficoltà, non possono fare grazie ai tempestivi interventi delle Ato e alle operazioni di controllo, tutela e programmazione che puntualmente le stesse esercitano».

«NESSUN PARAGONE CON LA CAPITALE»

Secondo la relazione ogni confronto con la situazione di Roma è «fuori luogo».
«Si vogliono mettere sullo stesso piano un sistema semplice di gestione per territorio, popolazione e distribuzione della rete con i relativi costi rispetto a quello complesso della Regione Abruzzo che oltre ad avere una estensione quintupla rispetto alla Città di Roma ha necessariamente maggior costi soprattutto nel settore manutenzione, servizi e costi per materie di consumo».

I DATI A CONFRONTO

Roma poggia su un unico bacino maggiore, su una superficie prevalentemente pianeggiante, con 2.500.000 abitanti, 396.000.000 mc fatturati annui, 9.500 km di rete acquedotto, 5.300km di rete fognaria e 3.810 milioni di euro di investimento a 25 anni di cui 1.800 milioni con finanziamento pubblico. Viene gestita da una multiservizi privata colosso del settore acqua, rifiuti ed energia, l'Acea, che gestisce la Rete idrica, rete energetica, verde pubblico e smaltimento rifiuti ed appartenente esclusivamente all'Ato 2 Roma e Frosinone che nonostante siano solo 3 Comuni, «lamenta costantemente l'impossibilita di effettuare i controlli previsti per legge sul Gestore».

L'Abruzzo invece con appena 1.200.000 ab., 106.000.000 mc fatturati annui, 13.800 Km di rete acquedotto, 7.300Km di rete fognaria e 218.000.000 milioni di investimento di cui solo 1/3 con finanziamento pubblico gestiti da 6 aziende completamente pubbliche con altrettanti Ato.
«Criticità nella gestione romana», si legge nel documento, «si ha per i consumi di acqua ( circa 430ml) che superano addirittura quelli dell'acquedotto pugliese (circa 230ml) che servono 4.000.000 di abitanti a confronto dei 2.500.000 di abitanti a Roma»


LE PROPOSTE

Un spunto per la risoluzione dei problema legati al proliferare dei cosiddetti costi della politica può essere trovata, secondo il documento inviato all'assessore Srour «percorrendo tre semplici strade».
La prima, prende spunto dalla proposta della Regione Umbria che dopo il tentativo di creare l'Ato Unico ha optato per la creazione di più Ato per la gestione congiunta dei servizi pubblici per Acqua e rifiuti, evitando cosi la costituzione di ulteriori uffici e cda legati alla nascita degli Ato per i rifiuti
La seconda è la riduzione del numero di membri del CdA degli Enti gestori che, «grazie alla scelta dell'affidamento in house, potrebbero benissimo ridursi a quattro, cinque o addirittura essere sostituiti da una figura manageriale che risponde all'assemblea dei soci».

16/09/2006 11.47