Legambiente: «L’ecomafia è ormai un problema anche abruzzese. Affrontiamolo»

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Una rete di ecocriminali sempre piu’ raffinata che richiede da parte della commissione ambiente regionale una specifica attivita’ di indagine sulla gestione dei rifiuti in Abruzzo e l’istituzione di un osservatorio permanente. E’ questo quello che emerge dal rapporto Ecomafia di Legambiente.

ABRUZZO. Una rete di ecocriminali sempre piu' raffinata che richiede
da parte della commissione ambiente regionale una specifica attivita' di indagine sulla gestione dei rifiuti in Abruzzo e l'istituzione di un osservatorio permanente. E' questo quello che emerge dal rapporto Ecomafia di Legambiente.



L'ecomafia va alla conquista del nord e lo fa, passando per il centro e per l'Abruzzo, soprattutto con i rifiuti. Le imprese criminali della spazzatura hanno ormai stabilmente varcato i confini del Mezzogiorno. E' questo uno dei dati più significativi di Ecomafia 2006, l'annuale rapporto di Legambiente sull'illegalità ambientale in Italia e il ruolo della criminalità organizzata.

E' la partita rifiuti dunque a tener banco nella complessa vicenda delle ecomafie. Negli anni trascorsi si assisteva alla migrazione di ingenti quantitativi di rifiuti dalle regioni settentrionali verso il meridione ed in questo scenario l'Abruzzo si collocava, vista la sua posizione geografica, al centro della cosiddetta “rotta adriatica” dei traffici illegali. Attualmente, il traffico dei rifiuti si arricchisce di una nuova rotta: da sud a sud passando per l'Abruzzo che ricopre ruoli di regia.

Il caso più eclatante è rappresentato dall'inchiesta della procura della Repubblica di Lanciano conclusasi con l'operazione “Mare Chiaro” che ha portato all'arresto di 16 persone, alla denuncia di altre 62 e al coinvolgimento di 8 aziende per un giro di affari di 15 milioni di euro.
Secondo l'accusa, sarebbero almeno 90mila le tonnellate di rifiuti liquidi pericolosi, sversati in maniera illecita, nelle acque del mare di Taranto o utilizzati in processi produttivi ulteriori senza subire nessun trattamento. E' il primo caso in Italia, di un traffico illecito di rifiuti pericolosi liquidi, contenenti idrocarburi, cloruri, mercurio, alluminio ed altre sostanze altamente tossiche. L'inchiesta ha consentito di accertare che il giro di rifiuti riguardava anche altre regioni come Basilicata, Marche, Molise, Puglia e Sicilia. Secondo gli inquirenti al centro delle operazioni era l'impianto Ciaf di Atessa (Ch), già al centro di una vertenza storica da parte di Legambiente, la quale riceveva rifiuti dalla raffineria di Priolo Gargallo (Sr).
La vicenda assume una gravità maggiore in quanto coinvolge non smaltitori occasionali ed improvvisati ma aziende insospettabili leaders nel settore, evidenziando gravi carenze nei controlli da parte degli organismi preposti.
Le stesse affermazioni valgono per i sequestri effettuati nuovamente ad Atessa, a Carsoli, ad Ortona e a Pescara.

Pregevoli quindi le attività della magistratura e delle forze dell'ordine, fallimentare al contrario il sistema dei controlli e la capacità di governo del territorio.
Sembra infatti mancare, a larga parte della classe dirigente, la percezione concreta che la gestione controllata e organizzata del territorio sia uno strumento formidabile ed essenziale per contrastarne un uso criminale a danno di uno sviluppo di qualità e di una imprenditoria sana. E' arrivato quindi il momento di mettere in campo un'azione sinergica di tutti i livelli istituzionali per affrontare in maniera seria, concreta ed efficace il sempre più concreto rischio di radicamento delle attività criminali organizzate.
Legambiente chiede pertanto al Consiglio Regionale abruzzese l'attivazione di un'apposita commissione d'inchiesta regionale che valuti nell'insieme l'intero sistema di gestione dei rifiuti.
«Ormai le ecomafie e la criminalità ambientale – ha dichiarato Stefano Ciafani, della segreteria nazionale di Legambiente – puntano ad insediarsi in ogni angolo d'Italia e a svolgere un ruolo centrale anche nei traffici internazionali. Per segnare successi decisivi servono contromisure immediate anche sul piano della volontà politica e delle norme, a cominciare dal pieno inserimento dei reati ambientali nel codice penale che Legambiente reclama inutilmente da anni».
«La gravità del quadro abruzzese nel campo dei rifiuti non sta nei numeri, quanto nel livello di raffinatezza che la rete degli ecocriminali ha raggiunto. La situazione impone in maniera inderogabile un punto di svolta urgente – dichiara Antonio Ricci, presidente regionale Legambiente. Bisogna dare chiaro e forte il segno che in Abruzzo è finito il tempo dell'impunità per i trafficanti di rifiuti e per gli ecomafiosi. Chiediamo a tutti, governo regionale e amministrazioni locali, istituzioni, forze politiche, economiche, sindacali e sociali di assumere responsabilità ed impegni allo scopo di creare una cortina di isolamento. Se le ecomafie radicheranno in questa regione saranno a rischio non solo l'ambiente, ma anche la convivenza civile e democratica delle nostre popolazioni, come purtroppo già accade in troppe aree d'Italia».
«Il traffico illecito di rifiuti rappresenta una vera piaga per il Paese e un freno allo sviluppo di un'imprenditoria sana e da questo punto di vista l'Abruzzo non è più una regione indenne – dichiara Angelo Di Matteo, segretario regionale di Legambiente. L'opera di contrasto condotta dalla magistratura e dalle forze dell'ordine, che necessitano di più risorse, più uomini e più mezzi, è risultata fondamentale; occorre però, potenziare le attività di monitoraggio e richiamare l'attenzione sul sistema dei controlli, che in Abruzzo risulta essere a dir poco fallimentare. A questa terribile mancanza la Regione, le Province, i Comuni e l'Agenzia Regionale per la Tutela Ambientale devono al più presto porre rimedio».

08/07/2006 9.59



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A PROPOSITO DI “MARECHIARO”: BLOCCATO NUOVAMENTE L'IMPIANTO CIAF AMBIENTE DI ATESSA

Il WWF Abruzzo, intervenuto a fianco dell'Arta nel ricorso dinnanzi al Consiglio di Stato, esprime la sua piena soddisfazione per la decisione del Consiglio che ha annullato la decisione del Tar di Pescara che aveva permesso il riavvio delle attività dell'impianto Ciaf bloccate dalla Regione Abruzzo a seguito dell'inchiesta della magistratura su disastro ambientale ed associazione a delinquere per traffico illecito sui rifiuti.

«La pronuncia del Consiglio di Stato», commenta Dante Caserta, Presidente del Wwf Abruzzo, «ristabilisce la giusta decisione della Regione Abruzzo e consentirà di chiarire quanto è avvenuto».
Nei giorni scorsi, il Wwf ha inviato anche una nota alla Direzione Rifiuti della Regione ricostruendo l'iter autorizzativo dell'impianto ed evidenziando come «da anni gli organi di controllo avevano sottolineato i limiti dell'impiantistica presente nell'area, nonostante le richieste di adeguamento dell'impianto fossero state avanzate sin dal 2000».
Secondo quanto stabilito dall'Arta nei propri verbali tecnici del 2004, oltretutto, il dimensionamento dell'impianto non consentirebbe il trattamento e lo stoccaggio di tutti i rifiuti successivamente autorizzati dalla Regione Abruzzo nel 2005. «Inoltre», continua Caserta, «c'è l'esigenza di procedere ad ulteriori indagini, ad esempio su quanto contenuto nei serbatoi presenti nell'area dell'impianto, nonché al monitoraggio ambientale del sito che a nostro parere non presenta le dovute garanzie di sicurezza».

Per il Wwf, quanto è accaduto e quanto sta emergendo dalle indagini deve spingere la Regione a valutare l'adozione di misure «che vadano oltre l'ordinanza di sospensione dei lavori dell'impianto che scadrà a settembre. Gli impianti che trattano rifiuti devono essere programmati e gestiti in condizioni di assoluta sicurezza per i cittadini e per l'ambiente: altrimenti vanno chiusi».

08/07/2006 10.28


OPERAZIONE “MARE CHIARO” ARRESTI

 
LA DIFESA DEL CIAF


 
LE PRIME PARZIALI AMMISSIONI
 



LEGAMBIENTE ACCUSA