Portaborse.La Repubblica fa a pezzi (ancora) la classe politica abruzzese

Alessandro Biancardi

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Portaborse.La Repubblica fa a pezzi (ancora) la classe politica abruzzese
Ci risiamo. L’Abruzzo assurge alle cronache nazionali per le interessanti “manovrine” dei nostri politici. Un nuovo articolo sull’affare dei portaborse ai consiglieri regionali ed una spesa per ognuno di 1500 euro mensili. Un regalo che si sono fatti mentre per la loro stessa incompetenza aumentavano le tasse a causa degli sprechi (per le stesse ragioni clientelari) della sanità.   LA NOTIZIA   DOPO L'AUTOGOL IL DIETROFRONT   "LE CRITICHE INGIUSTE"
Era successo meno di 20 giorni fa, su La Republica, che la regione si trovasse sbattuta in prima pagina per gli affari poco chiari di gestione dell'Ato, denunciati nella rubrica “La piccola Italia” di Antonello Caporale.
Ed è successo nuovamente ieri: stesso giornale, stessa rubrica e stesso autore.
Più o meno gli stessi anche i protagonisti della vicenda, gli amministratori locali che se da un lato lavorano alacremente per costruire una immagine degna dell'Abruzzo per turismo e compagnia bella (a parole sono brvissimi), rischiano di fatto, di cancellare tutto con un colpo di spazzola (per il semplice desiderio di strafare).
Stavolta la denuncia parla dei ritocchini agli stipendi e contributi dei portaborse dei consiglieri regionali, per fortuna una notizia di cui anche qui in Abruzzo si era già sentito parlare.
L'articolo, come è ovvio, non è di quelli edificanti: descrive una regione amministrata da persone «precise e tempestive», «furbissime» e «intelligentissime» che nonostante debiti «fino al collo» pensano ad «un ritocchino all'insù per assistenti e portaborse».
Per buona pace della minoranza, che ha spiegato qualche giorno fa che non vuole contestare e cavalcare onde anomale di articoli nazionali per non screditare l'immagine del verde Abruzzo, anche questa volta non si fa proprio una bella figura.
L'articolo è preciso e sintetico, e riassume passo passo tutto l'iter della proposta, dall'ideazione al conseguente ritiro al grido ipocrita di “è uno scandalo”, di chi sapeva o doveva sapere, ma che ha fatto finta di essere a conoscenza di nulla.
«Tre consiglieri (un diessino, un socialista e un amico della Margherita)», scrive Caporale, «una sera di tre settimane fa si sono ritrovati e hanno stilato un bel piano di lavoro diviso in otto punti.
Il primo dei quali era: uffici aggiuntivi ma "composti" per i gruppi, cioè un portaborse in più per ogni consigliere. Hanno pensato: e se il consigliere è troppo svogliato e nemmeno attiva l'ufficietto? In quel caso, e solo per non produrre altro spreco, i soldi andranno al gruppo. L'hanno chiamato "contributo sostitutivo"».
E riferimenti vengono dati anche sull'ufficio di segreteria, più volte contestato anche in sede di consiglio regionale dalla minoranza, da assegnare a Lamberto Quarta: «Ma gli serviva qualcos'altro, una mente e un ufficio ancora più efficiente, che in sigla ha chiamato, udite udite, U.D.C.».
Il piano viene intavolato e si passa quindi alla spiegazione di come anche la maggioranza abbia sostenuto la manovrina, che rischiava di portare fuori pista l'intera giunta regionale: «I tre hanno sottoposto il piano a Forza Italia, che ha dato un'occhiatina e un assenso turbato, e poi hanno infilato il piano nella legge di variazione al bilancio che è stata approvata in via definitiva qualche giorno fa».
E poi la brutta figura, inevitabile, e la necessità di operare un dietro front forzato per non rischiare il linciaggio popolare: «avevano già messo il timbro, e già erano in procinto di passare alla cassa, che il governo Prodi ha iscritto l'Abruzzo nelle regioni della spesa facile, tra le più indebitate d'Italia, mettendo in atto la ritorsione economica prevista da Berlusconi: non tieni i conti della Sanità sotto controllo? E allora pagale tu le spese maggiori con l'aumento delle tasse».

«A Pescara, a Chieti, a L'Aquila si è scatenato l'inferno», scrive ancora Caporale, «l'opposizione anzitutto. An prima degli altri: "Vergogna, siamo coperti di debiti, ai cittadini chiediamo più tasse e a noi politici più soldi in busta paga". I tre consiglieri regionali, ma anche il presidente Del Turco e tutto il resto del centrosinistra hanno trascorso momenti davvero angoscianti».
Momenti, che come sappiamo bene, hanno obbligato gli ideatori a tornare sui propri passi e dire «rinunciamo a tutto».
« I tre accusati hanno ritirato la mano», si legge ancora sul quotidiano: «Il primo, il diessino Di Matteo, ha dichiarato, poi giurato e spergiurato, di non aver non firmato e nemmeno mai pensato di redigere un emendamento sciupasoldi. "Io non c'entro", ha detto ai compagni di partito.
Anche gli altri due si son detti certi di non aver messo la loro stilografica in calce a nessun atto iniquo oltre che inopportuno. Il presidente del Consiglio regionale comunque ricorda che qualcuno gli ha passato il foglietto per poi metterlo in votazione. Ma qualcuno chi? Boh! Giallo».
Non manca anche un sottile vena ironica, che dovrebbe far unicamente sprofondare i responsabili di tutta la faccenda: « L'emendamento, divenuto res nullius, è stato trascritto involontariamente e incorporato inconsapevolmente nella legge. Che poi è stata sì approvata ma del tutto distrattamente».

E poi il finale di tutta la storia, che sembra aver riportato la serenità negli animi degli amministratori regionali: «Hanno rinunciato alla spesetta per cene e alberghi ma hanno trattenuto - a mo' di ristoro equitativo - il contributo che servirà all'ingaggio di nuovi portaborse (un minimo di tre a un massimo di nove per ciascun gruppo politico) e concesso al presidente Del Turco il grande ufficio U.D.C».

Ancora una volta l'Abruzzo deve dire grazie ai rappresentanti che ha eletto per la bella figura.
Ma nel grigiore assoluto almeno registriamo con favore l'interessamento ormai continuo di un grande e autorevole giornale come La Repubblica che è venuta a rompere questo assordante e connivente silenzio.

A.L. 23/06/2006 9.23



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