«Precariato e disoccupazione aumentano. La Regione regolarizzi i suoi precari»

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Quasi il 60% della forza lavoro è formata da “precari”. La Cgil attacca la lettura ottimistica dei dati statistici e parla di «dati virtuali». Il messaggio diretto e chiaro è per il mondo politico che deve smettere di “vivacchiare” e attuare misure necessarie per la svolta.

ABRUZZO. Quasi il 60% della forza lavoro è formata da “precari”. La Cgil attacca la lettura ottimistica dei dati statistici e parla di «dati virtuali». Il messaggio diretto e chiaro è per il mondo politico che deve smettere di “vivacchiare” e attuare misure necessarie per la svolta.




«Ci opponiamo ad una lettura ottimistica dei dati sulla occupazione in Abruzzo. La nostra regione è in piena recessione da tre anni ma non si dica che siamo catastrofisti. È un dato di fatto che il 60% della forza lavoro è formata da un esercito di precari. Se si prosegue in questa direzione la situazione diventa molto preoccupante».
La Cgil regionale interviene quest'oggi perché si «continua a leggere sui giornali commenti dei politici rassicuranti ed ottimistici sull'incremento dell'occupazione».
Il sindacato propone la sua lettura della mole di dati relativi al mondo dell'industria, della produzione, del lavoro e soprattutto bacchetta il mondo politico che ormai da una decina d'anni «vivacchia» senza prendere di petto i problemi che stanno mutando alla base la qualità della vita degli abruzzesi e la stessa società.
«La verità è che i lavoratori a tempo indeterminato sono una piccola minoranza», ha spiegato Mario Boyer, del direttivo regionale Cgil, «questo vuol dire che la maggior parte dei lavoratori ha contratti atipici il che li rende estremamente vulnerabili e ricattabili dal punto di vista del reddito e della previdenza. Da questo ne consegue che è fortemente minata la tutela dei diritti fondamentali. Più precariato significa meno sicurezza sul lavoro e dunque più incidenti».
Ma il dato che emerge dal marasma di numeri, e che nulla di buono fanno sperare, è che una buona fetta di responsabilità ricade proprio sulla pubblica amministrazione: principale artefice della precarietà.
«Sono gli enti pubblici come la Regione ma anche gli enti strumentali, le Province, i Comuni a fare larghissimo uso dei contratti atipici», dice Franco Leone, segretario Cgil, «ci sono per esempio 1000 precari nella sanità, 400 negli enti strumentali, 300 nella Regione. Persino nel Centro per l'impiego di Pescara su 60 lavoratori, 45 sono precari. Dunque, non possiamo che dimostrare tutta la nostra contrarietà a quegli amministratori che il 1º maggio salgono sui palchi e parlano di “dignità e di diritti dei lavoratori” quando poi sottoscrivono delibere che di fatto aumentano e generano precarietà».
Secondo la Cgil sarebbero a rischio 10.000 posti che potrebbero sfumare in tempi brevi, mentre sono sempre di più le famiglie sotto la soglia di povertà quelle che, per due persone, possono contare su un reddito inferiore a 734 euro.
«E' chiaro che questa regione ha bisogno di un vero rilancio dal punto di vista della produzione e delle scelte industriali», continua Leone, «ma questo non può prescindere dalla qualità del lavoro. La Cgil si batte perché il mondo del lavoro recuperi la qualità che nel tempo si è andata perdendo. Qualità significa anche tutela dei diritti e della dignità del lavoratore. È questa la base per rilanciare il sistema produttivo nella nostra regione».
Dunque, secondo il sindacato tutte le previsioni avanzate negli scorsi anni si sono realizzate e purtroppo il mondo politico regionale nulla ha saputo creare per contrastare questa crisi che ha portato una vera e propria recessione.
Si sono dimostrate distruttive anche le mancate scelte per attirare nuovi investimenti industriali sul territorio e soprattutto la stabilizzazione degli indotti intorno a quelle poche industrie grandi che se dovessero decidere di mollare l'Abruzzo potrebbero generare conseguenze giudicate preoccupanti.

GLI OCCUPATI NELLA REGIONE ABRUZZO.

I lavoratori della nostra regione nel 2004 erano 479.000 mentre nel 2005 l'Istat ha stimato la forza lavoro in 492.000 unità, dunque, un incremento dell'occupazione.
In agricoltura nel 2004 lavoravano 23.000 persone, nel 2005 erano 21.000.
Nel settore dell'industria erano 148.000 nel 2004; 151.000 nel 2005, mentre per i servizi erano 308.000 le persone che lavoravano nel 2004; 320.000 nel 2005.
Un incremento che per la Cgil sarebbe imputabile per lo più alla emersione del sommerso soprattutto la regolarizzazione degli immigrati.


LAVORO ATIPICO.

A fronte di questi dati c'è però da considerare il lavoro atipico in Abruzzo negli anni 2003-2004.
Secondo “Abruzzo Lavoro” gli occupati a tempo parziale nel 2003 erano 30.000; nel 2004 sono passati a 55.000 con una variazione dell'82,9%, pari a 11,5% del totale degli occupati.
Gli occupati a tempo determinato nel 2003 erano 28.656 sono passati nel 2004 a 43.000, cioè 14.344 persone in più (+ 50,1%).
I lavoratori parasubordinati sono aumentati di poco più di 10.000 unità passando da 47.000 del 2003 a 57.395 del 2005 (+21,8%).
I lavoratori interinali sono aumentati di 3821 unità con una variazione del 18% passando da 21.179 del 2003 a 25.000 del 2004.

Una situazione delicata e preoccupante per la Cgil anche perché aumentano sempre più i lavoratori over 50 e continueranno ad aumentare nei prossimi anni anche per via dell'allungamento della vita lavorativa mentre diminuisce la forza lavoro giovane.

03/05/2006 13.29