Università. Parte da Roma la reazione dei docenti contro manovra e tagli

Alessandro Biancardi

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ROMA. Sciopero di tutto il personale docente, sospensione delle sessioni di esami e di laurea, rinvio dell'inizio delle lezioni.


Sono le iniziative di protesta che oltre un centinaio di professori di atenei di tutta Italia propone ai colleghi, per protestare contro il ddl di riforma Gelmini e gli effetti della manovra finanziaria.
In un lungo documento, diffuso dal professor Massimo Siclari di Roma tre (ex docente dell'università di Teramo), i professori (tra le firme anche quelle di Gianni Vattimo e di Gustavo Zagrebelsky) sostengono che è «doveroso e necessario» reagire.
Dopo aver sottolineato che è «assurdo non riconoscere che le responsabilità dei mali dell'università coinvolgono non solo il corpo docente ma vanno imputate anche, e in misura non minore, ai vari dicasteri preposti all'università nell'ultimo ventennio», affermano che non ci si può nascondere dietro i magistrati, i ricercatori o la protesta del personale tecnico-amministrativo, «che vede colpiti i propri bassi redditi al di fuori di ogni equità».
«Non possiamo affidare ad altri la pressione sociale necessaria per invertire la rotta. Il corpo accademico deve, per quanto riguarda l'Università - è l'invito che i firmatari rivolgono alla categoria - farsi 'classe generale' e assumere su di sé la responsabilità per il futuro di tutto il mondo universitario, compresi, s'intende, gli studenti e il personale tecnico amministrativo».
Premesso che a loro parere c'é «perfetta coerenza tra l'attacco all'università e l'attacco alla magistratura» («il secondo è fondato sull'idea che il potere si concentri tutto nell'esecutivo in quanto espressione del voto popolare, mentre il primo è fondato sulla riduzione all'unico principio della funzionalità tecnico-economica»), i firmatari del documento fanno notare, tra l'altro, come l'Italia «é forse l'unico paese in Europa che abbia incanalato tutte o quasi tutte le risorse della ricerca nell'Università» e «questo significa che il tracollo dell'Università produrrebbe il totale tracollo della ricerca italiana, che non può contare su istituzioni come la Max Planck Gesellschaft tedesca o il Cnrs francese».
Cosa fare allora?
Secondo i docenti «c'é modo di procedere diversamente, aumentando semmai finanziamenti da sempre largamente insufficienti, con una distribuzione delle risorse fondata soprattutto sul merito scientifico, con un'incentivazione anche economica che faccia riferimento a questi parametri. Occorre dunque spendere per valutare e per valutare bene. Con gli attuali criteri si ottengono valutazioni ancora troppo vaghe. Si tratta di creare un corpo docente convinto dei propri compiti e orgoglioso dell'istituzione in cui lavora e che sia dunque fermamente determinato e incentivato a rappresentarla secondo uno spirito di servizio e di correttezza. E' ben evidente, per finire, che i tagli sugli stipendi produrranno l'esatto contrario: la ricerca di compensazioni economiche e d'immagine al di fuori dell'università e l'inclinazione a fare il minimo indispensabile».

29/06/2010 16.44