Scoppia la crisi nel Pdl regionale. Giuliante:«io capogruppo col bavaglio»

Alessandro Biancardi

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Scoppia la crisi nel Pdl regionale. Giuliante:«io capogruppo col bavaglio»
ABRUZZO. «Me ne vado. Se non posso parlare, preferisco dimettermi. Se mi mettete il bavaglio che razza di capogruppo sono? Non volete il mio dissenso pubblico? Ed allora informatemi prima delle decisioni che prendete ed informate anche i consiglieri che debbono votarvi».
Gianfranco Giuliante sintetizza così la sua posizione di capogruppo “in bilico” del Pdl al Consiglio regionale.
Una tempesta in un bicchier d'acqua o un malessere più profondo che cova da tempo e che ora è esploso dopo gli “infortuni” della Giunta?
«Quale malessere antico», spiega Giuliante, «io ho espresso al presidente le mie valutazioni su vicende dell'agenda politica attuale: auto blu, i soldi del terremoto usati per altre vicende, i 45 milioni dell'assicurazione dell'Ospedale che non si sa che uso ne è stato fatto. E così via. Mi ha risposto che c'è un'incompatibilità funzionale tra l'essere capogruppo ed il dissenso».
La situazione di crisi si è impennata nelle prime ore del pomeriggio quando Giuliante ha diffuso una lettera aperta al presidente Chiodi nella quale si dice pronto a dimettersi.
Nella comunicazione urbi et orbi tra le altre cose Giuliante scrive:«come saprai la città dell'Aquila non ha consiglieri regionali di opposizione nè rappresentanze in esecutivo. Da ciò deriva che chiedere il silenzio in nome e per conto di un “vincolo di maggioranza” (che impedirebbe il dissenso pubblico in caso di non condivisione), significa negare una rappresentanza territoriale alla città e delegare alla tua sensibilità politica gli interessi specifici di questo territorio. Ti sconsiglio di utilizzare l'argomento che il Presidente della Regione è il Presidente di tutti perché ciò mi imporrebbe una controreplica non benevola che nei limiti del possibile vorrei evitare. Ciò premesso, ufficializzo che per quanto non condiviso, intendo in piena libertà e senza alcun vincolo esprimere in ogni forma il mio dissenso e contestualmente mi dichiaro disponibile a richiesta Tua e/o della maggioranza del gruppo a lasciare l'incarico che ricopro, non volendo creare “difficoltà” alla mia maggioranza».
Cari saluti.
«Cioè io non posso dissentire. Debbo essere d'accordo per forza?», spiega poi a PrimaDaNoi.it, «conosco i meccanismi della vita amministrativa e so bene che il capogruppo, dal più piccolo consiglio comunale al Parlamento, si alza a difendere la maggioranza, il sindaco, il presidente, il ministro o il Presidente del consiglio. Ma lo fa quando almeno è informato. Se fossi attaccato alla poltrona potrei dire che mi sta bene così. Il dato politico allarmante è che nemmeno i consiglieri sanno nulla di queste scelte».
Alcuni fanno filtrare un'interpretazione diversa: Giuliante scalpita perché voleva e vuole fare l'assessore.
«E' un'interpretazione di comodo che cerca di delegittimarmi. Non è così e ve lo spiego», continua Giuliante, «da sempre c'è un accordo per dare un rappresentante in Giunta all'Aquila. Da sempre Chiodi dice: provvederemo, faremo, vedremo. Resta il fatto che pur essendo L'Aquila il bancomat della Giunta, questo impegno non è stato mantenuto. E' tanto vero che io voglio fare l'assessore che sono d'accordo anche sul fatto che si nomini un esterno, ma in rappresentanza della città».
Ma questa aquilanità non potrebbe essere un “ricatto” al contrario? Cioè Giuliante deve stare zitto per forza?
«Tra lo stare zitto ed il parlare, io chiedo di parlare. Chiamatele come volete: dimissioni annunciate, disagio politico, fronda, malcontento. La misura è colma: chi non condivide lo deve dire, altrimenti significa che è d'accordo. Non l'ho inventato io “chi tace acconsente”. Il malessere interno al Gruppo c'è: io gli ho dato voce, mi spetta per il ruolo che ricopro».
Siamo al detto evangelico “chi non è con me è contro di me” oppure all'interpretazione mussoliniana “noi tireremo dritto”?
A Giuliante è sembrata indigesta politicamente la vicenda delle auto blu acquistate in un momento di crisi economica: Chiodi ha giustificato l'acquisto, così come altri assessori.
In realtà l'operazione non l'ha fatta la Giunta, ma la Consip ed è stata giustificata come un normale avvicendamento delle auto vecchie.
Se fossero state Fiat ed utilitarie forse ci sarebbero state meno polemiche, perché è un pò stridente l'arrivo di un assessore su una fiammante Audi A6 (magari full optional) per spiegare i tagli che ci sono in sanità o altro. Così come è parsa poco difendibile politicamente la scelta, poi rimangiata, di utilizzare i soldi del terremoto per altri scopi.
Quello che sorprende nella posizione coraggiosa del capogruppo Pdl è l'affermazione che nemmeno i consiglieri sanno nulla di quello che decide la Giunta.
Poiché non si può dubitare di quello che viene scritto e firmato, oltre che ribadito personalmente, la domanda sorge spontanea: i consiglieri Pdl sono con Chiodi che non li informa o con Giuliante che li difende?

Sebastiano Calella 31/05/2010 18.25

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