Niente concessione edilizia alle piattaforme: si ferma così la petrolizzazione?

Alessandro Biancardi

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Niente concessione edilizia alle piattaforme: si ferma così la petrolizzazione?
CHIETI. Sembra l'uovo di Colombo: per bloccare le piattaforme per l'estrazione del petrolio in mare basta assoggettarle al permesso di costruire, che si può anche negare.

E se il Comune non ha un piano urbanistico che prevede costruzioni anche in mare (di solito si fa riferimento solo ai siti edificabili sulla terraferma), ci pensa la Regione. Va in questo senso la proposta di legge che l'assessore all'agricoltura Mauro Febbo ha già presentato all'ufficio legislativo.
«E' ormai una questione di pochi giorni – ha spiegato l'assessore – confido che in tempi molto brevi il testo venga ritenuto pronto per la discussione. Ciò a dimostrazione che siamo sensibili a questi temi ambientali».
L'idea, per così dire la scintilla che di fatto ha dato il via a questa ipotesi, è stata una sentenza della Cassazione che ha dato ragione al Comune di Pineto che aveva chiesto il pagamento dell'Ici ad una piattaforma che sorge sul suo mare.
Ici? Allora è come un'abitazione: se il potere impositivo è del Comune, vuol dire che anche il permesso di costruire o no dipende dallo stesso Comune.
«In realtà – spiega l'avvocato Massimo Cirulli che ha studiato bene l'argomento – il territorio nazionale comprende sia la terraferma che il mare territoriale e su entrambi si esercitano sia il potere amministrativo dello Stato che quello della Regione. Il che significa che la Regione può disciplinare le costruzioni antistanti la costa».
Come noto, l'art. 2 del Codice della navigazione prevede come mare territoriale una fascia di 12 miglia dalla linea di bassa marea e su questo mare, una volta definiti i tipi di costruzione possibili, il Comune può rilasciare il permesso di costruire.
Se il Comune non lo prevede, interviene la Regione, con un'apposita legge «per tutte le costruzioni appoggiate sul fondo marino o ivi infisse a qualunque uso destinate – continua l'avvocato Cirulli – infatti l'art. 9 dello Statuto regionale prevede che la Regione protegge e valorizza le risorse autoctone, compreso il pesce pescato o allevato in impianti di acquacoltura, i cui impianti saranno autorizzati se di superficie non superiore a 1.000 mq e se collocati a distanza dalla costa non inferiore a 6 miglia marine. Ogni altra costruzione non pare compatibile con le finalità di politica economica regionale e di gestione responsabile del territorio».
Naturalmente la legge regionale che dovrà essere approvata prevede che per il rilascio del permesso di costruire il contributo va commisurato al solo costo di costruzione, non essendo necessarie opere di urbanizzazione.
Tutto qui? Non proprio.
Partendo dall'idea di far pagare l'Ici anche alle piattaforme, per arrivare al permesso di costruzione rilasciato dai Comuni e alla legge della Regione c'è un'affermazione di principio fondamentale che ribalta l'approccio alle vicende delle piattaforme petrolifere: l'autorizzazione non dipende dal Ministero, ma dagli enti locali, a differenza di quanto è avvenuto fino ad oggi quando dal basso ci si oppone alle decisione che calano dall'alto.
Basta leggere il nome dei titolari delle circa 50 osservazioni presentate al progetto di Ombrina Mare2: finora Comuni, privati cittadini, Associazioni e portatori di interessi vari dal basso si sono appellati a mille motivazioni – anche le parole del Papa Benedetto XVI - per segnalare il loro no agli impianti a mare, decisi dal Ministero e che dovrebbero sorgere di fronte alla Costa dei Trabocchi (un parco marino che peraltro non è stato ancora perimetrato).
Oggi, se sarà approvata la legge, sarà il potere locale a decidere.

Sebastiano Calella 28/01/2010 9.33