Inchiesta Cosentino. Gli affari di camorra si discutevano in Abruzzo

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Nelle duecento pagine dell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip Raffaele Piccirillo chiede l’arresto del sottosegretario Nicola Cosentino (Pdl), emerge che l’Abruzzo era il crocevia per affari ed incontri. Nelle tranquille città e nei ristoranti abruzzesi, i boss della camorra prendevano decisioni importanti.




ABRUZZO. Nelle duecento pagine dell'ordinanza di custodia cautelare con cui il gip Raffaele Piccirillo chiede l'arresto del sottosegretario Nicola Cosentino (Pdl), emerge che l'Abruzzo era il crocevia per affari ed incontri. Nelle tranquille città e nei ristoranti abruzzesi, i boss della camorra prendevano decisioni importanti.




Dopo la mafia siciliana che aveva scelto proprio la nostra regione per fare investimenti (l'inchiesta antimafia denominata Alba d'Oro della Procura dell'Aquila ha delineato uno spaccato preciso) si conferma ulteriormente che anche la camorra è di casa da queste parti.
Sia perché l'Abruzzo rimane meta di confino per delinquenti di grande calibro, sia perché le condizioni probabilmente ne fanno una terra “sicura”… ma sempre per i delinquenti.
Quella della procura di Napoli è una inchiesta dirompente perché coinvolge politici di primo piano della scena nazionale e allo stesso tempo traccia la mappa della criminalità organizzata napoletana.
Un'inchiesta di ampio respiro nella quale oltre a Cosentino vengono tirati dentro, in una testimonianza di un pentito, i parlamentari Italo Bocchino, Gennaro Coronella e Mario Landolfi (tutti del Pdl) come facenti parte del «tessuto camorristico (…) a disposizione del clan».
Storie che sembrano lontane dalla nostra terra che per decenni ci hanno ripetuto essere un'isola felice, ma che invece la lambiscono.
Anzi forse la rendono il palcoscenico calpestato dai protagonisti.
Calma apparente quella che si respira nella nostra regione.
Pescara, Scanno ed Avezzano risultano essere i posti scelti per numerosi incontri tra i boss tra il 2000 e il 2008.
Erano gli anni in cui la camorra aveva messo gli occhi sui rifiuti.
A gestire gli affari, Giuseppe Valente, legato al clan dei casalesi e dei La Torre e leader di Forza Italia a Mondragone.
Era stato presidente del consorzio Ce4 (che serviva 18 Comuni del casertano) e poi di Eco4 (braccio operativo del consorzio intercomunale).
Consorzi coinvolti in numerose inchieste per truffe ed infiltrazioni camorristiche.
A Valente volevano affiancarsi i fratelli Sergio e Michele Orsi, rampanti imprenditori edili di Casal di Principe.
Tutti gli imprenditori che riuscivano a costruire un impianto con i favori dal clan, dovevano restituirli con mensilità di 15, 30 o 60 milioni di lire.
Anche gli Orsi. Michele Orsi, fu ucciso a Casal di Principe dopo le importanti rivelazioni sulle intricate trame dei rapporti tra i clan e la politica.
Fu il primo a fare i nomi dei politici che aiutavano i clan.

IL REGGENTE DEL CLAN DI MONDRAGONE VIVEVA A PESCARA

Sergio Orsi, fratello di Michele, un giorno si mise in viaggio. Meta:Pescara. Doveva cercare di sistemare una questione in sospeso. Racconta così al magistrato nel 2008 il motivo della sua visita: «(Valente, ndr) mi disse che per stare in grazia di Dio era opportuno incontrare Fragnoli (Giuseppe, ndr), all'epoca in soggiorno obbligato vicino Pescara. Portai con me una somma di denaro: 5 o 6 milioni. Fragnoli obiettò che quei soldi erano del tutto insufficienti, visto che dalla Covim traeva 60 milioni al mese».
Fragnoli era l'allora reggente del clan di Mondragone, per nomina diretta del boss Augusto La Torre (arrestato e poi pentito).
Fragnoli viveva a Pescara.
Non poteva tornare in Campania così suo figlio Giacomo accompagnava molte persone a parlare con il padre proprio nella cittadina adriatica.
Pare un via vai continuo e vitale per mantenere i rapporti con la terra d'origine.
Addirittura - racconta il pentito Mario Sperlongano in un interrogatorio del 2003- nel 2000 si incontrò a Pescara con Giacomo Diana “cappellone” (ora deceduto), affiliato al clan La Torre, che lo informò di alcune questioni riguardanti una ditta di Mondragone che stentava a pagare la mensilità di 30 milioni di lire.
Per qualche mese avrebbero applicato una tariffa più bassa: 27 milioni.

I BOSS A SCANNO E AVEZZANO

Invece il ristorante il Vecchio Mulino, nei pressi del lago di Scanno, fu il teatro dell'incontro tra il boss dei Mondragonesi, Giuseppe Fragnoli, suo figlio Giacomo, Giacomo Diana e Mario Sperlongano (che racconta quei momenti) nel corso del quale «si stabilì che Ernesto Cornacchia (affiliato al clan La Torre) dovesse violare gli obblighi e rendersi irreperibile».
«Quando Fragnoli (Giuseppe, ndr) è stato arrestato (nel 2001, ndr) - racconta ancora Sperlongano- era attraverso Giacomo che mi portava richieste ed ambasciate. Ricordo che Giacomo venne in un'occasione ad Avezzano e mi portò un foglietto manoscritto da Peppe Fragnoli, in cui vi erano tutta una serie di debiti che dovevano essere saldati dal padre…».
E di Avezzano parla anche il collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo, del clan Bidognetti, semplicemente come luogo di un cantiere degli Orsi…
«I fratelli Orsi,- racconta Vassallo - per sottrarre soldi dalle casse del CE 4, fatturavano con il consorzio Geoeco noleggi di escavatori, bob cat, autocarri ecc. che in realtà stavano in officina per autorimessa oppure stavano lavorando presso altri cantieri di Siena e di Avezzano, a favore di proprie ditte…come Flora Ambiente e Socom. Ho riferito in ordine allo smaltimento di rifiuti illegali avvenuti presso la discarica Saurino 1; faccio presente che si trattava di rifiuti prodotti da opere di lavorazione dei fratelli Orsi, i quali gestivano una impresa edile ed operavano in Avezzano e Siena, rifiuti che venivano appunto smaltiti presso quella discarica».
Fatti che testimoniano in maniera incontrovertibile e confermano come anche la camorra napoletana non sia poi un fatto così lontano dall'Abruzzo e che spesso la regione venga “utilizzata” per i soggiorni obbligati dei malavitosi.


Manuela Rosa 12/11/2009 8.07

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