Tre nuovi pozzi off shore davanti alla costa di Vasto

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

8325

ABRUZZO. Alcuni politici l’avevano annunciato. Le associazioni ambientaliste lo temevano come un incubo. Ed invece pare che diventi realtà: in progetto 3 nuovi pozzi e forse anche un quarto davanti alla costa di Vasto e San Salvo. * RIECCO IL RIGASSIFICATORE: «ORTONA BELLA DA MORIRNE»




ABRUZZO. Alcuni politici l'avevano annunciato. Le associazioni ambientaliste lo temevano come un incubo. Ed invece pare che diventi realtà: in progetto 3 nuovi pozzi e forse anche un quarto davanti alla costa di Vasto e San Salvo.

* RIECCO IL RIGASSIFICATORE: «ORTONA BELLA DA MORIRNE»

Mentre si discute delle leggi, mentre la maggioranza in consiglio regionale si alza per evitare di prendere decisioni, mentre tutta l'attenzione è concentrata sul Centro Oli di Ortona, le società petrolifere si espandono in mare aperto.
Il governatore Gianni Chiodi qualche giorno fa aveva detto che il Centro Oli dell'Eni «non esiste e non esisterà mai».
Nonostante le rassicurazioni dalla Regione, le associazioni temono ancora le trivellazioni, ma questa volta in mare aperto. D'altra parte i documenti arrivati nei giorni scorsi nelle mani del comitato Natura Verde e dell'associazione Impronte hanno confermato le preoccupazioni.
Anche il capogruppo del Pd alla Regione, Camillo D'Alessandro, aveva lasciato intendere qualcosa su altri progetti petroliferi in mare aperto: «mentre Febbo e la maggioranza scappano dall'aula per non affrontare il problema, le compagnie petrolifere procedono a perforare l'Abruzzo a terra ed a mare. Davanti alla costa di Vasto e San Salvo compariranno due nuovi pozzi off shore, termine inglese, ma che significa a mare, sul nostro mare».
La supposizione di D'Alessandro troverebbe riscontro in una relazione della società petrolifera Edison.
La società ha avviato la procedura per la valutazione di impatto ambientale per la perforazione di 3 nuovi pozzi ed eventualmente un quarto.
Le perforazioni in progetto saranno effettuate dalla piattaforma esistente chiamata “Rospo Mare B”, ricadente nella concessione mineraria “B.C8.LF”.
E' una delle 3 piattaforme off-shore del campo “Rospo Mare” esistente già da 20 anni e situato nel mare Adriatico, a circa 20 km al largo della costa abruzzese, 20 km a nord di Termoli e 70 km a sud di Pescara.
Il progetto prevede la perforazione dei pozzi senza però costruire altre piattaforme.
Tutto sarà fatto, assicura la Edison, utilizzando le strutture preesistenti «con una limitata e temporanea modifica della struttura per poi ripristinare, alla fine delle attività di perforazione».
Il 30 gennaio scorso la società ha presentato la “variazione di programma” alle autorità per la valutazione d'impatto ambientale alla Regione e agli organi competenti.
Per cui dal 31 marzo (data di pubblicazione) decorrono i 60 giorni in cui le associazioni e gli enti possono presentare le proprie osservazioni in merito.

SCHEDA TECNICA DEL PROGETTO

I lavori si dividono in tre fasi: modifica temporanea della piattaforma, perforazione dei pozzi, ripristino della situazione preesistente al termine delle trivellazioni.
La preparazione della Rospo Mare B per la perforazione comprende: l'adeguamento della sovrastruttura attraverso smontaggi per permettere l'approccio dell'impianto di perforazione, predisposizione delle tubazioni ed apparecchiature d'impianto aggiuntive e montaggio protezioni temporanee, l'adeguamento della sottostruttura per l'installazione di 5 tubi guida.
Poi si procederà alla perforazione dei pozzi per circa 210 giorni.
La tecnica di perforazione impiegata è a rotazione, nella quale l'azione di scavo è esercitata da uno scalpello in rotazione, mentre l'azione di rimozione delle parti scavate, per continuare ad agire su nuovo materiale, è ottenuta dalla circolazione diretta di fluidi (fango di perforazione).
Durante i lavori la società non interromperà l'estrazione dai pozzi già esistenti continuando a lavorare a pieno regime.
La produzione dell'intero campo viene convogliata mediante condotte alla piattaforma Rospo Mare dove è processata e successivamente inviata mediante condotte sulla nave di stoccaggio Alba Marina. Periodicamente l'olio viene prelevato tramite operazione di allibo da petroliere che lo trasportano in raffineria.
Le piattaforme, normalmente non presidiate, sono telegestite costantemente dalla sala controllo presso la Centrale di Santo Stefano (CH).

EDISON: «NON CI SARANNO SIGNIFICATIVE VARIAZIONI ALLO STATO ATTUALE»

«Tali attività non comporteranno significative variazioni allo stato attuale dell'area» questo è il “ritornello” che scandisce tutta la relazione della Edison consegnata alle autorità competenti per la valutazione d'impatto ambientale.
Nel cospicuo documento (52 pagine) la società petrolifera, con sede a Milano e a Sambuceto, ha messo in evidenza che l'impostazione stessa del progetto, ovvero la trivellazione a partire da una piattaforma esistente, è di per sé rispettosa dell'ambiente e quindi non comporterebbe l'adozione di «misure compensative» dei danni.
Così l'azienda ne ha elogiato l'importanza strategica «in quanto il progetto è finalizzato alla valorizzazione di riserve ad alto potenziale, capace di garantire livelli di produzione significativi».
Nel report, la Edison ha diviso il lavoro fasi e “sottofasi” e per ognuna di esse, fa una stima degli eventuali danni ambientali.

«NESSUN RISCHIO»

L'entità dei danni, a detta della società, si attesterebbe sempre a livelli «bassi» e in alcuni casi «trascurabili». Nelle tabelle sono state considerate tutte le componenti ambientali (atomosfera, suolo e sottosuolo, vegetazione, fauna, utilizzo risorse naturali, consumi energetici)e anche la componente antropica (aspetti socio-economici).
Nella documento si analizzano tutti i tipi di inquinamento. Ma l'Edison relativizza i rischi riconducendoli alla sola fase di perforazione.
I costi ambientali vengono valutati facendo riferimento «alla letteratura e agli studi» (spesso americani), senza però citarne la fonte in modo preciso e dettagliato. Dall'acqua all'aria, dalla fauna alla flora, non ci sarebbero grandi variazioni rispetto alla situazione attuale nonostante la perforazione dei 3 (o 4) pozzi.
Per quanto riguarda l'inquinamento dell'aria, la società motiva così la sua “conclusione tranquillizzante”: «poichè le installazioni sono localizzate in mare aperto, non è stato possibile effettuare una valutazione dello stato attuale della qualità dell'aria nella zona direttamene interessata dalle attività in oggetto.
Dai risultati delle simulazioni si nota come in assenza di vento la distribuzione degli inquinanti rimanga circoscritta all'area della piattaforma, con un'estensione massima che si registra nella fase di perforazione».
Come anche per la salute della popolazione, sarebbe tutto garantito in quanto «le operazioni si svolgono off-shore».
Per quanto riguarda l'inquinamento idrico, anche qui, l'Edison ha rassicurato tutti dicendo che «il volume dei metalli rilasciati in mare nelle varie fasi si attesterebbe non lontano da quello di qualsiasi altra nave che attraversa l'Adriatico».
E per i pesci? Risentiranno del rumore delle trivellazioni? A domanda l'Edison ha risposto che il rumore delle navi che precederà le trivellazioni «favorisce l'allontanamento delle specie potenzialmente sensibili ad una distanza tale da garantire una riduzione dell'interferenza associata alle operazioni».
Quindi la fauna si allontana da sé (ammesso che questo sia un bene), ma la flora? «La componente vegetazione non viene trattata in quanto ritenuta non rilevante in considerazione della localizzazione degli interventi». In tutti i casi il controllo ambientale è affidato al monitoraggio di cui si è dotato la ditta stessa Edison. Altro caso di sovrapposizione tra controllore e controllato?

«GLI EFFETTI POSITIVI»

Addirittura la Edison ha annunciato un “ripopolamento” in mare perchè «la presenza di strutture fisse in una zona di mare può infatti essere assimilabile ad una barriera artificiale che va a costituire un nuovo habitat, con zone idonee al rifugio di specie ittiche, favorendo la riproduzione, la deposizione delle uova e la crescita delle larve». L'impatto decisamente positivo, dicono dalla Edison, sarà quello socio-economico, ma soprattutto per le casse dello Stato. «L'aumento della produzione del campo ad olio Rospo secondo le modalità descritte dal programma di sviluppo determinerebbe la destinazione di aliquote di prodotto (royalties) allo Stato Italiano secondo le aliquote stabilite».

Manuela Rosa 03/04/2009 11.54

[pagebreak]

SI TORNA A PARLARE DI RIGASSIFICATORE: «ORTONA BELLA DA MORIRNE»


ORTONA Si ritorna a parlare del rigassificatore ad Ortona. Una novità già emersa un paio di anni fa quando si scoprì una delibera comunale che ne creava i presupposti.Ora il dibattito ad Ortona sembra essere ripreso (non che sia proprio il momento migliore).
E ritorna a farsi sentire il Comitato della costa teatina che da sempre si schiera contro la petrolizzazione della zona turistica.

«Cemento, piattaforme petrolifere, centri oli e ora anche rigassificatori: uno sviluppo che del territorio fa obolo sacrificale , offrendo mirabolanti ricadute occupazionali a tuttoggi non verificate. La realtà è che Ortona sta scomparendo in nome di uno sviluppo mordi, devasta e fuggi», dice Fabrizia Arduini del comitato.
«Chiediamo all'Eni», si legge in un documento del coordinamento, «di riconvertire l'ex Centro Direzionale in un polo di eccellenza per lo sviluppo delle energie alternative, quelle sia in grado di creare posti di lavoro certi e duraturi. Un impiego che coinvolga la nostra meglio gioventù invece di vederla sparire tra gli sbuffi di un treno o dentro il rombo di un aeroplano. E invece no, la scelta lungimirante ad Ortona si chiama rigassificatore».
Dalle informazioni che iniziano a circolare (chissà se l'esperienza centro oli ha insegnato qualcosa all'amministrazione comunale di Ortona in fatto di comunicazione) si parla di una piattaforma offshore al largo della costa, lunga 3 campi di calcetto e alta 12 metri, che nella pancia stiva gas criogenico a meno 160 gradi.
Gas che, per tornare allo stato liquido abbisogna di elevate quantità di ipoclorito di sodio (candeggina) e acqua di mare.
Dati che si trasformano presto in cifre se paragonati al progetto di rigassificatore in cantiere a Trieste che avrà bisogno di 788 tonnellate/anno di ipoclorito per un flusso medio di acqua di mare di 38 mila metri cubi/ora.
Gli effetti?
«Contaminazione dei fondali», spiegano Antonio Bianco, Roberta Mancinelli, Andrea Natale, «la candeggina e le soluzioni di ipoclorito di sodio sono irritanti e caustiche; alterazione dell'habitat marino dovuto anche alle escursioni termiche elevate nella fase di riscaldamento del gas criogenico che pu� provocare moria di plancton, molluschi e crostacei. Le emissioni invece di un rigassificatore tipo sono: 1,77 milioni di tonnellate di gas incombusto, 77 tonnellate di ossido di azoto, 48 tonnellate di anidride carbonica».
«Concludiamo», aggiunge Lino Salvatoelli, «con i 43Km quadrati circa di interdizione alla navigazione che, sommati a quelli relativi alle future e numerose piattaforme petrolifere della costa abruzzese, comporteranno una faticosa gimcana, per pescatori e turisti in barca. Per non parlare del panorama: da brivido».

03/04/2009 15.09