Cospa:«Chiarezza e trasparenza sulla provenienza del latte»

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Il portavoce del comitato degli allevatori (Cospa), Dino Rossi, due giorni fa aveva attaccato le società della grande produzione del latte, facendone i nomi, con un esposto ed una lettera. Dalla Granarolo-Granlatte, è arrivata pronta la diffida per il comitato ad usare il loro nome.

ABRUZZO. Il portavoce del comitato degli allevatori (Cospa), Dino Rossi, due giorni fa aveva attaccato le società della grande produzione del latte, facendone i nomi, con un esposto ed una lettera. Dalla Granarolo-Granlatte, è arrivata pronta la diffida per il comitato ad usare il loro nome. Oggi il portavoce del Cospa risponde alla diffida dichiarando:«finalmente qualcuno fa chiarezza, ci fa piacere, ma chiediamo maggiori informazioni per i consumatori».
Si parla di latte ma soprattutto di poca informazione e trasparenza al consumatore, un argomento di trasparenza e democrazia che per questo scatena le ire dei grandi gruppi anche perché in ballo ci sono milioni di euro ma anche la salute di migliaia di cittadini.
Nessun allarme da parte del comitato: solo la voglia di pretendere diritti sacrosanti.
Nell'esposto del Cospa, principalmente, si chiedeva alla Procura di Torino di fare luce sulla provenienza del latte “low cost” pubblicizzato come italiano dalla grande distribuzione. Latte che, a detta del comitato degli allevatori, «probabilmente poteva essere importato dai paesi dell'est, da zone vicine a Chernobyl».

LA GRANAROLO: «LATTE ITALIANO PER I PRODOTTI FRESCHI E ALTA QUALITA'»

Nella lettera di diffida, la Granarolo cerca di chiarire alcuni dubbi espressi dal portavoce del Cospa.
La società dichiara di «ricevere esclusivamente latte proveniente da allevatori nazionali» e che il prodotto sarebbe regolarmente «provvisto delle relative autorizzazioni sanitarie».
Però il discorso vale solo per i prodotti freschi (latte, formaggi yogurt) e quelli di alta qualità, come spiega la stessa società.
La Granarolo asserisce, inoltre, di usare materia prima proveniente dall'estero esclusivamente per alcuni prodotti a lunga conservazione.
Il 28% del latte, per queste produzioni, proverrebbe da paesi dell'Unione Europea (prevalentemente Francia, Germania e Austria).
Mentre solo l'1% sul totale del latte usato verrebbe importato dai paesi dell'est (Ungheria e Polonia). Nemmeno un litro del latte che finisce sulle tavole verrebbe acquistato dai paesi baltici dalla società in questione.
La Granarolo continua a rassicurare i consumatori ed il comitato degli allevatori affermando che «tutti i fornitori sono ovviamente dotati di bollo Cee».

«I NOSTRI CONTROLLI SONO PIU' SEVERI DELLA LEGGE VIGENTE»

Le partite di latte, anche di provenienza estera, che risultano non conformi agli standard qualitativi e di sicurezza «fissati volontariamente dal gruppo» non verrebbero immesse nel ciclo produttivo, a detta della Granarolo-Granlatte.
La società assicura dei controlli più severi di quelli previsti dalla legge in materia di produzione di latte alimentare.
«Il latte- dichiara la Granarolo- viene sottoposto a “controlli di accettazione” direttamente nelle autocisterne, prima di essere scaricato, pertanto si esclude che partite di latte non conforme possano entrare nel ciclo produttivo».

DINO ROSSI: «LA DIFFIDA CONFERMA CHE AVEVAMO IPOTIZZATO IL VERO»

Il portavoce del Comitato degli allevatori, Dino Rossi, non si scompone per la diffida, e la prende quasi con soddisfazione.
«Finalmente qualcuno fa chiarezza anche se resta ancora molto da chiarire per i consumatori».
Si domanda, infatti, alla Granarolo per cosa viene utilizzato quel 29% di latte importato.
Il comitato degli allevatori non si accontenterebbe di sapere che viene utilizzato «per referenze di latte a lunga conservazione», ma vorrebbe conoscere per chi viene lavorato.
Altro fatto “simpatico” contestato dal comitato degli allevatori è che il centro di lavorazione e imbustamento del latte sarebbe lo stesso per numerose marche (Granarolo, Coop, Parmalat e Conad). I consumatori potrebbero verificare ciò, semplicemente leggendo le diciture delle confezioni con le indicazioni dello stabilimento di trattamento.
Il Cospa risponde ai chiarimenti della Granarolo con altre domande e altri dubbi.
«I consumatori riescono a sapere quando il latte o i derivati sono di provenienza estera?», chiede Dino Rossi.
A rigor di logica si dovrebbe provvedere ad etichettare in modo diverso i prodotti freschi da quelli a lunga conservazione, di modo che il consumatore, debitamente informato, possa decidere quale prodotto acquistare. Se quello di alta qualità di sicura provenienza italiana, o quello a basso costo.
Il portavoce del Cospa approfitta dell'occasione per chiedere chiarezza anche «sulla vicenda delle quote latte», denunciando l'esistenza di «strani personaggi» che , pur non essendo allevatori, farebbero incetta di quote latte per migliaia di quintali annui.
Dal comitato si chiedono che fine facciano queste quote e se realmente vengono comprate da altri allevatori o servirebbero solo per intascare i cospicui rimborsi dell'Unione Europea.
Oppure, nella peggiore delle ipotesi, per “italianizzare” latte di dubbia provenienza.
Come detto solo una questione di informazione. E di diritti.

m.r. 26/02/2009 8.58