D'Annunzio, la cartolarizzazione: disastro parte seconda

Alessandro Biancardi

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ARRESTI DEL TURCO ABRUZZO. Anche la seconda cartolarizzazione, secondo la procura, non sarebbe immune da gravi vizi sia formali che sostanziali. Se nella prima operazione finanziaria (Cartesio) si erano computati cifre gonfiate, non esigibili, non dovute, nella seconda cartolarizzazione (denominata D'Annunzio, come la mega inchiesta), invece, ad incidere pesantemente sono i controlli "distratti" che la Regione aveva messo in piedi. Sull'appropriatezza dei ricoveri e, dunque, sui rimborsi la procura ha approfondito diversi aspetti negli oltre due anni di indagine. RICOVERI GONFIATI: CORDOMA CONTROLLORE DISTRATTO E IMPREPARATO
Non mancano anche in questa vicenda similitudini con la prima cartolarizzazione ed anche in questa ritroviamo Giancarlo Masciarelli, la mente dell'operazione, che riuscì a portare a termine quanto aveva iniziato con la giunta di centrodestra insieme,questa volta insieme all'assessore alla sanità, Bernardo Mazzocca.
La delibera che approva la seconda cartolarizzazione è la 1326 del 9 dicembre 2005 e nel documento si sancivano le posizioni debitorie sviluppate dal servizio sanitario regionale fino al 31 dicembre 2004 per un ammontare complessivo di 327.388.433 di euro.
I crediti, come si sa, furono acquistati dalla Fira e poi ceduti alla società veicolo D'Annunzio S.r.l., per poi mettere i titoli sul mercato.
Eppure, anche questa volta, nonostante nelle premesse fosse scritto chiaramente che i crediti erano inerenti l'anno 2004, furono inserite posizioni debitorie che invece attenevano agli anni 2001 e 2003.
Secondo la procura anche il primo atto ufficiale sulla seconda cartolarizzazione della giunta Del Turco fu preparato in realtà da Masciarelli così come fu scritta da Masciarelli anche la seconda delibera in materia, la numero 5 del 10 gennaio 2006. Formalmente, però, risultava di iniziativa di altri dirigenti dell'ente.
Dunque, anche in questo caso riemerge prepotente il ruolo della Fira che si sostituiva ai dirigenti regionali per la realizzazione di un piano che, anche questa volta, assomigliava molto a quello già messo in atto l'anno prima.
Anche in queste delibere veniva dato mandato ai direttori generali delle Asl di chiarire e certificare le posizioni debitorie entro tre giorni dalla ricezione della delibera di giunta regionale approvata.
Inoltre, si disponeva che ciascun direttore generale, entro cinque giorni, dovesse aderire e recepire la stessa proposta della Fira, attraverso l'adozione di un proprio atto deliberativo, pena eventuali danni che sarebbero ricaduti sulla Regione e dunque sul dirigente disobbediente.
Il collocamento dei titoli sui mercati si sarebbe concluso poi il 31 marzo 2006.
«Tale seconda cartolarizzazione caratterizzata dalla ricognizione frettolosa di parte di crediti falsamente certificati per l'ammontare complessivo di € 327.388.433 avrebbe in realtà provocato», scrive il gip Di Fine, «ulteriore indebitamento per complessivi € 448.563.000, dunque con oneri aggiuntivi per le casse la regione di circa 121 milioni da restituire in 15 anni con 30 rate semestrali» di quasi 15 milioni ciascuna.
Notificata, dunque, la delibera, i manager di allora si affrettarono a seguire il dettato della giunta regionale e così via via si certificarono le posizioni debitorie delle diverse Asl.
Vennero firmate e certificate le delegazioni di pagamento che poi furono allegate alla delibera 5 del 2006.
Dall'esame del carteggio attinente le cessioni dei crediti tra la Fira e la società veicolo D'Annunzio srl compariva nuovamente il nominativo dell'avvocato Pietro Anello quale titolare dell'omonimo studio di Roma che risultava aver agito «come procuratore speciale della predetta società», così come era riuscito a scoprire la Guardia di finanza dall'esame dei documenti sequestrati.

IL MANAGER RIBELLE


Ci fu un momento, però, nel quale il disegno di Masciarelli -della seconda cartolarizzazione- fu a rischio. Fu quando l'allora manager dell'Asl di Avezzano e Sulmona, Fulvio Catalano, si impuntò ed esaminando le carte, e soprattutto le cifre, riguardanti i debiti della sua Asl proposte dalla Fira, osò prospettare il suo punto di vista, correggendo al ribasso l'esposizione della sua Azienda sanitaria.
«Catalano, non piegandosi alle pretese estorte dalle controparti a fronte delle sue rimostranze sulla palese illegittimità delle cifre e mettendo a rischio l'intera operazione di cartolarizzazione», scrive il gip, «veniva rimosso sostituito dal dottor Armando Jenca che fu nominato direttore il 22 dicembre 2005».
Il racconto dell'ex manager Catalano risultò molto utile agli inquirenti e riuscì a disegnare un quadro preciso su come venivano prese certe decisioni che riguardavano la sanità.
«Si trattava di un meccanismo diabolico e perverso», raccontò Catalano agli inquirenti, «che veniva ad esautorare i nostri compiti con la creazione di nuovi organismi. L'Ufficio unico degli acquisti gestisce i rapporti con le cliniche private; la Fira -in virtù di uno schema di contratto di tesoreria- si sostituisce al direttore generale della Asl per emettere direttamente i mandati di pagamento a favore delle cliniche private. Inoltre, con una Commissione ispettiva centrale di cui fanno parte rappresentanti designati dalle stesse case di cura private che dovrebbero controllare l'appropriatezza delle prestazioni sanitarie viene ulteriormente espropriata la funzione di controllo demandata esclusivamente alle Asl, azione fondamentale per la certificazione di un eventuale credito da parte delle stesse strutture private a fronte di prestazioni sanitarie corrette».
In buona sostanza sulla scorta di contratti illegittimamente stipulati e alle certificazioni delle commissioni di controllo la Fira emetteva in nome e per conto dei direttori generali i mandati di pagamento che venivano eseguiti dal tesoriere della Regione.
Dunque secondo i calcoli del manager Catalano la cifra del debito della Asl di Sulmona-Avezzano proposto dalla Fira doveva essere rivista alla ribasso di almeno € 25 milioni a causa di ricoveri giudicati inappropriati.
Secondo il manager rimosso il debito da cartolarizzare non era di € 74 milioni ma di circa 50 milioni.

«AVVERTIMENTI MAFIOSI»

Il successore di Catalano, Jenca, tuttavia non si mostrò così pronto a fare quanto gli ordinavano i piani alti.
Agli inquirenti raccontò di un suo incontro con l'assessore Mazzocca che si precipitò da lui appena seppe che lo stesso non avrebbe firmato così come si "doveva".
«Dopo i saluti», raccontò Jenca agli inquirenti, «l'assessore esordì "sono venuto per restituire serenità all'ambiente, però posso trattenermi poco tempo… la lascio nelle mani dell'ingegnere Masciarelli". Quindi Masciarelli prese la parola e disse che sarebbe stato opportuno da parte nostra adeguarci immediatamente alle direttive regionali, ricordando bonariamente cosa era successo a Catalano e che in buona sostanza l'adeguamento alle direttive mi avrebbe evitato problemi. In poche parole o mi adeguavo oppure avrei seguito la sorte di Catalano. Attribuii a questa conversazione un messaggio di tipo mafioso. Io, comunque, non accettavo questa sua imposizioni e anzi gli risposi che avrei deciso in piena autonomia».

24/07/2008 10.21



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RICOVERI GONFIATI: CORDOMA CONTROLLORE DISTRATTO E IMPREPARATO

ABRUZZO. Se le irregolarità principali nella prima cartolarizzazione -secondo la ricostruzione della procura- furono imperniate sostanzialmente nell'inserimento di crediti non dovuti, inesigibili o irregolari, nella seconda cartolarizzazione, invece, i meccanismi di abuso utilizzati nell'ambito del sistema già adottato dalla pregressa amministrazione regionale si estrinsecarono attraverso la verifica dei crediti ed in particolare attraverso «il pilotato controllo delle commissioni ispettive, a partire dalla scelta dei componenti (evidentemente sul presupposto della massima incompetenza) e poi dai meccanismi di effettuazione delle ispezioni e redazione dei relativi verbali e certificazioni successive».
Insomma per favorire i soliti noti (e cartolarizzare i crediti gonfiati e non dovuti) la giunta di centrosinistra -emerge chiaramente dall'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Maria Michela Di Fine - decise di adottare parzialmente metodi diversi e, dunque, in qualche modo recitare la parte di chi è distratto e non si accorge di irregolarità sebbene fossero più che evidenti.
Tutto grazie alla collaborazione di persone compiacenti, dirigenti e responsabili che già avevano dimostrato la loro fedeltà al gruppo di potere, tutto fu possibile.
Le decisioni finali dipendevano, infatti, dalle Commissioni che dovevano valutare e ispezionare le cliniche private.
Tali commissioni, hanno poi scoperto i pm Trifuoggi, Bellelli, Di Florio, erano composte da persone che nemmeno conoscevano le nozioni basilari ed i concetti che risultavano fondamentali per i controlli stessi.
Gli inquirenti hanno così potuto riscontrare diverse irregolarità nella redazione dei verbali e addirittura firme false oltre a date apposte presumibilmente in un tempo successivo.
A presiedere la Commissione ispettiva permanente c'era l'attuale sindaco di Montesilvano, il dottor Pasquale Cordoma (medico), insieme alla dottoressa Elisabetta Di Natale, dottoressa sì ma in lettere e, dunque, piuttosto a digiuno sui concetti basilari che interessano la regolarità dei ricoveri.
A sovraintendere le commissioni c'era il Nucleo operativo centrale che annoverava tra i suoi componenti il dirigente Pierluigi Cosenza, indagato ed impegnato nella certificazione di documenti fondamentali per le operazioni finanziarie, era lui che verbalmente assegnava i compiti alle commissioni ispettive.
Le verifiche di competenza nei confronti delle società del gruppo Villa Pini furono, dunque, fatte da Pasquale Cordoma ed Elisabetta Di Natale.
Gli inquirenti non hanno faticato molto a scovare irregolarità e incongruenze sulle metodologie dei controlli che poi di fatto autorizzavano i rimborsi con i soldi pubblici.
Significative, secondo il gip Maria Michela Di Fine, sono le dichiarazioni della stessa Di Natale:

«in relazione al compito da svolgere ho effettuato una collaborazione nel controllo delle cartelle mediche solo sotto l'aspetto formale e amministrativo. Preciso che non ero a conoscenza della qualità e quantità degli accreditamenti delle specialità sanitarie delle strutture private controllate
(quelle di Angelini,ndr). Tengo a precisare che le cartelle mediche da esaminare non erano scelte da me ma erano state individuate il primo giorno dell'ispezione dal dottor Cosenza».

Circa la compilazione dei verbali è, poi, la stessa laureata in lettere e spiegare di non sapere come venissero redatti e che lei si limitava semplicemente a firmare tutto quanto una volta compilati.
Stesso scenario desolante emerge dalle dichiarazioni dell'attuale sindaco di Montesilvano, Cordoma, che scoprì durante l'interrogatorio che le sue firme furono falsificate misteriosamente e "interrogato"
dagli inquirenti sulle definizioni che attenevano strettamente ai controlli dei ricoveri riuscì a fare "scena muta".

Cordoma: «non riesco a ricondurre ad un significato preciso l'acronimo Afo (aree funzionali omogenee, ndr) …. non ero assolutamente a conoscenza degli accreditamenti che avevano le case di cura da me controllate. Quindi non mi sono posto il problema di verificare se la tipologia di prestazioni da controllare rientrasse fra quelle accreditate. Per quanto concerne la Sdo (schede di dimissioni ospedaliera, ndr) posso rispondere brevemente in quanto ritengo che possa essere un codice da associare ad una patologia ben precisa; non ricordo se ho controllato anche le Sdo durante le verifiche. Per quanto concerne il Drg (il sistema di ricovero correlato alla diagnosi, ndr) non ricordo cosa facesse riferimento tale sigla».

«Le ispezioni e dunque erano da considerarsi completamente inattendibili», scrive il giudice per le indagini preliminari, «tanto doveva ritenersi là dove si era accertato: il coinvolgimento di una persona laureata in lettere non in medicina e chirurgia; l'assenza nei due componenti della nucleo operativo di cognizioni minime su cosa dovesse intendersi per Afo, Sdo e Drg o quali fossero le specifiche discipline accreditate per ogni singola struttura ispezionata; le oscure modalità di redazione sottoscrizioni delle certificazioni….» «L'inconsistenza delle verifiche», conclude Di Fine, «evidentemente rientrava proprio nel progetto di realizzazione di un sistema all'interno della sanità abruzzese del tutto svincolato da possibilità di effettivi controlli per essere gestito secondo modalità di totale arbitrio a coloro che ne tiravano le fila».
Il resto erano conflitti di interessi ed intrecci di rapporti personali che annacquavano ulteriormente i controlli. Anche quello del sindaco Cordoma che disse agli inquirenti: «mia moglie Silvia Alberici, medico, effettivamente ha lavorato presso la casa di cura Villa Pini, con un contratto trimestrale, rinnovato di volta in volta, dall'ottobre 2005, o forse 2004, sino al gennaio 2007».
Rapporto strano anche quello tra il dirigente Cosenza e Angelini, come raccontato agli inquirenti da una ex collaboratrice del re delle cliniche private (poi licenziata proprio per le sue soffiate).
Cosenza, raccontò la donna, intorno al 10 di ogni mese andava a Villa Pini per chiedere colloqui riservati con il proprietario delle case di cura. Cosa si dicevano?

24/07/2008 10.49