Così la Montedison ha avvelenato l’Abruzzo

Alessandro Biancardi

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Così la Montedison ha avvelenato l’Abruzzo
LO SCANDALO DELL'ACQUA AVVELENATA BUSSI. Quattro discariche per interrare e seppellire, per dimenticare per sempre, i rifiuti dell'azienda. Cimiteri abusivi sorti intorno al polo chimico di Bussi nel quale si trovano sostanze cancerogene che finivano direttamente nel fiume Pescara. Scivolavano giù tranquillamente, senza che nessuno denunciasse niente. Secondo la ricostruzione della Procura, inoltre, proprio i vertici della Montedison erano impegnati nel falsificare gli atti e minimizzare i problemi.
Uno scenario apocalittico sia per le indubbie conseguenze nefaste sull'ambiente (e chissà quali sull'uomo) sia per i risvolti sociali e antropologici se è vero che tutto quanto è stato possibile solo grazie all'immensa ed incredibile omertà ad ogni livello: dall'operaio della Montedison, ai cittadini dell'interland, agli amministratori della zona.
Nessuno in 40 anni si è mai accorto di qualcosa di strano.
Il Pm Aldo Aceto definisce le azioni della Montedison, senza mezzi termini, «una strategia di impresa».
Così come si può studiare a tavolino una strategia giusta per far decollare la propria azienda, così, secondo l'accusa, i vertici dell'industria chimica avevano messo in piedi un piano per nascondere ancora meglio le migliaia e migliaia di quintali di rifiuti che si sono cementificati nel sottosuolo abruzzese.
L'obiettivo era uno: disfarsi della montagna di rifiuti che ogni anno il sito produceva. Si sarebbe optato per vie poco tradizionali: 4 discariche abusive e il fiume a pochi metri di distanza per sbarazzarsi di tutto senza fatica e costi aggiuntivi. L'obiettivo primario era infatti risparmiare sui costi di smaltimento.
19 tra responsabili, direttori, vice direttori, amministratori delegati della Montedison che si sono avvicendati nel corso degli anni, oggi devono rispondere di avvelenamento delle acque destinate all'uso umano (pene che prevedono un massimo di 15 anni e nei casi più gravi l'ergastolo) e disastro ambientale in concorso.
Gli indagati sono: Guido Angiolini, amministratore delegato pro tempore di Montedison (2001-2003) e di "Servizi Immobiliari Montedison Spa" e "Come Iniziative Immobiliari Srl"; Carlo Cogliati, amministratore delegato pro tempore di Ausimont; Salvatore Boncoraglio, responsabile Pas della sede centrale di Milano; Nicola Sabatini, vice direttore pro tempore della Montedison di Bussi (1963-1975); Nazzareno Santini, direttore pro tempore della Montedison/Auusimont di Bussi (1985-1992); Carlo Vassallo, direttore pro tempore dello stabilimento Montedison/Ausimont di Bussi (1992-1997); Domenico Alleva, responsabile tecnico della terza discarica; Luigi Guarracino, direttore pro tempore dello stabilimento Montedison/Ausimont di Bussi (1997-2002); Giancarlo Morelli, responsabile Pas (Protezione ambientale e sicurezza) dello stabilimento Montedison/Ausimont di Bussi (1997-2001); e poi Camillo Di Paolo (responsabile protezione ambientale e sicurezza Bussi); Maurilio Aguggia (responsabile protezione ambientale e sicurezza sede centrale Milano); Leonardo Capogrosso (coordinatore dei responsabili dei servizi di protezione ambientale); Giuseppe Quaglia (responsabile laboratorio controllo e analisi stabilimento di Bussi); Maurizio Piazzardi (perito chimico); Giorgio Canti (responsabile protezione ambientale e sicurezza); Luigi Furlani (responsabile protezione e sicurezza ambientale); Alessandro Masotti (responsabile sicurezza ambientale); Bruno Parodi (responsabile sicurezza ambientale); Bruno Migliora (manager Montedison/Ausimont).
Per la prescrizione ci sono tempi lunghi, trattandosi di inquinamento continuato fino al 2037 non ci sarà prescrizione.
La procura parla di comportamenti «dolosamente omissivi». Tutto si sarebbe svolto così creando un enorme danno e senza che nessuno ponesse il benchè minimo freno.

QUATTRO DISCARICHE PER UN SOLO SEGRETO

Sono quattro le discariche che sono state realizzate intorno all'azienda. Posti vicini, nemmeno troppo nascosti, dove i materiali pericolosi venivano interrati.
La prima discarica è quella che viene utilizzata dal 1963 al 1972 sul terreno ora di proprietà della "Come iniziative immobiliari" (Montedison Edison). Si tratta della mega discarica abusiva più grande d'Europa che è saltata fuori 12 mesi fa.
Dimensioni gigantesche: circa 165 mila metri cubi di rifiuti a 20 metri di distanza dalla sponda destra del fiume Pescara (località Tre Monti, valle della Pola).
Era qui che avveniva lo smaltimento «illegale e sistematico di ogni genere di rifiuti», ricostruisce il pm Aceto, «soprattutto le così dette "peci clorurate" ovvero residui derivanti dalla miscelazione del cloro con il metano». E fino al 1963 c'erano anche i rifiuti che venivano scaricati direttamente, allo stato liquido nel fiume.

La seconda e la terza discarica sono in totale di circa 50 mila metri quadrati. Sono state concepite più a monte rispetto all'insediamento industriale. Qui, in contrasto con l'autorizzazione regionale e fino all'aprile del 1990, sono stati smaltiti rifiuti tossico nocivi contenenti mercurio, piombo, zinco, tetracloetilene, idrocarburi leggeri e pesanti.
La quarta discarica è adiacente alle due precedenti: costruita negli anni 60 «del tutto abusivamente» è di circa 30 mila metri quadri. Qui venivano smaltiti «in modo indifferenziato» tutti i rifiuti prodotti dai processi di lavorazione del polo chimico.

UN PIANO PER POTER DIRE "E' TUTTO TRANQUILLO"

Resta ancora l'amaro interrogativo di come sia possibile che mai nessuno avesse denunciato questo vero e proprio stupro ambientale che avveniva di continuo.
Se si dovessero mai accertare le responsabilità dell'azienda chimica, infatti, è comunque evidente che ad interrare i rifiuti o scaricare veleni nell'acqua non fossero direttamente i vertici aziendali.
Eppure mai nulla sarebbe trapelato. E' vero che la sensibilità ambientalista fino a venti anni fa non era ancora arrivata ai livelli attuali ma mai nessuno ha sentito il dovere di denunciare…
Intanto però le carte erano tutte in “regola”: c'era chi aveva predisposto tutto alla perfezione perché la risposta fosse solo una: nessun rischio per la popolazione.
E' dal 1994, infatti, che l'accusa fa risalire la «strategia di impresa» per dribblare così l'obbligo di porre un rimedio alla situazione disastrosa che si era venuta a creare.
E come si fa? «Si rappresenta una realtà ambientale distorta rispetto alla realtà».
Nel marzo del 2001 Luigi Guarracino, direttore pro-tempore dello stabilimento (lo sarà dal 1997 al 2002) presentò un piano di caratterizzazione redatto in teoria in ossequio ai decreti ministeriali in cui si gettava acqua sul fuoco e si sosteneva che non c'era alcun rischio per l'esterno.
«L'inquinamento non esce», «non c'è emergenza», «occorre non spaventare chi non sa», erano le parole d'ordine, come si legge nei documenti organizzati ad arte.
Si tratta, però, secondo l'accusa di «tutte indicazioni fondate e supportate da dati parziali, frutto di dolose manipolazioni, soppressioni e modifiche».
Il fine era solo uno: «occultare la pesantissima e compromessa situazione di inquinamento del sito industriale» e il fatto che «persino le falde acquifere più profonde e gli stessi pozzi di captazione dell'acqua potabile (2 km più a valle) erano interessati da quel fenomeno».

4 STUDI PER NASCONDERE LA VERITÀ

Tutte cose che l'azienda sapeva benissimo perché nel 1991 in uno studio commissionato dalla stessa Montecatini / Montedison alla società Praoli si invitava la direzione a prendere provvedimenti.
Nel 1994 spunta poi una relazione ambientale redatta dallo stesso personale dell'azienda: da questo documento i problemi di inquinamento «vennero drasticamente dimensionati», nonostante non si fossero fatti i lavori chiesti 3 anni prima.
Un terzo studio arriva nel 1997 condotto dalla Hpc: qui si rileva che su 100 campioni di terreno e 20 prelievi d'acqua analizzati c'erano alte concentrazioni di piombo. Ma questo dato non venne mai inserito nel documento ufficiale.
Nel giugno del 1998 arriva un quarto studio redatto da Molinari che «escludeva il peggioramento della situazione» da lui stesso rilevata nel 1991 e attestava l'assenza di mercurio nei terreni a sud dello stabilimento. Anche in questo caso, secondo l'accusa, erano stati utilizzati «referti analitici falsi siccome manipolati rispetto a quelli veri».
Durante la fase di indagine si è accertata inoltre la presenza di una «vera e propria documentazione da affiancare alle analisi effettivamente effettuate e contraddistinta con la dicitura falso rispetto a quelle contraddistinte con la dicitura "vero"».
Tutte accuse documentate dalla procura sulle quali le parti si confronteranno nel prossimo processo che potrebbe iniziare verso la fine di quest'anno e dove la difesa darà sicura battaglia per salvare il nome di una grande azienda e quella dei suoi dipendenti.

Alessandra Lotti 27/05/2008 9.52

LE SOSTANZE INQUINANTI E I DATI SBALLATI



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LE SOSTANZE INQUINANTI E I DATI SBALLATI

Sostanze rilevate in falda superficiale:

Arsenico (56 volte superiori al limite consentito)
Mercurio (1240 volte superiori)
Boro (74 volte)
Clorometano (11.067 volte)
Triclorometano (3.266.667 volte)
Cloruro di vinile (1.960 volte)
1,2- dicloretano (193 volte)
1,1 dicloretilene (24.000 volte)
Tricloroetilene (7.867 volte)
Tetracloroetilene (14.000 volte)
Esaclorobutadiene (667 volte)
Tricloroctano (24.500 volte)
1,1,2,2- tetracloroetano (420.000 volte)
Tribromometano (21 volte)
1,2- dibromoetano (180 volte)
Dibromoclorometano (120 volte)
Bromodiclorometano (152 volte).

In falda profonda hanno superato i limiti previsti dalla legge

Arsenico
Piombo
Boro
Benzopirene
Benzoperilene
Triclorometano
Monocloroetilene
1,2 dicloroetano.
1,1 – dicloroetilene
Tricloroetilene
Tetracloroetilene
Esaclorobutadiene
1,2 dicloroetilene
1,2 dicloropropano
1,1,2,2-tetracloroetano.

Sostanze rilevate in prossimità dei pozzi:

Hanno superato sempre i limiti minimi previsti dalla legge

Triclorometano (sostanza classificata come nociva, irritante e sospetta cancerogena)
Esacloroetano
1,1 diclortoetilene
Tricloroetilene (sostanza classificata come nociva e verosimilmente cancerogena, probabilmente mutagena)
Tetracloroetilene (sostanza sospetta cancerogena)
Tetraclorometano (sostanza sospetta cancerogena)
Esaclorobutadiene (sostanza sospetta cancerogena)
1,1,2,2 tetracloroetano (sostanza sospetta cancerogena)
Esaclorobutadiene (sostanza sospetta cancerogena)


Sostanza rilevate alla distribuzione

Hanno superato sempre i limiti minimi previsti dalla legge

Esacloroetano
Tetracloruro di carbonio
1,2 dicloroetilene (prelievi del 5 luglio 2007 su fontane pubbliche di Torre dei Passeri, Pescara e Chieti)
Esaclorobutadiene