Abruzzo e petrolio. Legambiente:«La Basilicata non è un esempio da seguire»

Alessandro Biancardi

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ORTONA. Quella del petrolio in Abruzzo è una scelta cruciale che difficilmente potrà coniugare le ragioni dell’Eni con quelle dei 10mila produttori agricoli e dei tanti operatori turistici presenti sul territorio. Questo il parere di Legambiente che ha presentato nei giorni scorsi il dossier: “Alla ricerca del Texas italiano”. Il progetto di un Centro Oli ad Ortona non poggia su basi concrete, come testimonia il caso di Viggiano (Pz).


ORTONA. Quella del petrolio in Abruzzo è una scelta cruciale che difficilmente potrà coniugare le ragioni dell'Eni con quelle dei 10mila produttori agricoli e dei tanti operatori turistici presenti sul territorio. Questo il parere di Legambiente che ha presentato nei giorni scorsi il dossier: “Alla ricerca del Texas italiano”. Il progetto di un Centro Oli ad Ortona non poggia su basi concrete, come testimonia il caso di Viggiano (Pz).Nei giorni scorsi ancora una presa di posizione del governatore Del Turco che minimizzava le contestazioni pubbliche e rilanciava ancora una volta il progetto dell'Eni sconfinando progressivamente in un isolamento pressocchè totale e sotto gli occhi di tutti.
Oltre le contestazioni sulle procedure adottate il grande tema affrontato da chi è contrario è l'assoluta mancanza di una politica energetica regionale per quella che una volta era la regione verde d'Europa. Ora una procedura amministrativa che non ha previsto il coinvolgimento del pubblico vorrebbe trasformare una zona da sempre vocata all'agricoltura.
«Dalle parole del governatore regionale abruzzese – ha dichiarato Antonio La Norte, direttore di Legambiente Basilicata - sembrerebbe che la Val d'Agri del petrolio sia un esempio da seguire, ma non si capisce quale sia la relazione tra lo sfruttamento petrolifero e un'agricoltura di qualità. Sono ormai 10 anni che il centro oli Eni è attivo a Viggiano con 30 pozzi dislocati su un territorio di 30-40mila ettari ad alta valenza naturalistica e 700 Km di condotte sotterranee».
«I dati riscontrati», dice Legambiente, «parlano però di spopolamento progressivo e nessuna ricaduta sull'occupazione diretta, la manodopera impiegata è altamente specializzata e proviene da altre regioni. Quanto alle ricadute indirette, la ricchezza promessa dalle royalties non si è vista, mentre il trasporto di petrolio in autocisterne ha già provocato incidenti pericolosi e sversamento di inquinanti sui nostri campi. L'incapacità della Regione Basilicata di far rispettare gli accordi presi, – continua La Norte – come ad esempio un sistema di controlli sulle emissioni in atmosfera autonomo rispetto all'Eni, ha permesso che dal 1999 l'azienda agisca indisturbata generando paura nei cittadini».
In Abruzzo, come nel resto d'Italia, complice anche l'ascesa dei prezzi del petrolio, è in atto un rilancio degli investimenti, una vera stagione delle trivelle, per la ricerca e l'estrazione dell'oro nero, mentre ci sarebbe bisogno di ripensare il nostro modello energetico.
«Con i suoi 3.831,39 Kmq di superficie interessata da permessi di ricerca e concessioni di coltivazione o stoccaggio– sostiene Angelo Di Matteo, presidente di Legambiente Abruzzo – l'Abruzzo è la regione italiana più coinvolta dalla vicenda idrocarburi. Lo abbiamo scritto nel dossier Alla ricerca del Texas italiano: a venire compromessa sarebbe l'area economicamente più forte della regione, caratterizzata da una agricoltura di qualità e da un'altissima densità abitativa. La vertenza sul Centro Oli di Ortona supera i confini locali e pone l'Abruzzo dinanzi ad una scelta cruciale: contano di più le ragioni del petrolio o quelle di oltre mezzo secolo di economia consolidata fatta di agricoltura e turismo?».

22/02/2008 16.16


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