Oggi la fiaccolata degli Amici dell’orso Bernardo

Alessandro Biancardi

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BISEGNA. Lacci, veleni, attività venatoria incontrollata, gestione inefficace dell’agricoltura e delle foreste: questi sono i pericoli per l’Orso bruno nell’Appennino centrale. Oggi alle ore 18:00 a Bisegna (Aq), per chiedere interventi concreti in questi settori, si svolgerà la fiaccolata per gli Orsi avvelenati al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise promossa da WWF e Ass. Amici dell’Orso Bernardo. «IN ABRUZZO LA GESTIONE FAUNISTICA È ANCORA ALL’ANNO ZERO»
Le due organizzazioni durante una conferenza stampa svoltasi a Pescara hanno rinnovato le proposte per l'adozione di atti concreti da parte degli enti coinvolti nel cosiddetto PATOM - Patto per la Tutela dell'Orso Marsicano, che si riunirà lunedì prossimo presso la Regione Abruzzo.
«Alla manifestazione – ha dichiarato Daniela Ida Conte dell'Associazione Amici dell'Orso Bernardo - sono giunte da tutta Italia centinaia di adesioni di associazioni, sindacati e semplici cittadini che vogliono testimoniare tutta la loro indignazione per questa barbarie chiedendo agli enti fatti concreti affinché la strage di orsi e lupi non si ripeta mai più. Quando Bernardo iniziò le sue scorribande nei centri abitati ci rimboccammo le maniche e iniziammo semplicemente a fare per la sua salvaguardia. Per anni abbiamo contribuito a controllare una situazione di potenziale conflitto tra uomo e fauna. Evidentemente il solo volontariato non basta».
Per il WWF sono 4 i principali campi d'intervento: adozione e applicazione di una legge contro lacci e veleni; gestione di agricoltura e foreste; sorveglianza sul territorio; ferrea gestione dell'attività venatoria.
«Il Patto per la Tutela dell'Orso Marsicano - PATOM - può essere uno strumento fondamentale per salvaguardare l'Orso solo se alle tante parole che in questi anni abbiamo ascoltato seguiranno finalmente i fatti da parte degli enti che lo hanno sottoscritto – interviene Michele Candotti, segretario generale del WWF Italia. Ci sono due momenti altrettanto importanti nella gestione dell'ambiente: prima l'adozione dei provvedimenti necessari e poi il controllo se siano realmente applicati sul territorio. Infatti, decisioni utili come quella di vietare la caccia al cinghiale in braccata nelle aree con presenza di orso perdono di senso se poi anche i semplici cittadini ci segnalano il mancato rispetto della norma. L'episodio dell'avvelenamento della scorsa settimana purtroppo non è isolato rispetto agli ultimi anni, visto che sono 6 gli orsi avvelenati e uno ucciso con i lacci. E questi numeri riguardano solo gli individui ritrovati. Finora, quindi, dobbiamo registrare l'incapacità degli Enti nella gestione della specie. Il WWF, che sull'Orso negli anni scorsi ha lanciato iniziative per richiamare l'attenzione, come la Marcia per l'Orso e i campi per il recupero degli alberi da frutta con i volontari, rilancia per l'ennesima volta le proposte operative già presentate negli anni passati e rimaste largamente inascoltate. Ora questa strage pone tutti davanti alle proprie responsabilità e al reale rischio dell'estinzione della popolazione appenninica di Orso bruno. L'estinzione è per sempre e il WWF valuterà tra sei mesi la reale volontà degli Enti di evitare questa catastrofe per la fauna».


In agricoltura gli assessorati competenti delle Regioni, in particolare Abruzzo, Lazio e Molise, possono impiegare i fondi europei destinati all'agricoltura, che sono dieci volte quelli delle aree protette, per varie azioni utili per l'Orso.
In primo luogo il WWF chiede l'attivazione delle cosiddette “indennità per i Siti di Interesse Comunitario”. Milioni di euro che possono andare ad agricoltori e comunità nelle aree in cui sia accertata la presenza della specie, con la decadenza di tali fondi come deterrente in caso di scomparsa.
Poi risorse destinate alla prevenzione dei danni da fauna selvatica come recinti elettrificati e altri dissuasori da distribuire agli agricoltori. E' doveroso attivare le misure dei Piani di Sviluppo Rurale 2007-2013 relative agli interventi agroambientali, e cioè, i fondi destinati agli agricoltori per coltivazioni a perdere e recupero dei frutteti montani abbandonati. Purtroppo per attivare tali misure l'Unione Europea pretende l'adozione dei Piani di Gestione dei siti SIC e su questo aspetto le regioni italiane e in particolare la Regione Abruzzo sono molto indietro.
Sulla sorveglianza le proposte riguardano la dotazione dei Corpi di Sorveglianza di adeguati mezzi per il controllo del territorio (telecontrollo, indagini specialistiche preventive, monitoraggio dei fenomeni in atto) e la richiesta di concentrare gli uomini sui servizi antibracconaggio sollevandoli da incarichi che poco o nulla hanno a che fare rispetto ai principali obiettivi previsti per i corpi di polizia ambientale. Si chiede anche l'adozione di precisi indicatori sui livelli d'efficienza/efficacia raggiunti dalla sorveglianza, come, ad esempio, la quantificazione dei servizi notturni, il numero di verbali e denunce elevati, il numero d'uscite a piedi sul territorio e di appostamenti effettuati ecc.


06/10/2007 13.23




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«IN ABRUZZO LA GESTIONE FAUNISTICA È ANCORA ALL'ANNO ZERO»

ABRUZZO. La morte di tre orsi e di due lupi nel Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise riapre il dibattito sulla gestione della fauna in Abruzzo. Di fatto quasi inesistente.
Nella regione verde dei Parchi, infatti, aree protette, Regione e Province non dispongono di strutture tecniche in grado di affrontare adeguatamente le problematiche del settore.
«Le sporadiche attività realizzate in questo campo», sostiene Franco Recchia, biologo, responsabile del servizio Gestione faunistica della Provincia di Pescara, «si svolgono senza alcun coordinamento tra i vari enti preposti (ma la fauna non conosce confini amministrativi!) e si devono esclusivamente alla buona volontà di pochi, veri specialisti, che lavorano con competenza e su basi scientifiche. Basta vedere il “Piano d'azione per la tutela dell'orso marsicano” (Patom), uno dei pochi progetti di una certa valenza scientifica attuati nella nostra regione, che si è potuto concretizzare solo grazie ad un finanziamento di 900.000 dollari donati da una ricca ereditiera americana».
Alla luce di queste considerazioni, viene spontaneo chiedersi: che fine fanno i milioni di euro che ogni anno vengono spesi per la gestione dei Parchi, se non vengono impiegati a sostegno di progetti mirati alla conservazione di una specie simbolo dell'Abruzzo come l'orso?
E quali sono i risultati finora ottenuti?
Ma lo stesso quadro deludente si registra, secondo il biologo, nella gestione delle popolazioni di ungulati.
«Il cervo», continua Recchia, «ormai ha raggiunto una densità tale nel Parco nazionale d'Abruzzo che inizia a competere seriamente con il camoscio. Sempre più numerose sono le segnalazioni di cervi ad alta quota, dove prima era presente il camoscio. Purtroppo anche in questo caso, come per l'orso, non si hanno dati precisi sulla densità di questa specie, ma ancor più grave è che non sia stata realizzata ad oggi alcuna ricerca per capire se effettivamente l'incremento dei cervi possa compromettere nel lungo periodo la sopravvivenza del camoscio sulle nostre montagne. Numeri certi mancano anche sulla distribuzione e condizione in Abruzzo di altri ungulati, ad esempio caprioli e cinghiali».
La situazione non è più rosea fuori dalle aree protette, dove la gestione della fauna compete alle Province, alle Regioni e agli Ambiti territoriali di caccia (Atc).
Gli strumenti di riferimento previsti dalla normativa vigente sono i “Piani faunistici venatori”, provinciali e regionali, che però non fornirebbero indicazioni - e quando ci sono non hanno solide basi scientifiche – su come gestire le popolazioni di ungulati, dei grossi carnivori e dell'avifauna in generale. Mancano addirittura stime di densità e carte di distribuzione delle specie cacciabili più banali quali fagiano, lepre e starna.
Il biologo poi rimarca l'assenza totale su questo fronte della Regione Abruzzo, che dovrebbe coordinare gli interventi dei vari enti preposti.
«La Regione», accusa Recchia,«non è stata nemmeno in grado di approvare il regolamento per la caccia al cinghiale, che è stato predisposto nel 2006 da un gruppo di tecnici dei vari enti interessati (caso unico in Abruzzo in campo faunistico!) ed è da mesi al vaglio della terza commissione consiliare. E una caccia non regolamentata, ovviamente, disturba non poco gli animali selvatici ed in particolare l'orso. Stessa sorte è toccata alla proposta di istituzione di un “Osservatorio faunistico regionale”, insabbiata dalla burocrazia. Tutto ciò nonostante gli enti territoriali abruzzesi, tra aree protette e non, continuino a sborsare ogni anno circa 1.200.000 euro per il risarcimento dei danni provocati dai cinghiali alle colture agricole. Se solo metà della cifra erogata per il rimborso dei danni venisse impiegata per mettere in atto progetti con personale opportunamente preparato e realizzare azioni mirate di prevenzione, il problema dei danni da cinghiale sarebbe in gran parte risolto».
A questo punto la preoccupazione più forte è che, sull'onda emotiva della morte dei tre orsi, saranno stanziati ulteriori fondi per la tutela del plantigrado.
E poi come saranno gestiti?
«Sicuramente male», sostiene Recchia.
Quale può essere allora la soluzione?
«Creare pool di specialisti all'interno dei vari enti preposti, che dovranno operare sotto la supervisione dell'Istituto Nazionale per la fauna Selvatica, organo tecnico-scientifico di riferimento per lo Stato, le Regioni e le Province, come previsto dalla normativa vigente. Le unità di esperti dovranno essere dotate di personale competente ed attrezzature specifiche, inoltre dovranno avere una veste giuridica differente da quella delle pubbliche amministrazioni, per non incorrere nei vincoli burocratici che di fatto non permettono di operare come e quando occorrerebbe: nella gestione della fauna ci sono dei tempi “biologici” da rispettare che non possono sottostare a quelli “amministrativi”! Inutile dire che di questi team di tecnici dovranno far parte solo laureati in discipline ambientali, che hanno sulle spalle anni di esperienza, e non persone dalle professionalità più disparate (avvocati, ragionieri, geometri), che si improvvisano esperti a danno degli enti nei quali lavorano e soprattutto del territorio».
«Vanno inoltre istituiti», conclude il biologo della Provincia di Pescara, «corpi specializzati di guardiaparco e guardie faunistiche provinciali, da impiegare esclusivamente nella gestione faunistica. Anche queste squadre dovranno avere una veste giuridica differente da quella degli organi di polizia, per poter operare prontamente, in qualsiasi momento, ma soprattutto dovranno affiancare i tecnici faunistici degli enti nei censimenti e in altre attività sul campo».

06/10/2007 12.55