CONFLITTI TRA ISTITUZIONI

D’Alfonso, le indagini, i complotti e la polizia: scatta interrogazione parlamentare

Il M5s chiede chiarezza al ministro su rapporti e influenza della politica sulla magistratura

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D’Alfonso, le indagini, i complotti e la polizia: scatta interrogazione parlamentare

Il questore ed il capo della Mobile

ABRUZZO. «Non comprendiamo i motivi di un attacco così feroce, oltretutto da una persona che sembrerebbe estranea al procedimento penale sulla speculazione immobiliare de La City, partita grazie ad un esposto presentato dal Consigliere regionale M5S Domenico Pettinari. Perché D'Alfonso ha attaccato un altro organo dello Stato, arrivando a pronunciare vere e proprie minacce? A cosa alludeva quando parlava di abusi? E perché ha speso parole di elogio per un magistrato? I suoi trascorsi giudiziari hanno influito sulle parole pronunciate oggi? E che rapporti ci sono tra D'Alfonso, magistratura e organi inquirenti? L'unica certezza che i cittadini avranno domani, purtroppo, è che lo spettacolo andato in scena oggi è inqualificabile, e che mai ci saremmo aspettati di arrivar e tale livello di barbarie e di arroganza».

Lo scrivono in una nota i parlamentari del Movimento 5 Stelle Colletti, Vacca Del Grosso preannunciando una interrogazione al ministero dell’Interno.

«L’attacco di Luciano D’Alfonso alla Squadra Mobile di Pescara», scrivono, «colpevole solamente di fare il proprio dovere, ovvero indagare per accertare eventuali reati commessi da politici e colletti bianchi, è un atto senza precedenti, a maggior ragione da parte di un Presidente di Regione che, quale autorità, dovrebbe cercare di tutelare l’indipendenza ed il lavoro delle stesse forze dell’ordine. Per questo abbiamo presentato una interrogazione al Ministro dell'Interno, a prima firma Colletti, per verificare che non vi siano interferenze, da parte di indagati o politici, nel lavoro degli organi inquirenti e per tutelarne l'attività».

Le esternazioni del presidente D’Alfonso non saranno archiviate molto facilmente sia per gli strascichi politici che inevitabilmente ci saranno, sia perché lo stesso D’Alfonso -parlando di complotti, manipolazione delle prove e di accanimento poco “onorevole” da parte di un investigatore in particolare di cui non ha mai fatto i nomi- ha preannunciato una non meglio identificata azione giudiziaria, probabilmente una denuncia, auspicando tra l’altro di essere chiamato dall’autorità giudiziaria augurandosi «accertamenti penali».

Il tutto è nato ieri in consiglio regionale quando il consigliere di centro destra Paolo Gatti ha fatto notare che l’intercettazione pubblicata tra D’Alfonso e Paolucci aveva come soggetti passivi due persone non indagate. Da qui la reazione di D’Alfonso che ha saputo prendere la palla al balzo, sbirciando sul tablet forse qualche appunto.

CHI PUO’ ESSERE INTERCETTATO?

Secondo Gatti sarebbe molto grave che due persone non indagate vengano intercettate quando il codice prescrive altro.

In realtà il codice non prescrive altro e chiarisce che per autorizzare le intercettazioni occorre una notizia di reato ed indizi il più possibili solidi che questo sia ipoteticamente possibile, se questo accade c’è poi la scelta dei soggetti da intercettare che possono essere i più vari ma tutti in qualche modo collegabili all’ipotesi di reato da verificare. Nel caso di Paolucci essendo assessore al bilancio e trattandosi La City di un investimento ingente il collegamento appare solido.

Non è affatto vero che gli intercettati devono essere indagati, sia perché c’è l’intercettato passivo (cioè chi parla con chi è intercettato) e sia perché le intercettazioni sono un mezzo per scoprire i responsabili del reato. Le intercettazioni sono richieste del pm che le motiva e vengono autorizzate dal gip.

E’ tanto vero questo che, per esempio, in caso di sequestro di persone spesso si intercettano i telefoni dei familiari (che non sono indagati) ma questo serve per scoprire gli autori del reato.

Altre volte si intercetta il denunciante -in caso di stalking o di minacce- per acquisire dati rilevanti sugli autori presunti dei reati che potrebbero telefonare e compiere nuovamente il reato denunciato.

Insomma un caso che non è un caso ma che ha dato la stura ad un vero e proprio putiferio politico-giudiziario.

Ed il clima di veleno che sa di rivalsa sembra arrivare dopo anni di apparente tranquillità ma nella quale il presidente della Regione -che si reputa vittima di giustizia- sembra non aver metabolizzato con equilibrio l’esperienza giudiziaria che lo ha visto assolvere pienamente in primo e secondo grado.

PROVE FALSE PER INCASTRARE D’ALFONSO?

Sta di fato che lo stesso D’Alfonso, anche privatamente, continua a raccontare di complotti orditi ai suoi danni descrivendo persone che avrebbero come unico scopo nella propria vita quello di annientarlo politicamente. Le accuse di falsificare le prove però, tra le altre generiche, sono certamente le più gravi.

Sono gravi perché si accusa di aver compiuto reati gravissimi ed odiosi chi dovrebbe investigare con equilibrio e giustizia e affermazioni del genere non possono cadere nel vuoto: se D’Alfonso ha ragione che vengano puniti pesantemente i responsabili; se D’Alfonso ha avuto un abbaglio anche questo dovrebbe essere perseguito penalmente visto che il codice prescrive anche questo come reato.

Del resto è stato lo stesso D’Alfonso a preannunciare la stagione delle denunce già un anno fa dichiarando reiteratamente che non avrebbe più tollerato frasi ingiuriose e calunniose nei suoi confronti.

Ma quelle di ieri appaiono anche come affermazioni incomprensibili perché lo stesso D’Alfonso ha elogiato per ben tre volte il magistrato Anna Rita Mantini che ha coordinato le indagini ma che nel caso di veridicità delle affermazioni del presidente sarebbe come minimo stata ingannata dalle prove false costruite ad arte dagli investigatori.

Viceversa anche il pm elogiato sarebbe parte del «concerto» cioè del complotto denunciato da D’Alfonso…

Ad oggi, a poco meno di 24 ore, non si registrano reazioni di nessun genere nè da parte del pm chiamato in causa pubblicamente, né dalla procura, né dalla questura da cui dipende la Squadra Mobile né da altre parti delle istituzioni. Un silenzio che sembra inchinarsi ad un clima politico che ha reso l’aria pesante negli uffici giudiziari abruzzesi.

Il Csm, nel caso, avrebbe qualche potere di tutela di magistrati e investigatori? Potrebbe rispondere il vicepresidente Giovanni Legnini.

Oppure potrebbe intervenire a difendere l’indipendenza di chi indaga il viceministro della giustizia Federica Chiavaroli appena nominata?

IL COISP SINDACATO DI POLIZIA INSORGE

 «Le parole rivolte alla squadra mobile di Pescara e, in particolare ad un investigatore, celano velate minacce, che non possono essere in nessun modo tollerate», si legge in una nota del Coisp, «questo sindacato vuole ricordare al Presidente che non è un perseguitato, ma è solo al centro di una vicenda giudiziaria che richiede trasparenza e che il nostro sistema giudiziario si basa sulla presunzione d'innocenza, e ci sono le opportune sedi per rivendicare qualsiasi atto persecutorio».

 Il Coisp auspica che, «dopo aver riflettuto su quanto detto, il Presidente della Regione faccia le doverose pubbliche scuse alla Polizia di Stato, ai suoi uomini e alle sue donne, che quotidianamente, con un lavoro silente, assicurano la tutela dei cittadini tutti. “Gli uomini politici non devono soltanto essere onesti, ma lo devono anche apparire”. Paolo Borsellino»