LE RAGIONI

Ordinanza falsa, Alessandrini &Co archiviati per aver commesso (e confessato) il fatto

Le ragioni tecnico-giuridiche della procura oscurano la semplicità della realtà

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Ordinanza falsa, Alessandrini &Co archiviati per aver commesso (e confessato) il fatto

PESCARA. Ci sono volute tre pagine di tecnicismi giuridici per giustificare per quale ragione una ordinanza falsa (dato accertato e non in contestazione, pure confessato) non fa scattare poi il  reato di falso in atto pubblico.

I pm Annarita Mantini e Mirvana di Serio, citando orientamenti giurisprudenziali, interpretazioni, commi e sentenze, spiegano per quale ragione il sindaco Marco Alessandrini, il suo vice Enzo del Vecchio e il dirigente Tommaso Vespasiano non possano rispondere penalmente del reato di falso.

Per ora per i tre indagati rimane in piedi il reato di omissione relativo alla mancata pubblicazione del divieto di balneazione, reato meno grave ma che non ha impedito a decine di migliaia di persone di fare il bagno in un mare inquinato con livelli sopra i limiti anche di tre volte.

La tesi accolta pienamente dal gip Maria Michela Di Fine, che ha archiviato definitivamente questa parte della vicenda, in sintesi si può riassumere con il fatto che l’ordinanza falsa che disponeva il divieto di balneazione (redatta il 3 agosto ma recante la data del 1° agosto) non è mai stata pubblicata pur essendo in realtà divulgata ad alcuni enti.

Il fatto che non sia stata pubblicata per «chiara volontà degli indagati» (integrando il reato di omissione di atti d’ufficio) ha di fatto salvato gli stessi accusati poiché avrebbero dimostrato la mancanza di volontà di procurare effetti negativi al pubblico che così non è stato “ingannato” dalla falsità ideologica perché non ne è mai venuto a conoscenza.

  Nel linguaggio dei pm suona così: «In sintesi l’ordinanza che si assume oggettivamente falsificata nella sua data apparente, in difetto del requisito essenziale della pubblicazione, fu in concreto inidonea a ledere o a tradire il bene interesse del pubblico affidamento. In difetto della sua esternalizzazione l’interesse finale a cui l’atto tendeva, ovvero la sua funzione probatoria, vennero meno sì da realizzare una condotta solo apparentemente tipica ma non in verità antigiuridica poiché inoffensiva».

LE INDAGINI DIFENSIVE PROVVIDENZIALI

Ma la procura di Pescara ha dovuto superare un'altra difficoltà costituita dal fatto che in realtà l’ordinanza -benchè non comparsa all’albo pretorio- era però stata diffusa e divulgata dal dipendente Giovanni Caruso e dunque tutto il castello teorico basato sulla inefficacia di un documento non “completamente formato” (perché non divulgato) poteva crollare.

Il dipendente comunale, sottoposto di Tommaso Vespasiano, era stata la persona che materialmente aveva creato il file word delle due ordinanze il 3 agosto alle ore 9.26 per poi cancellarle e sovrascriverle qualche ora dopo.

Le ordinanze erano state protocollate (con la data del primo  e 3 agosto) così come pienamente ammesso dal sindaco.

Le indagini difensive condotte dall’avvocato del sindaco, Vincenzo Di Girolamo, hanno, invece, raccolto la testimonianza del dipendente Caruso che ha ammesso di aver diffuso le ordinanze via mail ad alcuni enti «in maniera automatica», così come da prassi veniva fatto sempre.

Lo stesso Caruso ha poi dichiarato che avrebbe appreso «nel corso di una riunione avente ad oggetto il tema della balneazione che i files ricevuti dalla segreteria del sindaco … erano stati trasmessi solo per l’archiviazione, avendo il sindaco in persona dato disposizione di non pubblicare le due ordinanze» ma che egli «ignaro della volontà del sindaco» aveva proceduto ad effettuare le comunicazioni.

LA SEMPLICITA’ DEI FATTI, LE COMPLICAZIONI DELLA GIUSTIZIA

Di sicuro le argomentazioni utilizzate da procura e tribunale sono tutte valide e validate, probabilmente cento giudici avrebbero deciso allo stesso modo ma la realtà che racconta la giustizia anche questa volta rischia di essere difficilmente comprensibile per il cittadino comune che non mastica tecnicismi.

Come spiegare all’uomo della strada che il sindaco che ha raccontato bugie, è stato poi costretto ad ammettere di aver falsificato l’ordinanza retrodatandola, non è colpevole perché «non aveva la volontà» di recare danno in quanto aveva dato l’ordine di non pubblicare il documento?

Cioè il reato di falso non c’è perché in realtà gli indagati volevano compiere il reato di omissione così creando una sorta di reato che scrimina un altro.

Come si concilia una non rilevanza penale in concomitanza di una serie di atti e circostanze accertate per pianificare un piano ed una strategia per dissimulare la realtà?

Come si spiega semplicemente ad una persona semplice la non colpevolezza di chi ha falsificato un documento pubblico e lo ha anche ammesso?

La mancata colpevolezza viene in buona parte giustificata perché l’ordinanza falsa non è stata pubblicata ma è stata divulgata integrando così tutte le caratteristiche di un atto pienamente formato.

Eppure anche questo non basta perché la diffusione (cioè l’obbligo prescritto dalla legge) è da attribuire al dipendente che ha disatteso la volontà chiara del sindaco di non pubblicare.

Una ulteriore incongruenza attiene poi al protocollo: possibile che non ci sia nulla di strano nel protocollare il 3 agosto una ordinanza con la data dell’ 1? Tecnicamente come è avvenuto il protocollo retrodatato? Chi materialmente se n’è occupato e per quale ragione non si è rifiutato? Come è possibile che sia possibile?

Da una parte, dunque, le articolate  argomentazioni della procura per spiegare la mancanza del reato in presenza di un fatto accertato e confessato e, dall’altra, le persone semplici che  nonostante tutto ritengono che la deliberata menzogna scritta e orale da parte di un pubblico ufficiale debba in ogni caso essere sanzionata.