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Senato, oggi il sì definitivo alla riforma Costituzionale

Renzi punta a superare quota 161, Berlusconi raduna suoi

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Senato, oggi il sì definitivo alla riforma Costituzionale

 

ROMA. Il Senato approverà oggi pomeriggio in seconda lettura la riforma costituzionale, nel testo che presumibilmente sarà quello definitivo e che sarà sottoposto ai cittadini nel referendum dell'ottobre 2016.

Sembrava un passaggio parlamentare difficilissimo ad agosto, quando alcuni esponenti della minoranza Pd evocarono il "Vietnam", e che invece ha compattato Pd e maggioranza, dividendo piuttosto le opposizioni (con la lega pronta all'Aventino) tanto che domani Silvio Berlusconi radunerà i propri parlamentari per evitare la spaccatura interna.

Venerdì scorso l'Aula di Palazzo Madama ha concluso il voto sugli emendamenti e gli articoli del ddl Boschi, approvando tra l'altro proprio l'ultima delle modifiche che ha recepito gli accordi dentro il Pd e dentro la minoranza.

Dopo il sì di domani del Senato, il testo passerà subito alla Camera che, secondo le intese nella maggioranza, dovrebbe semplicemente confermarlo senza apportare alcuna modifica: cosa che dovrebbe avvenire entro Natale. A quel punto, come prevede l'articolo 138 della Carta per le modifiche costituzionali, il ddl Boschi sarà nuovamente sottoposto al Senato e alla Camera ad una seconda e definitiva approvazione.

In questa seconda lettura non sono previsti emendamenti, ma solo un sì o un "no" agli articoli e alla legge. Quindi con dei passaggi parlamentari più snelli e rapidi che dovrebbero concludersi entro primavera 2016, così da tenere il referendum confermativo nell'autunno.

Solo allora la riforma entrerà in vigore, e sarà attuata poi al momento dello scioglimento delle Camere, che Matteo Renzi dice debba essere a scadenza naturale, cioè nella primavera 2018.

Nella secondo lettura in Senato e alla Camera occorrerà la maggioranza assoluta, quindi 161 voti in Senato e 316 alla Camera, mentre domani basterà la maggioranza semplice.

Tuttavia i senatori della maggioranza sono stati precettati per far sì che il testo sia approvata con un quorum elevato, superiore ai 170, per dar prova di compattezza politica. Per altro in diverse votazioni sugli emendamenti si è raggiunta anche quota 178, grazia anche ai sì di Ala, il gruppo di Denis Verdini.

Le opposizioni puntavano sulla spaccatura interna al Pd, ma l'accordo raggiunto il 23 settembre, al momento di presentare gli emendamenti, ha sminato il percorso per il governo. Non a caso proprio la minoranza Dem è stata spesso attaccata da M5s e dalla Lega. Quest'ultima, dopo il fallito assalto a suon di milioni di emendamenti (82 milioni quelli presentati il 23 settembre) ha optato per l'Aventino, accusando di "inciucio" Fi che un paio di volte ha votato con la maggioranza. Ed in imbarazzo si trova il partito di Silvio Berlusconi, che domani riunirà senatori e deputati per evitare la spaccatura. Alcuni dei suoi senatori (come Augusto Minzolini) propone di seguire la Lega nell'Aventino; altri come Altero Matteoli, sono per il "no" alla riforma, ma rimanendo il Aula; e c'è chi, come Riccardo Villari, annuncia il sì alla riforma e invita il partito a fare altrettanto, per potersi un domani sedersi al tavolo se si dovesse modificare l'Italicum. Berlusconi punta almeno ad evitare di votare in ordine sparso.