LA DENUNCIA

Acquedotto Ruzzo: «troppe ombre» sul potenziamento da 52 milioni di euro

I dubbi della consigliera comunale Marroni che ha letto i documenti

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Acquedotto Ruzzo: «troppe ombre» sul potenziamento da 52 milioni di euro

TERAMO. Nei giorni scorsi il presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso ha convocato un incontro presso la Ruzzo Reti S.p.A., società interamente pubblica partecipata dal Comune di Teramo per l’11,37%, per illustrare a tutti i sindaci della provincia teramana «un’opera di importanza strategica» per il territorio.

Si tratta del più volte annunciato progetto di potenziamento dell’acquedotto che risulterebbe depositato al Cipe dal 2008 (stando alle parole del presidente della società Antonio Forlini), che avrebbe un costo complessivo di circa 52 milioni di euro, dei quali da ultimo il governatore D’Alfonso ha pubblicamente annunciato il finanziamento di 33 milioni di euro per operare un primo completamento, consistente nell’aumento della capacità di potabilizzazione dell’impianto di Montorio al Vomano (da 730 a 1460 litri al secondo) e nell’ampliamento dell’acquedotto sul lato teramano (da realizzarsi grazie ai fondi ottenuti nell’ambito del decreto “Sblocca Italia”) tramite una nuova condotta da 30 chilometri che porterà acqua dalla diga di Piaganini alla costa teramana.

La consigliera comunale di Teramo Maria Cristina Marroni ha presentato una richiesta di accesso agli atti per acquisire tutta la documentazione relativa al progetto e comprendere cosa accadrà.
Secondo la Marroni, contrariamente agli entusiasmi manifestati da tutti i sindaci presenti al convegno dei giorni scorsi, ci sarebbero «numerosi dubbi e preoccupazioni».
«Intanto», spiega Marroni, «sembrerebbe che l’infrastruttura abbia quale finalità quella di aumentare enormemente la potabilizzazione dell’acqua presente nel lago di Piaganini (insistente sul fiume Vomano nel Comune di Montorio al Vomano), per poi immettere tale acqua potabilizzata nelle condotte che giungono nelle case dei cittadini teramani. E’ il caso di ricordare come l’acqua potabilizzata sia notoriamente e decisamente di qualità più scadente rispetto all’acqua di sorgente, e ne sanno qualcosa i cittadini di Bologna, di Firenze, di Milano e di moltissimi altri Comuni italiani».
In secondo luogo, sottolinea sempre la consigliera, «l’acqua potabilizzata è molto più costosa per l’utenza, in quanto richiede appunto un processo di potabilizzazione che necessita di infrastrutture, apparecchiature, investimenti, manutenzioni, interventi costanti, sostituzioni periodiche, tutti costi che l’acqua di sorgente non deve sopportare».

Secondo Marroni sembrerebbe insensato potenziare l’acquedotto del Ruzzo «in quanto il fabbisogno provinciale di acqua corrisponderebbe a 1.500/2.000 litri al secondo, quantitativo congruente con la portata teorica dell’acquedotto esistente il quale – qualora venisse minimamente efficientato – sarebbe di certo sufficiente al fabbisogno richiesto e consentirebbe l’erogazione di acqua di sorgente alla grande maggioranza delle utenze».

LE PERDITE DELLA RETE IDRICA
«Notizie informali ma autorevoli», ricorda Marroni, «rivelano che le perdite nella rete idraulica del Ruzzo ammontino a circa il 30%, stime prudenziali che tralasciano peraltro di considerare molte situazioni particolari le quali farebbero lievitare ancora la percentuale complessiva. Appare evidente che, qualora confermati tali dati, sarebbe di gran lunga più conveniente mettere in atto un piano di manutenzioni che riducano ad un contesto di normali percentuali le perdite della rete acquedottistica locale, consentendo il recupero di ingenti flussi di acqua di sorgente e riducendo i notevoli danni a terzi che tali perdite causano costantemente».

Infine, il progetto intrapreso dal Ruzzo e benedetto da Luciano D’Alfonso secondo la consigliera andrebbe contestualizzato, «tenendo conto del fatto che origina al tempo delle feroci discussioni relative all’opportunità di realizzare il terzo traforo del Gran Sasso. A quel tempo, di fronte al rischio concreto di perdurante intorbidimento delle acque nella zona di captazione (rischio collegato appunto con la realizzazione della terza canna), si pensò di tutelarsi con un vasto progetto di potabilizzazione che avrebbe salvaguardato l’erogazione di un bene primario come l’acqua alla cittadinanza. Ma tali rischi sono stati scongiurati con la sconfitta democratica dei fautori del terzo traforo, per cui oggi il paventato raddoppio della portata del potabilizzatore di Collevecchio (sempre nel Comune di Montorio), potabilizzatore al servizio dell’invaso di Piaganini che passerebbe da 730 litri/secondo a 1.460 litri/secondo (stando agli entusiasti fautori del progetto odierno), appare sovradimensionato rispetto alle reali esigenze idriche della provincia teramana».