POLITICA

"L'Italia chiamò", il manifesto dei sindaci del Pdl

Ecco il documento integrale dei primi cittadini "rottamatori" del Pdl

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

1366

"L'Italia chiamò", il manifesto dei sindaci del Pdl

L'ITALIA CHIAMÓ!

SINDACI E AMMINISTRATORI LOCALI INSIEME PER LITALIA

 

IL GIOCO DELLOCA

L’Italia ha bisogno di una nuova classe dirigente. Il Paese reclama un rapporto nuovo con una classe dirigente che sia in grado di assumersi responsabilità, fare delle rinunce prima ancora di chiedere sacrifici.

Il nuovo che serve non è nuovismo ma diversità. Diversi devono essere i rappresentanti democratici, diverso l’approccio alla politica, diverse le competenze. La diversità consiste nel sapere interpretare lo spirito del tempo, comprende il ricambio generazionale ma non fa della carta d’identità una ragione di esclusione. La diversità è quella capace di costruire un’idea del Paese adeguata ai tempi ed al futuro, e di realizzarla. La diversità non è nelle teorie ma nelle persone, e sono le persone a dare vita al concetto di classe dirigente perché le idee camminano sulle gambe di chi le porta, sempre.

La globalizzazione, le macerie lasciate dalla irrisolta stagione di Tangentopoli, vent’anni di bipolarismo conflittuale come prassi della politica capace di attecchire sia nel centrodestra che nel centrosinistra, hanno determinato al nostro Paese un perverso gioco delloca della politica che ci vede partire ogni volta dalla promessa di ingegnerie istituzionali, elettorali, costituzionali, passare per apparenti mutazioni dell’offerta politica con nascita di partiti, coalizioni e schieramenti, per poi ritrovarci sostanzialmente con lo stesso personale politico e programmi mai attuati se non talvolta neppure enunciati. Per poi ancora ripassare dal via, ancora con l’inseguimento di nuovi modelli elettorali, costituzionali, istituzionali, nuove offerte politiche e così via, senza fine. E senza alcun progresso ne’ apparente ne’ sostanziale ad ogni giro del gioco!

 L’Italia ha bisogno di una nuova classe dirigente, perché per uscire da questo circolo vizioso serve un coraggio che può avere solo chi voglia mettersi in gioco, metterci la faccia. E’ urgente e necessario che emerga una nuova classe dirigente che abbia la forza di affermare e dimostrare che non è così che deve funzionare. Anche perché così non funziona!  

DAI PROFESSIONISTI DELLA POLITICA AL NUOVO CONTRATTO SOCIALE 

Il tessuto sociale del nostro paese, ancora ricco di energie e risorse che consentono dopotutto di resistere sull’orlo del baratro senza precipitarci, merita e necessita risposte dalla politica. La risposta che tutti si attendono è quella di rinnovare un contratto sociale che ormai è ampiamente e disperatamente rescisso. Un contratto sociale tra la società e chi la governa e l’amministra che preveda un leale scambio tra potere e attenzione alla comunità, tra delega e risultato. Senza questo non c’è taglio ai costi e riduzione delle cariche della politica che da soli possano bastare a recuperare alla politica e all’amministrazione il ruolo che – seppur ben diverso da quello del ventesimo secolo – ancora possono e devono svolgere nella società. Nessuno dei professionisti della politica di oggi ha mai avuto il coraggio di dichiarare questo re nudo, compresi quelli del centro destra, che devono lealmente saper riconoscere i propri limiti ed i propri errori, che hanno condizionato il PDL nel fargli perdere molte occasioni negli ultimi anni.

Da decenni con stupefacente continuità chi ci governa, o meglio chi detiene funzioni di governo, cerca di volta in volta di “coprire” questa difficile realtà mettendo al centro del dibattito questioni che nascondono la radicale esigenza di un nuovo contratto sociale e del ruolo diverso che la politica può svolgere. Il professionismo della politica oggi non è più né possibile né giustificato.

Questa concezione della rappresentanza negli ultimi venti o trenta anni ha prodotto partiti personalistici e familiari, voraci di risorse pubbliche e avari di attività politica sul territorio.

Partiti animati da una classe numerosa di soggetti che dovendo vivere di politica hanno alimentato un’amministrazione inutilmente ingombrante.

Da qui, da questo apparato onnivoro di spese, nasce l’impossibilità di concentrare le sempre minori risorse disponibili su quei pochi, semplici obiettivi di politica pubblica per far cambiare direzione in maniera trasparente al rapporto tra politica e società.  Oggi infatti la politica e l’amministrazione fanno da freno ad una società che voglia esprimere e massimizzare le proprie potenzialità; è questo il fenomeno che ha deteriorato il contratto sociale negli ultimi trent’anni.

TRE PUNTI FERMI PER UNA  NUOVA STAGIONE

Il governo dei tecnici era forse l’ultima occasione per l’attuale classe dirigente di dedicarsi a poche e semplici questioni chiave che mancano drammaticamente all’offerta politica del nostro Paese da decenni:

-          programmi chiari su poche e realistiche cose da fare per dare una fisionomia al nostro Paese, per rispondere alle sfide della crisi e della globalizzazione con un’idea di Paese circoscritta e imperniata sui pochi ma preziosi vantaggi competitivi reali, superando la retorica e le velleitarie vocazioni da superpotenza che ci ha consentito la geopolitica del Novecento;

-          alleanze chiare tra partiti veri, radicati sul territorio e con identità da definire una volta per tutte, con una seria conventio ad excludendum per quei partitini personali ed infinitesimali che sono stati protagonisti delle stagioni di mercato in Parlamento e di caccia all’ultimo voto delle mega-aggregazioni, fatte per vincere le elezioni e perdere il governo. Alleanze basate sulla condivisione dei programmi e non su amicizie d’interesse;

-          la valorizzazione delle energie e delle competenze di una classe dirigente nuova e credibile per quegli stessi partiti. Una classe di amministratori ed eletti, radicati sul territorio, scelti dalle comunità, capaci di confrontarsi con i problemi reali e soprattutto portatori di uno spirito di innovazione della politica che non si trova in nessuna offerta politica attuale. Una classe dirigente che garantisca, almeno parzialmente un ricambio generazionale e decreti la conclusione della triste stagione neo-feudale delle liste fatte di delfini, amici, amiche, o peggio… Una classe dirigente spendibile in una nuova stagione della politica.

 LA CLASSE DIRIGENTE CHE GIA CE: AMMINISTRATORI, COMPETENTI, ELETTI

In questo stallo, il governo dei tecnici avrebbe potuto giocare un ruolo di filtro e la classe politica avrebbe potuto provare a ristabilire un contatto con il paese. Ora, a meno di un anno dalla nuova legislatura, non sembra poter essere motore di un nuovo contratto sociale. A far questo dovrà essere una classe dirigente diversa, composta da persone con caratteristiche specifiche:

-          donne e uomini che siano estranei al deterioramento della politica come professione, che siano genuinamente estranei alla dinamica di attesa consenziente e avanzamento per cooptazione che ha caratterizzato la vita politica della Seconda Repubblica;

-          donne e uomini che percepiscano lattività politica come temporanea, nelle funzioni apicali, e di mero servizio nelle funzioni  rappresentative;

-          donne e uomini che sappiano confrontarsi con il Paese reale in tutte le sue forme e accezioni, che abbiano rapporti radicati con i propri territori di appartenenza e che siano in grado di comunicare con nuovi strumenti e nuove modalità;

-          donne e uomini che abbiano già dimostrato delle capacità, che abbiano dato prova di saper lavorare in condizioni di difficoltà e di scarsità di risorse e di saper portare dei risultati nella propria vita, pubblica o privata che sia.

-          donne e uomini si impegnino sul proprio onore ad atteggiamenti di trasparenza assoluta nei confronti della gestione pubblica.

 E’ questa la fotografia di una classe dirigente  formata da chi già amministra il bene pubblico sui territori e per le loro comunità; donne ed uomini collegati tra loro dalle funzioni che esercitano, non nominati ma scelti dal corpo elettorale con la richiesta di buona amministrazione, abituati a confrontarsi con problemi reali, a gestire apparati burocratici, a trovare soluzioni pratiche e solide. Una classe dirigente che oggi ha la legittimazione di proporre al Paese un nuovo contratto sociale; che può credibilmente proporsi per attuare un’idea di Paese chiara ed esplicitata; che può superare la divisione tra guelfi e ghibellini e porsi come terza via tra la casta e l’antipolitica.

Una classe dirigente con queste caratteristiche lItalia già ce lha. E’ composta dai tanti amministratori locali che non hanno mai smesso di essere votati e giudicati direttamente dai cittadini.

Donne ed uomini pubblici che quando amministrano le città sanno che non potranno farlo per più di 10 anni; che sanno di dover gelosamente conservare una propria vita lavorativa perché quella politica è un’attività di servizio e non consente loro di mantenersi. E la classe degli amministratori locali lunica parte della politica che ha prodotto risultati, contribuendo negli ultimi dieci anni al risparmio della spesa pubblica per un valore doppio in percentuale rispetto all’incidenza sulla spesa stessa (dal 2002 il 9% dei risparmi di spesa pubblica è avvenuto grazie ai Comuni, che sono invece responsabili di circa 4% della spesa pubblica complessiva); sono loro ad essere responsabili solo del 3% dell’enorme debito pubblico che grava sull’Italia; che quotidianamente rappresentano il riferimento più immediato e disponibile per i cittadini (che si tratti di terremoti ed emergenze da neve e rifiuti, oppure delle infinite micro questioni che quotidianamente investono le comunità dalle più grandi alle più piccole). Donne e uomini pubblici capaci di disarmare le ragioni dellantipolitica e di non essere percepiti come casta, come l’esito dei sondaggi sulla popolarità dei sindaci costantemente dimostra.

È il momento che in Italia si faccia avanti con coraggio questa classe dirigente nuova perché titolata di oggettivi meriti guadagnati nel campo dell’amministrazione e della legittimazione democratica, per candidarsi a forgiare un’idea di Paese ed a governarlo.

Una nuova classe dirigente che condivide anche un dato generazionale non collegato esclusivamente alla variabile anagrafica, che pure ne è parte fondamentale, ma allo spirito del tempo che serve.

6 AZIONI E UNA RINUNCIA PER FAR RIPARTIRE LITALIA

È urgente dunque una mobilitazione collettiva, finché ancora ci sono tempi ragionevoli per prepararsi alle elezioni di fine legislatura, che faccia emergere la classe dirigente che ha queste caratteristiche e che finalmente consenta una reciproca legittimazione tra offerte politiche alternative, fortemente basata sulle due direttrici da cui può ripartire il Paese: il rapporto con il territorio e con i cittadini da una parte e un dato generazionale per dare spazio ai più giovani, ma soprattutto a quei giovani e meno giovani mai entrati in logiche di cooptazione.

Tutte le ipotesi di liste civiche per l’Italia basate sulle esperienze di amministratori locali è necessario che si trasformino in costruttori di azioni per l'Italia.

Bisogna rompere gli indugi per superare lo stallo prodotto da parte di classe politica, consentendo alla potenziale nuova classe dirigente di emergere. Questo è vero per tutti coloro che sono già nuova classe dirigente. Ma in particolar modo è vero per chi si colloca in un centro destra ideale e può aderire al programma per far ripartire l’Italia, fatto di 6 azioni, per il partito, per le alleanze, per il programma di governo per la prossima legislatura e con la rinuncia ad ambizioni personali.

1.       Rifondare il Popolo delle Libertà, azzerando tutte le cariche e tutti i ruoli per cui non si è stati eletti e aprendo il partito a tutti coloro che si riconoscono nei valori moderati, cattolico-democratici e di riformismo liberale che in Europa si ritrovano nel Partito Popolare. La richiesta è rivolta indistintamente al Segretario e al Presidente del Partito, o a chiunque possa legittimamente assumere una decisione di rifondazione del Popolo delle Libertà. È infatti inaccettabile che il partito di gran lunga di maggioranza in Parlamento, che tanti consensi popolari ha registrato nonostante il calo più recente, resti immobilizzato a pochi mesi dalle elezioni, senza una linea su alleanze e contenuti e senza neppure sapere se il suo fondatore si candiderà.

2.       Selezionare una classe dirigente nuova e credibile sul territorio, mediante una consultazione popolare aperta, da tenersi tassativamente entro Ottobre 2012, per individuare i candidati alle prossime elezioni politiche e i riferimenti del partito sul territorio.

Il dibattito sulle primarie e sulla loro utilità per designare il candidato premier è superfluo, tanto più che restiamo in una Repubblica Parlamentare e – senza conoscere la legge elettorale – non è neppure detto che il Presidente del Consiglio designato possa effettivamente diventarlo (ad esempio se la nuova legge fosse proporzionale senza premio di maggioranza assoluta o se con l’attuale legge ci fosse un pareggio al Senato). Quello che serve è un momento credibile di dialogo e mobilitazione degli elettori per far uscire il processo elettorale dalle segrete stanze dei partiti e per evitare con una vera politica anticasta che l’odio per la casta ci condanni inesorabilmente all’antipolitica.

3.       Chiarire a noi stessi e agli elettori che i problemi che affliggono l’Italia sono tali da richiedere con le nuove elezioni lavvio di una vera e credibile stagione costituente che segnali ai mercati e al mondo intero che l’Italia ha intenzione di voltare pagina. Troppo alti i rischi di condizionamenti da parte di posizioni minoritarie e conservatrici negli schieramenti tradizionali della seconda repubblica, senza un vero patto costituente tra le forze che attualmente sostengono il Governo Monti.

L’Italia non ha bisogno di un nuovo Ulivo, frutto di un accorpamento perverso di PD e UDC, fatto solo per portare Bersani a Palazzo Chigi e Casini al Quirinale; e non ha neppure bisogno di una vittoria di misura del centrodestra.

L’Italia ha bisogno che i due schieramenti naturali che in futuro dovranno contendersi la responsabilità di governare, il centrodestra popolare e il centrosinistra socialdemocratico – chiunque risulti vincitore o anche collaborando come hanno fatto in questa stagione – concentrino gli sforzi su un essenziale ma fondamentale programma di riforme per una stagione costituente. In questo senso vanno ricercate alleanze e convergenze leali e trasparenti con quei movimenti e liste che si richiamino a specifici territori sottolinenando l'importanza di un effettivo federalismo e decentramento delle funzioni verso la periferia, imponendo severi limiti di spesa ma anche lasciando liberi gli enti locali di organizzarsi territorialmente come meglio credono e rendendo possibili, anche con eventuali referendum, nuovi confini territoriali amministrativi che siano espressione della volontà popolare e degli enti locali interessati.

4.       Definire un piano per salvare leconomia italiana. In condizioni normali, la politica può compiere delle scelte allocative sulle quali è ragionevole e doveroso che le forze politiche si dividano e prevedano le proprie opzioni preferite, come tipicamente avviene nella definizione delle priorità su cui investire o sui segmenti della società da tutelare di più. Tuttavia nella situazione in cui si trova oggi l’Italia è abbastanza facile riconoscere che ancora per diversi anni – fino a quando il ciclo economico non si sarà invertito con una ripresa significativa – l’unica ricetta possibile consisterà nel reperire risorse attraverso la dismissione di patrimonio, prelievi straordinari e tagli di spesa, per ridurre debito e finanziare crescita e ammortizzatori sociali.

Una fase costituente, rifondativa dell’economia italiana potrebbe e dovrebbe risparmiare al nostro Paese lo stillicidio dell’inseguimento continuo, manovra dopo manovra, di obiettivi di bilancio mai raggiunti e sempre ridefiniti con alchimie contabili. Non esiste alcuna alternativa ad una riduzione del debito basata su entrate straordinarie da dismissioni di patrimonio pubblico e da prelievi straordinari, da realizzarsi mediante forme di patrimoniale che tengano conto di come i patrimoni sono stati acquisiti; misure che dovranno però essere accompagnate dalla drastica riduzione della spesa pubblica, accompagnata da risorse per investimenti e per finanziare gli ammortizzatori sociali necessari a compensare gli effetti sull’occupazione e sull’economia in generale. La spesa pubblica infatti è spesso determinante per l’economia di alcuni territori e una sua credibile contrazione deve essere accompagnata da istituti che consentano di mitigarne gli effetti. Un esempio su tutti: qualsiasi chiusura di enti, istituzioni, società pubbliche – per quanto “inutili” e inefficienti – non è credibile ed ha costi sociali e anche economici troppo alti, senza politiche chiare di riconversione dei lavoratori interessati da quelle chiusure.

Più in generale, ridurre le spese spesso comporta investimenti iniziali ed è dunque fondamentale reperire risorse per la crescita e per rendere credibili i tagli alla spesa. Si propone pertanto di applicare una regola 50-30-20: per ogni 100 milioni di risorse reperite da maggiori entrate (dismissioni, recupero di evasione, imposte patrimoniali una tantum), 50 milioni dovrebbero essere destinati ad abbattere debito, 30 ad investimenti e misure per la crescita, 20 ad investimenti mirati alla riduzione della spesa. Ciò tuttavia non è sufficiente, perché la misura principale per la crescita è la riduzione della tassazione sul lavoro e del cuneo fiscale, per cui il programma economico di risanamento deve prevedere con tempi certi, al raggiungimento degli obiettivi prefissati di maggiori entrate e minori uscite, lautomatica riduzione in una proporzione data della tassazione sul lavoro. Queste misure potrebbero già molto, ma la loro piena efficacia è condizionata dalla capacità che l’Unione Europea dimostrerà di resistere alla speculazione e operare come una vera e propria unione politica ed economica. È troppo tardi per accarezzare ipotesi di uscita dell’Italia dall’Euro e troppi sacrifici sono stati già fatti per pensare che ci siano alternative valide alla riuscita del progetto comunitario. È anzi venuto il momento che la politica anche in Europa torni ad avere la meglio sulla burocrazia: le soluzioni tecniche sono molteplici e dovranno essere approfondite, ma la scelta di fondo deve essere quella di fare in modo che lEuropa come ogni altro stato Federale possa difendersi dalla speculazione e operare sui mercati come un soggetto unico e aggregato (certamente limitato ai pochi paesi più omogenei, rimandando eventualmente i piani di allargamento dell’Unione monetaria) con un bilancio e sovranità anche accresciuti. Con l’uscita dell’Unione Europea dall’attuale impasse e dopo l’attuazione credibile per alcuni anni di un programma di risanamento basato su questi presupposti, sarà possibile tornare a concentrare il dibattito politico sulle diverse alternative di natura allocativa, proprie dei diversi schieramenti.

5.       Ripensare radicalmente il rapporto tra le istituzioni e i cittadini. Il finanziamento e i costi della politica vanno riformati e ridotti drasticamente. La stagione costituente di cui ha bisogno l’Italia deve prevedere la rapida approvazione di una riforma del finanziamento ai partiti, con la previsione che siano i cittadini a deciderne l’ammontare devolvendo somme fiscalmente detraibili e deve tempestivamente introdurre una corretta, ridotta retribuzione dei ruoli elettivi, in linea con quella attualmente prevista per Sindaci e amministratori. La giustizia e la burocrazia amministrativa per cittadini e imprese devono essere riformate, con procedimenti più brevi e vere semplificazioni e tutele. Il processo del federalismo fiscale e istituzionale deve essere ripreso e attuato, per consentire davvero un chiaro e trasparente collegamento tra le imposte pagate dai cittadini e la responsabilità di chi le spende e amministra, sulla base di costi e fabbisogni standard.

6.       Concentrare tutti gli sforzi sulla web economy, vero motore dello sviluppo. L’internet economy infatti ha contribuito al 2,1% del PIL italiano nel 2010, pari a circa 33 Miliardi di Euro; ed è un valore analogo a quello dell'agricoltura, o delle utilities. Questo dato, se accompagnato da politiche di sviluppo del settore, potrebbe raddoppiare entro il 2016. Internet ha già creato 320mila posti di lavoro in più in Italia, al netto di quelli perduti a causa della digitalizzazione. Esiste una stretta correlazione tra diffusione di Internet e creazione di posti di lavoro. Se l'Italia avesse la stessa diffusione di internet della Francia, avremmo ogni anno 186mila posti di lavoro in più, di cui 96mila destinati ai giovani. Occorre pertanto promuovere l’utilizzo di strumenti adeguati nelle pubbliche amministrazioni tutte. Iniziando agli open data per la trasparenza e la partecipazione del cittadino. In ottica di una spending review si deve investire nel cloud computing, che oltre a far diminuire moltissimo i costi, produrrebbe anche una riduzione di burocrazia non indifferente.

Queste sono a nostro avviso le 6 azioni necessarie per far ripartire l’Italia. Su queste azioni i firmatari di questo documento intendono impegnarsi, ciascuno – sindaci e amministratori in primo luogo – con la consapevolezza che essere classe dirigente in questo momento nel nostro Paese, richiede impegno e responsabilità.

Ma soprattutto con la consapevolezza che la credibilità del nostro impegno è innanzitutto in un irrevocabile atto di rinuncia: la rinuncia a qualsiasi forma di coinvolgimento politico per il Popolo della Libertà da parte dei firmatari di questo documento qualora non dovesse essere possibile perseguire questa agenda; ma anche e soprattutto la rinuncia da parte di chi, da Sindaco, amministra già il proprio territorio, a qualsiasi ipotesi di candidatura al Parlamento, in nessun caso.

Perché siamo convinti che queste azioni sono quelle necessarie all’Italia e abbiamo l’unica ambizione di mettere a disposizione del Paese e del soggetto politico in cui intendiamo militare, l’esperienza e la credibilità di chi amministra con impegno; non siamo disponibili ad alcuna forma di cooptazione e non ci interessano ruoli, ma solo ed esclusivamente che si faccia ciò di cui l’Italia ha bisogno.

Primi firmatari e promotori:

Alessandro Cattaneo, Sindaco di Pavia

Luigi Albore Mascia, Sindaco di Pescara

Pasquale Aliberti, Sindaco di Scafati

Guido Castelli, Sindaco di Ascoli

Umberto Di Primio, Sindaco di Chieti

Nicola Ottaviani, Sindaco di Frosinone

Oreste Perri, Sindaco di Cremona

Paolo Perrone, Sindaco di Lecce

Giovanni Schiappa, Sindaco di Mondragone

Roberto Visentin, Sindaco di Siracusa

Marco Zacchera, Sindaco di Verbania

Maurizio Brucchi, Sindaco di Teramo