Si dimettono i consiglieri di minoranza della commissione di vigilanza

Alessandro Biancardi

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Si dimettono i consiglieri di minoranza della commissione di vigilanza
PESCARA. «Non possiamo sottostare all'arroganza di questa amministrazione che calpesta continuamente i diritti della minoranza tagliando ogni tipo di dialogo, cancellando ogni diritto alla trasparenza e calpestando ogni regola». Sono queste le motivazioni che ieri hanno spinto i consiglieri di minoranza, componenti della commissione di vigilanza, a dimettersi in gruppo. IL NO DEL CONSIGLIO
Protestano contro la decisione del centrosinistra resta in consiglio comunale di non istituire una commissione speciale di indagine.
L'organismo bocciato dal consiglio comunale, come si sa, avrebbe dovuto fare chiarezza e proporre una relazione nella quale si sarebbero potuti dipanare gli intrecci tra le cooperative sociali chiamati a gestire il verde pubblico della città di Pescara e la stessa amministrazione comunale.
D'altro canto era stato lo stesso consiglio, con un ordine del giorno, ad impegnare la commissione di vigilanza a chiarire e dare risposte politiche e amministrative.
Si sono però dimessi Augusto Di Luzio (An), Luigi Albore Mascia (An), Felice Grosso (Dc), Carlo Masci e Berardino Fiorilli (Pescara Futura), ed il presidente Guerino Testa (Fi).
La loro decisione ha di fatto bloccato l'attività della commissione di vigilanza, essendo inopportuno che un tale organismo in seno all'amministrazione comunale continui a svolgere i propri compiti con i soli componenti della maggioranza.
«Una sana politica scevra da compromissioni affaristiche non può lasciare spazio ad insinuazioni e dubbi», ha spiegato Guerino Testa, «ma deve operare nella massima trasparenza per evitare che venga messo in discussione il rapporto di rappresentanza fiduciario che esiste con la collettività. Per questo motivo riteniamo che non si possa abbassare la guardia su fenomeni deviati attraverso una sistematica violazione delle regole poste a garanzia di tutti, diventano strumenti per consolidare un potere basato sul peggiore clientelismo».
Sotto accusa rimane proprio il sindaco Luciano d'Alfonso «responsabile politico», viene definito, che sull'argomento preferisce non proferire parola e tirare dritto sfoderando nuovi numeri che distolgono l'attenzione dall'argomento.
«Non possiamo accettare che la dignità del consiglio venga costantemente sfregiata», ha aggiunto Carlo Masci (Pescara Futura), «è paradossale, infatti, che il consiglio non possa scegliersi gli strumenti che ritiene più utili per fare chiarezza su una vicenda che ha minato la credibilità dell'istituzione agli occhi della gente e debba invece sottostare alle imposizioni di chi deve considerarsi il vero responsabile politico degli atti che oggi sono sotto osservazione della magistratura penale».

LA RACCOLTA DI FIRME

«Anche se lo statuto non lo prevede», ha aggiunto Augusto Di Luzio (An), «riteniamo opportuno a questo punto coinvolgere i cittadini attraverso una raccolta di firme che rafforzi la richiesta della commissione d'indagine. Il sindaco non potrà ignorare le migliaia di firme che stiamo raccogliendo e dovrà in qualche modo confrontarsi con quei cittadini che lui ha il dovere di amministrare. Il nostro obiettivo è quello di non sottostare a questo stato di cose, siamo contrari al mercimonio politico e la nostra ferma volontà è quella di non permettere che questa scandalosa questione venga derubricata come banale infortunio amministrativo».
«Il sindaco non può continuare a mettere la testa sotto la sabbia – ha detto il capogruppo di An, Alfredo Castiglione – l'istituzione della Commissione di indagine, strumento previsto dallo statuto e applicato in tutti gli enti e persino in parlamento, è un atto più che dovuto da parte dell'amministrazione. A questo punto non vorremmo che la decisione annunciata, con la consueta stucchevole enfasi, da D'Alfonso di non ricandidarsi a sindaco sia in qualche misura legata proprio alla maturata consapevolezza dell'indifendibilità dell'operato della sua giunta, che ha già dato più di un dispiacere al primo cittadino, oltre ad aver minato la credibilità complessiva dell'amministrazione e l'immagine stessa della città. Se si ritiene di non avere niente da nascondere e se si vuole restituire dignità alla politica, bisogna immeditamente istituire, senza se e senza ma, la commissione di indagine ed avviare un percorso di trasparenza che spazzi via ogni comprensibile dubbio sulla legittimità degli atti amministrativi, verificando che non siano scavalcate le più elementari regole di concorrenza e che gli appalti non siano stati decisi sulla base di spartizioni politiche e con conseguenti illeciti arricchimenti».

LA RISPOSTA DEL SINDACO

«Voglio tranquillizzare il collega Castiglione. Non è mio costume mettere la testa sotto la sabbia. Soprattutto non sto cercando petrolio», ha risposto il primo cittadino D'Alfonso.
«Siccome non sono un liberaldemocratico di maniera non mi strappo le vesti per questo motivo, ed esprimo la mia fiducia nel fatto che Castiglione dimostrerà l'idoneità dei suoi comportamenti nelle sedi ordinarie, senza bisogno di supplementi di innovazione sul piano delle commissioni di indagine. Per quanto riguarda, invece, l'operato dell'Amministrazione che io dirigo, se Castiglione intende precisare nel merito qualsivoglia addebito sono pronto a un confronto pieno, sostanziale e puntuale, su tutti i numerosi atti e fatti che abbiamo pensato e realizzato. Nel caso, invece, che Castiglione voglia semplicemente alimentare la sua discutibile propaganda», conclude D'Alfonso, «allora non posso essergli di aiuto. Anche in questo caso, comunque, non mancherà il confronto davanti agli elettori già dalle prossime elezioni amministrative alle quali io parteciperò molto attivamente e lui nella veste che meglio gli riuscirà di definire».





28/06/2006 9.10