Parte il processo Fangopoli, parola ai testimoni dell'accusa

Alessandro Biancardi

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Parte il processo Fangopoli, parola ai testimoni dell'accusa
PESCARA. Prima udienza questa mattina per il processo Fangopoli. Sfilano i testimoni dell'accusa.

Verranno ascoltati, come testimoni dell'accusa, Domenico Pettinari dell'associazione Codici e alcuni dipendenti comunali. Fu proprio Codici, con vari esposti, il primo dei quali presentato nel 2005, ad innescare una serie di indagini. Tra gli imputati rinviati a giudizio a giugno scorso ci sono l’ex presidente dell’Aca (Azienda comprensoriale acquedottistica), Bruno Catena; il direttore generale dell’azienda, Bartolomeo Di Giovanni; l’ex presidente dell’Ato (Ambito territoriale ottimale), Giorgio D’Ambrosio; il legale rappresentante della «Dino Di Vincenzo &Co. Spa», Giovanni Di Vincenzo, il dirigente tecnico dell’Ente d’ambito pescarese, Alessandro Antonacci, e altre 15 persone tra imprenditori e agricoltori.

La vicenda contestata risale alla 2006, molti dei reati si prescriveranno intorno al 2012. Solo quelli più gravi si cancelleranno entro il 2015.
Tutto parte dall'appalto elaborato nel 2005 per la gestione, costruzione, ampliamento del depuratore di Pescara. Ad occuparsi della procedura l'Ente d'ambito presieduto a quel tempo da D'Ambrosio, affiancato dall'Aca.
Il presupposto dell'appalto è sì la gestione del depuratore ma anche il trasporto dei fanghi ed il loro smaltimento poiché non fu mai avviato l'impianto ormai fatiscente noto come “fangodotto” che avrebbe dovuto smaltire i fanghi e rivenderli come fertilizzante. E secondo l'accusa i camion ogni giorno portavano a spasso i fanghi non depurati e contenti una quantità enorme di sostanze nocive all’ambiente e all’uomo e venivano stoccate in provincia dell’Aquila, nella zona alla piana di Navelli, in Puglia e in Toscana.

Sempre secondo l'accusa  il primo cittadino di Navelli, Paolo Federico (la cui posizione è stata stralciata e inviata al tribunale de L'Aquila che non si è ancora pronunciato su un eventuale rinvio a giudizio), in cambio di un tappeto persiano e di soldi avrebbe fornito "aiuto" ai privati della Biofert che avevano richiesto il rilascio di un permesso di costruire.
I 30 miliardi di lire degli anni 90 giunti a Pescara per costruire l'impianto ecologico -che doveva produrre economie e far risparmiare milioni di euro- sparirono nel nulla e nessuno è stato mai in grado di dire in quali tasche finirono. Il buco nero resta sebbene la vicenda giudiziaria sia prescritta.

Di abuso d'ufficio in concorso dovranno rispondere D'Ambrosio, Antonacci, Catena, Di Giovanni, Di Vincenzo. La procura li accusa di aver provocato intenzionalmente «un notevole vantaggio patrimoniale di rilevante consistenza» «mediante l'affidamento, da parte dell'Ato 4 » di un mega appalto per opere da realizzare di circa 20 milioni di euro a fronte di un introito derivante dalla gestione dell'impianto che supera i 62 milioni in 23 anni (guadagno del privato)».
Inoltre per la procura avrebbero stipulato la concessione con un soggetto giuridico, l'Ati Dino Di Vincenzo & C. Spa/ Biofert Srl, diverso dall'aggiudicatario (la Dino Di Vincenzo & C. Spa), «che non essendo titolare di impianti di smaltimento, trattamento e recupero autorizzato dalla Regione, avrebbe dovuto affidare il servizio di smaltimento dei fanghi con procedure d'evidenza pubblica».
Il presupposto dell'appalto è sì la gestione del depuratore ma anche il trasporto dei fanghi ed il loro smaltimento.

18/10/2011 8.36