Bar Venezia. I giudici: «non ci sono prove del riciclaggio»

Alessandro Biancardi

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Bar Venezia. I giudici: «non ci sono prove del riciclaggio»
PESCARA. Nelle carte dell'inchiesta non si rilevano le indicazioni, neppure generiche, dei reati che sarebbero la “fonte” del denaro sporco da riciclare a Pescara. Il Riesame rimarca tuttavia l'ingente somma in contanti utilizzata di frequente nella gestione delle attività la cui provenienza rimane oscura.

Se non ci sono prove che i Romito, la famiglia della mala pugliese, abbia commesso reati tali da giustificare ingenti somme di denaro sporco non si può accusare i Granatiero di riciclaggio. È questo il succo del provvedimento di sequestro che il tribunale del riesame di Pescara (giudici Di Crlo, Colantonio, Di Geronimo) ha emesso ieri in seguito all'istanza presentata dall'avvocato Giuseppe Cantagallo, difensore della famiglia Granatiero.

Quella del presunto riciclaggio delle aziende collegate alle attività commerciali dei bar Venezia è stata un'inchiesta difficile e travagliata. Dalla lettura delle carte –come anticipato da PrimaDaNoi.it- non emergevano prove chiare e incontrovertibili del legame tra Romito e Granatiero. La procura aveva fatto notare che i Romito erano stati coinvolti in un maxiprocesso per mafia di alcuni anni fa dal quale erano usciti tuttavia assolti non senza sottolineare difficoltà e imprevisti sorti nell'ambito di quel processo (rapporti molto particolari tra i Romito stretti collaboratori e confidenti di alcuni investigatori).

Dunque il collegio del riesame allo stato non può che far valere e prevalere la assoluzione dall'accusa di associazione di stampo mafioso per i Romito, provvedimento confermato in Cassazione anche se le decisioni non sono passate ancora in giudicato. I giudici di Pescara in questa fase sono stati chiamati a verificare soltanto la fondatezza del provvedimento di sequestro cautelare dei beni della famiglia Granatiero. Nelle motivazioni, tuttavia, ricordano come nella sentenza che rigetta l'accusa di associazione mafiosa per i Romito (procedimento incardinato a Bari) vi sia la circostanza di una stretta collaborazione di questi ultimi con gli investigatori.

«Il ruolo nell'occasione svolto dai Romito», si legge nella sentenza di assoluzione, «appare ontologicamente incompatibile con l'ipotesi della loro partecipazione al sodalizio mafioso contestato, apparendo difficile considerare i Romito sodali di soggetti che essi, su richieste e per conto degli inquirenti, avevano cercato di incastrare». Inoltre da quelle indagini non si riuscì a provare il coinvolgimento della suddetta famiglia in alcun tipo di reato specifico. Dunque con i documenti di quel procedimento pugliese il collegio pescarese non ha potuto che escludere che «i Romito ponessero in essere condotte associative illecite capaci di produrre ingenti profitti». Allora di mafia non può parlarsi e così i giudici di Pescara hanno cercato se per caso in quella famiglia vi fossero comunque persone sottoposte a procedimenti penali che li accusassero di reato in grado di produrre ingenti quantità di denaro che potesse essere riciclato in Abruzzo.

In realtà Michele Antonio Romito ha a suo carico un unico procedimento penale relativo a fatti del 1996 e che riguarda violazioni alle leggi doganali ed è chiaro che la modesta entità del reato (circa € 600) non può certo costituire la fonte delle ingenti somme utilizzate dai Granatiero.

Ben otto procedimenti penali, invece, sono iscritti a carico di Mario Luciano Romito ma anche in questo caso sembra di essere in presenza di… “ladri di galline”: detenzione abusiva di munizioni, ricettazione e violazione al codice della strada, rapina e sequestro di persona (condanna a due anni e 1200 euro di multa) , detenzione illegale di armi e ancora ricettazione, violazione delle misure di prevenzione per svariate volte.

Insomma, contestare il riciclaggio senza indicare da dove arrivi il denaro sporco significa che l’inchiesta pescarese ha un impianto accusatorio fortemente instabile.

Non si contesta, invece, il fatto che le due famiglie si conoscessero per aver avuto una medesima attività commerciale in comune ma che risale a diversi anni fa. Il riesame tuttavia fa notare più volte come nel lungo periodo di intercettazioni telefoniche ed ambientali non è mai emerso riferimento diretto alle presunte attività illecite che sono state addebitate ai Romito e nemmeno al loro ruolo di finanziatori occulti. «A parere del collegio», si legge nell’ordinanza di dissequestro, «si ritiene che il contenuto dei colloqui intercettati paiono essere non chiari ed univoci e che pertanto possono anche essere valutati in maniera difforme rispetto a quella fatta propria dagli investigatori». Così quando Sebastiano Granatiero viene intercettato nella sua auto nel 2008 e dice di avanzare ancora € 40.000 dai Romito potrebbe riferirsi proprio alla vendita delle quote del bar di Manfredonia gestito insieme, così come ha illustrato il difensore dei Granatiero nel suo ricorso.

Dalla nuova interpretazione delle intercettazioni i giudici di Pescara fanno notare anche una certa ostilità dei Granatiero nei confronti dei Romito, ostilità che sarebbe in contrasto con la tesi della procura. A complicare le cose anche altre decisioni del tribunale di Foggia che aveva già escluso collegamenti diretti tra Romito e Granatiero poiché il finanziamento occulto ai fini del riciclaggio non poteva concludersi nella sola cessione delle quote.

A conti fatti allora «non emergono elementi concreti, neppure in nuce, per allegare che i Romito ponevano in essere reati capaci di produrre ingenti somme di denaro, che i predetti erano in collegamento con gli indagati e che, illecitamente, finanziavano le attività imprenditoriali dei Granatiero in Pescara. In conseguenza, allo stato degli atti, deve escludersi la configurabilità del reato di riciclaggio nei termini indicati nell'imputazione».

«PROVENIENZA OSCURA DEL DENARO»

Infine i giudici per completezza aggiungono, tuttavia, che la gestione della società si fonda su ingenti somme di denaro contante dalla provenienza oscura che non trova riscontro alcuno nella contabilità formale. Questa circostanza, dicono i giudici, potrebbe far emergere diversi profili di responsabilità penali di natura finanziaria «la cui valutazione non è stata prospettata in questa fase processuale».

Insomma i giudici non possono non far notare che le prove del riciclaggio non ci sono ma sembrano dare indicazioni precise alla procura poiché la gestione delle imprese con denaro contante di provenienza non chiara potrebbe integrare reati diversi. Allo stato, però, questa decisione mette fine all'amministrazione giudiziale delle società, dispone il dissequestro dei beni e riporta in sella la famiglia Granatiero nella gestione delle proprie attività commerciali.

L'indagine è ancora aperta anche se il cammino verso il futuro processo ora è più impervio.

 18/10/2011 8.27

*TUTTO SULL'INCHIESTA PER PRESUNTO RICICLAGGIO