Processo Housework. Il tipografo Brandolini non convince. Pioggia di «non so» davanti al giudice

Alessandro Biancardi

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Processo Housework. Il tipografo Brandolini non convince. Pioggia di «non so» davanti al giudice
PESCARA. «Brandolini, lei è stato avvicinato da qualcuno prima di venire qui? Ha parlato con qualcuno della sua deposizione di oggi?».

La domanda esplicita del presidente del collegio giudicante, Antonella Di Carlo, all'imprenditore tipografico Gabriele Brandolini, arriva dopo una serie di «non so» e «non ricordo» e dopo alcune contraddizioni emerse tra l’audizione del teste davanti al tribunale e quelle rilasciate a verbale durante le indagini.

Non smette di regalare sorprese il processo in corso Pescara sull'inchiesta Housework, relativo a presunte tangenti al Comune di Pescara che portò il 15 ottobre del 2008 all'arresto di Guido Dezio, del sindaco Luciano Alfonso e dell'imprenditore Massimo De Cesaris.

Ieri è stata la volta del titolare della tipografia alla quale il sindaco si rivolgeva molto spesso per commissionare materiale pubblicitario sia del partito (pubblicità politica pagata dal partito) che del Comune (pubblicità istituzionale pagata con soldi pubblici).

Si era già parlato delle stranezze avvenute durante la perquisizione a Brandolini nella scorsa udienza quando l'ispettore Davide Zaccone ha dichiarato in aula che parte del materiale utile alle indagini era stato sottratto alle perquisizioni e poi fortuitamente ritrovato nei pressi di una discarica.

Il testimone chiamato a deporre dal pubblico ministero, Gennaro Varone, doveva spiegare i molti aspetti del rapporto tra la tipografia e l'ex sindaco di Pescara, particolari e informazioni già contenute nei 30 faldoni dell'inchiesta.

Brandolini non ha saputo però spiegare per quale ragione i dati riportati nelle fatture relative al materiale pubblicitario commissionato da D’Alfonso non fossero corrispondenti all'effettivo numero di manifesti stampati.

Tra le contestazioni all'ex sindaco e al suo braccio destro c'è quella che riguarda il reato di concussione nei confronti del titolare della tipografia Brandolini che sarebbe stato costretto a lavorare - secondo la procura - gratuitamente. D'Alfonso avrebbe operato «una certa pressione» nei confronti di imprese e fornitori sempre attraverso Dezio. D' Alfonso avrebbe in qualche modo minacciato l’imprenditore di tagliare del tutto i rapporti con il Comune se non avesse voluto lavorare «anche gratis».

«PENSATE A LAVORARE NON PENSATE AI SOLDI»

In questo contesto si inserisce un fax inviato dal Comune dall'ex sindaco nel quale fra l'altro si leggeva una frase scritta a mano del tenore: «pensate a lavorare, non pensate ai soldi».

Brandolini ieri però non ha saputo dire da chi provenisse il fax né cosa ha pensato nell'immediatezza. Poi, dopo che il pm gli ha ricordato le cose dette a verbale durante le indagini, ha confermato di aver pensato che se avesse creato dei problemi non avrebbe più potuto lavorare per il Comune («… quando uno ti dice così è facile capire…»).

Quella dell’imprenditore tipografico e l'ex sindaco è una storia di conoscenza antica che risale alla prima candidatura alla Provincia di D’Alfonso, cioè agli anni 90.

Tra i fatti contestati a Dezio c’è anche l'episodio relativo alla ricerca di un posto barca al porto turistico di Pescara per Brandolini: una sorta di scambio di favore per ipotetici lavori da effettuare gratis.

Brandolini, pur essendo il proprietario della tipografia, non ha saputo essere molto preciso sui diversi lavori commissionati, né essere più preciso nella distinzione tra lavori commissionati dai partiti e quelli commissionati dal Comune.

Ad un certo punto è stato anche titubante sul partito di appartenenza dell'ex sindaco («mi pare Margherita…») ha detto l'imprenditore provocando una smorfia di disappunto del giudce.

Poi sono arrivati i molti «non lo so».

«NON SO»

«Non so chi commissionava i manifesti», «non so cosa c'era scritto sui manifesti», «non so perché non c'era corrispondenza tra fatture e manifesti stampati», «non so cosa c'era negli scatoloni che ho fatto portare al macero» (salvo poi specificare che si trattava di «documenti relativi alle diverse fasi di lavorazione» o «schede di lavorazione»).

E poi ancora «non so quando ho comprato la barca», «non mi ricordo quando è stata portata al porto turistico», «non so se è stato pagato il posto barca nel 2007».

A questo punto il giudice, più volte infastidito, ha parlato di «incredibilità di quello che sta dicendo», ha richiamato più volte il testimone a «non eludere le domande», a stare attento a quello che veniva detto sotto giuramento, a non dare «risposte inconferenti», a «non parlarsi addosso né contraddirsi» fino a quando il giudice Di Carlo in maniera diretta e chiara ha chiesto se il testimone avesse concordato con qualcuno la sua deposizione.

Per la verità, anche in altre udienze, in almeno un paio di occasioni, è sembrato che il giudice attraverso le sue domande volesse appurare e verificare la genuinità dei testimoni reticenti o caduti in contraddizione.

«QUANDO HANNO ARRESTATO DEZIO SONO ANDATO NEL PANICO»

E’ stata tuttavia una deposizione travagliata quella di Brandolini che poi ha dovuto ammettere che per paura aveva dato disposizioni di distruggere i quattro scatoloni con documenti relativi ai lavori commissionati da Dezio mentre dai verbali delle perquisizioni si evince che in quegli scatole vi erano anche manifesti in qualche modo legati al sindaco.

«Era stato da poco arrestato Dezio e io ho avuto paura di essere coinvolto per questo ho dato disposizioni di distruggere quei documenti».

A questo punto il giudice ha chiesto «per quale ragione avere paura se il proprio operato è stato trasparente e cristallino»?

Brandolini ha infilato un paio di risposte che hanno fatto alterare ulteriormente il presidente del collegio giudicante.

Oltre l'episodio degli scatoloni fatti distruggere, il pubblico ministero ha contestato anche il pagamento del posto barca al porto turistico avvenuto con un assegno firmato tre giorni dopo le perquisizioni e l'audizione davanti la polizia giudiziaria dello stesso imprenditore.

Pm Varone: «Perché ha pagato il posto barca a giugno del 2008 quando il contratto di affitto della barca è datato 2007?»

Brandolni: «mi hanno chiamato dal porto turistico e mi hanno richiesto quella somma… ma c'è un regolare contratto di affitto…»

V.: «E’ sicuro che il contratto sia regolare?»

B.: «Certo»

V.: «Si ricorda quando ha comprato la barca?»

B.: «No»

V.: «Lei sa come vi siete procurati in quel posto barca?»

B.: «No»

V.: «Lei con sua moglie ci parla?»

Dai verbali emerge che la moglie di Brandolini, Loredana Ginestrino, sentita anche lei ieri mattina, ha raccontato alla polizia di essersi rivolta a Dezio lamentando il ritardo dei pagamenti del lavoro commissionato e fu in quel contesto che il braccio destro del sindaco le propose di trovare un posto barca gratuitamente.

Ed infatti è stata proprio la signora Ginestrino a confermare che per l'anno 2007 non vi sia stato alcun pagamento per l’affitto del posto barca.

Soltanto di sfuggita è emersa la particolarità di una cancellazione sul contratto di affitto («2008- 2007») che ne metterebbe in dubbio la reale formazione del documento che per la procura sarebbe posteriore alle perquisizioni (dunque retrodatato) e nel verbale delle indagini infatti la stessa consorte del imprenditore ammetteva «nel 2008 è stato firmato un contratto per mettere a posto la situazione».

Piuttosto misurato il lavoro delle difese.

Sempre nell'udienza di ieri è stata ascoltata anche la dipendente comunale Giovanna Di Ludovico che ha parlato di rapporti diretti tra i dirigenti dell'ex sindaco di Pescara e di una telefonata di quest'ultimo, una sera a casa sua, per invitarla a ritardare il pagamento di una fattura all'ingegner Franco De Donatis il quale è già stato sentito in questo processo ed ha confermato pressioni da parte di Dezio e D’Alfonso.

Le difese hanno sostenuto che il blocco della parcella dell’ingegnere era dovuto ai limiti imposti dal patto di stabilità.

Alessandro Biancardi 28/06/2011 6.28

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