Processo D'Alfonso: la villa di Lettomanoppello pagata poco ed i lavori affidati alla ditta senza gara

Alessandro Biancardi

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Processo D'Alfonso: la villa di Lettomanoppello pagata poco ed i lavori affidati alla ditta senza gara
PROCESSO HOUSEWORK. PESCARA. Altra giornata piena quella di ieri per il processo su presunte tangenti al Comune di Pescara relativo all'inchiesta Housework.

Ieri è stata la volta ancora dei testimoni citati dall'accusa (la procura) tra i quali è spiccato l'agente della squadra mobile Guido Camerano che ha svolto nel 2006 le indagini sull'urbanistica e gli accordi di programma ed anche quelle sulla costruzione della villa di Lettomanoppello dell'ex sindaco D'Alfonso (presente in aula).

Prima di lui è stato chiamato Gaetano Monaco il titolare della Soget, la società che aveva affidato lavori di consulenza per la comunicazione, su consiglio di D’Alfonso, a Francesco Di Miero, ex collaboratore de Il Tempo, senza però richiederla anche se regolarmente pagata.

Monaco è stato chiamato in causa dallo stesso Di Miero e per questo il tribunale ne ha disposto l'escussione.

Il titolare della Soget ha confermato che il giornalista fu segnalato dall' «amico D'Alfonso» («lo conosco dagli anni ’90 e gli do del tu») ed ha confermato anche il bisogno della società di fare comunicazione esterna come la creazione di «un giornalino» aziendale.

LA SOGET CONFERMA:«PAGAMMO DI MIERO SENZA CONSULENZA»

A fronte di questa necessità si sarebbe dovuta inserire la figura professionale di Di Miero, cosa che è avvenuta formalmente ma che nella pratica invece è rimasta lettera morta.

Monaco ha confermato che «il giornalino fu redatto lo stesso senza Di Miero» e che poi la stessa società decise di «affidarsi al Sole24ore per la comunicazione esterna a costi molto più ingenti rispetto ai 3mila euro richiesti e accordati a Di Miero».

«Sinceramente poi che cosa è successo non saprei», ha detto Monaco, «non ci fu modo di contattarlo, di fatto su Di Miero non facemmo più affidamento» .

Il pm Gennaro Varone ha poi ricordato al teste che nell'interrogatorio alla polizia giudiziaria spiegò che aveva accettato il consiglio di D'Alfonso che proponeva caldamente «un lavoro ad un bravo giornalista», «per mantenere buoni rapporti con il Comune», diceva a verbale lo stesso titolare della Soget.

TESTIMONI IN AULA

Momenti di tensione, invece, si sono registrati dopo oltre un’ora e mezza dall’inzio del dibattimento quando il presidente del collegio giudicante, Antonella Di Carlo, ha chiesto l’identità delle persone sedute in fondo alla sala, nei posti riservati al pubblico.

L’ira del giudice ha raggiunto i suoi massimi livelli quando si è avuta conferma che almeno tre delle persone erano agenti della polizia che hanno svolto le indagini e che figurano tra i testi che saranno ascoltati prossimamente nel processo.

Vige un divieto assoluto per i testimoni di assistere allo stesso dibattimento che invece è aperto al pubblico.

Il giudice ha chiesto al cancelliere di mettere a verbale la presenza degli agenti con nome e cognome.

«Chi deve fare il testimone -e specie un agente della polizia giudiziaria- non si deve presentare qui e non devo essere certo io a dirgli che ci sono dei problemi…», ha chiuso l’incidente il giudice Antonella Di Carlo.

E’ stata poi la volta del consulente informatico, Capriotti, che ha illustrato sommariamente la sua relazione sui file del Comune di Pescara che riguardavano il progetto di finanza dei cimiteri affidato alla ditta De Cesaris. Il consulente ha confermato che quei file che dovevano essere preparati dai dirigenti comunali sono invece stati almeno modificati da computer della ditta di De Cesaris, così come sostenuto dalla procura.

Poi è stata la volta del commissario Guido Camerano della Squadra Mobile di Pescara che ha proseguito la sua escussione della volta precedente già durata oltre due ore. Ieri l’esposizione è durata oltre tre ore ed è stata molto sommaria e lineare sulle domande generiche del pubblico ministero che gli ha chiesto di illustrare alcune parti fondamentali della inchiesta da lui svolta. Più problematiche e lacunose sono state le risposte ai diversi difensori che chiedevano dettagli ed elementi precisi che a memoria non sono saltati fuori.

LA VILLA DI LETTOMANOPPELLO

Si è poi parlato della costruzione della villa di Lettomanoppello di D’Alfonso e dei costi da questi sostenuto.

Secondo quanto è emerso la ditta che ne ha curato la realizzazione «chiavi in mano», cioè la ditta Eredi Cardinale, avrebbe speso per i soli costi di materiale e manodopera molto di più di quanto effettivamente fatturato a D’Alfonso. Contemporaneamente alla realizzazione della villa la procura ha notato anche molteplici affidamenti diretti da parte del Comune allora retto proprio da D’Alfonso.

«Dai documenti che abbiamo sequestrato alla ditta e dalle testimonianze», ha detto Camerano, «abbiamo potuto appurare che il costo sostenuto da D’Alfonso è stato di 320mila euro. In un altro documento Cardinale scrive “D’Alfonso Luciano sistemazione interne ed esterna: 291.116 euro”. Cioè se prendiamo già soltanto questi costi che non comprendono una serie di voci come il cemento armato e lo sbancamento, per esempio, il costo è già di gran lunga superiore ai 320mial euro pagati».

Camerano ha poi svelato un documento della ditta che riporta il computo metrico, materiale per materiale, ma che sarebbe stato creato il giorno stesso dell’interrogatorio di Cardinale presso la polizia che gli chiedeva proprio conto dei costi della villa. Altro dato desunto dallo studio dei file dei computer sequestrati.

GLI AFFIDAMENTI DIRETTI ALLA DITTA CARDINALE

E’ stata poi sviscerata sommariamente la storia degli affidamenti diretti da parte dei dirigenti comunali Leombroni e Cirone alla ditta che costruiva la villa.

In un caso, ha spiegato Camerano, sono state invitate 8 ditte che sono tutte ditte in qualche modo vicine a D’Alfonso e in qualche caso condividono anche qualche procedimento penale. Ma a rispondere è stata solo la ditta di Cardinale che ha poi vinto l’affidamento dei lavori con un ribasso dell’1,73%.

Il poliziotto ha anche confermato il sistema dello “spacchettamento” dei lavori affinchè fossero tutti sotto la soglia dei 100mila euro e dunque non ci fosse l’obbligo di gara pubblica, anche se in un caso vi sarebbe stato comunque affidamento diretto per cifre anche maggiori.

In molti altri casi (circa 6) non vi sarebbe stata nemmeno la richiesta di preventivi ad altre ditte; in nessun caso è stata fatta una gara pubblica.

Alcuni avvocati difensori però hanno adombrato la possibilità di affidamenti diretti nell’ambito di uno stesso progetto globale a ditte che già erano intervenute. Come nel caso di alcuni lavori di largo Mediterraneo e del lastricato intorno alla nave di Cascella sempre affidati direttamente alla ditta Cardinale.

Camerano ha poi esplicitato alcuni esempi di lavori appaltati due volte o di alcuni escamotage, come quello per la realizzazione dell’impianto elettrico nelle colonne che fiancheggiano la nave di Cascella

«L'impianto elettrico era già previsto nella perizia iniziale del progetto e riguardava le sei colonne. Era già chiaro che bisognava farlo. Poi però nella determina di affidamento dei lavori si dice che il lavoro era “imprevisto ed imprevedibile” e per questo si poteva affidare direttamente alla stessa ditta», ha spiegato l’agente di polizia.

Si è parlato nuovamente della associazione “Amici del Pescara Calcio” e della sorte dei soldi che sono stati veicolati alla squadra di calcio (400mila euro) e di un bonifico fatto al partito della Margherita più o meno contestualmente dalla moglie dell’allora presidente del sodalizio.

E ancora la vicenda dei manifesti commissionati a Brandolini, gli acquisti di D’Alfonso della auto e del ciclomotore, in parte in contanti, mentre è stato sottolineato da Camerano come, nel periodo preso in esame, dai conti di D’Alfonso spesso non venisse prelevato nulla.

Le difese hanno poi cercato di comprendere ulteriori particolari sul sequestro della lista Dezio, su una eventuale perizia calligrafica (non effettuata) delle notazioni poste di fianco ai nomi (“b” per bianco e “n” per nero), mentre la difesa della Toto spa ha chiesto se fossero state verificate le movimentazioni della carta intestate alla società che sarebbe servita per pagare una cena da 900 euro della Margherita (verifica non effettuata).

Altri difensori hanno cercato di evidenziare alcune lacune investigative provando a mettere in difficoltà il poliziotto che cercava le risposte in due pile di documenti con una certa rapidità.

Alla fine delle tre ore di risposte i documenti illustrati sono stati davvero pochissimi se messi in relazione con l’enorme mole degli atti; l'esposizione non sempre precisa, per ragioni logiste, non ha permesso di chiarire molti particolari.

Nelle ulteriori udienze saranno ascoltati altri investigatori che saranno chiamati a fornire ulteriori dettagli su questi ed altri aspetti.

In aula hanno seguito con attenzione lo svolgersi dell’azione sia D’Alfonso che Dezio. Era presente anche il responsabile della ditta Cardinale.

Alessandro Biancardi 07/06/2011 8.33

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