Processo D'Alfonso, ombre sugli investigatori. Di Miero: «ho subito pressioni»

Alessandro Biancardi

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   Processo D'Alfonso, ombre sugli investigatori. Di Miero: «ho subito pressioni»
PROCESSO HOUSEWORK. PESCARA. Dichiarazioni incerte e altalenanti, forse un po' affrettate e fatte sotto giuramento che avranno qualche conseguenza.

Le dichiarazioni del giornalista Francesco Di Miero (titolare della ditta Informabruzzo) nell'ambito del processo Housework di questa mattina produrranno l'apertura di una inchiesta da parte della procura della Repubblica poiché il presidente del collegio Antonella Di Carlo ha disposto la trasmissione delle dichiarazioni del giornalista dopo averne ravvisato una notizia di reato.

L'ex collaboratore de il quotidiano Il Tempo ha infatti riferito, dopo una serie di inviti da parte del pm e del giudice, circostanze e fatti che hanno in qualche modo sconfessato le sue stesse dichiarazioni a verbale.

Di Miero è stato il primo teste ascoltato questa mattina: secondo l'accusa c'era un metodo con il quale l'imprenditore Massimo De Cesaris distribuiva «remunerazione occulte» per compiacere l'ex sindaco D'Alfonso. Tra queste anche pagare il giornalista, come raccontò lo stesso Di Miero in una audizione.

Ma in aula c'è stato un colpo di scena quando il giornalista ha detto di aver subito generiche pressioni da parte della polizia postale che lo interrogò.

Poi, però, a precise domande ha dichiarato di aver detto sempre la verità e dunque anche in sede di verbale.

«Mi ricordo che dissi ai poliziotti che erano stati bravi a far emergere tutta la verità», ha detto Di Miero.

«Sono state dichiarazioni prese dagli investigatori, con tutto il rispetto, uno mi si è messo a fianco e mi ha detto “stia attento a quello che dice” », ha detto Di Miero, contestando il metodo di interrogatorio. Poi in ulteriori passaggi ha contestato l'uso di alcune parole nel verbale redatto che non avrebbe pronunciato.

E' stato un momento di forte imbarazzo e nell'aula è calato il gelo; in quel momento il giudice Di Carlo ha fermato tutti e chiesto al cancelliere di mettere a verbale: «Il tribunale ravvisati, sulla base delle dichiarazioni del teste Di Miero, gli estremi della commissione di reati dispone la trasmissione del contenuto della deposizione del teste Di Miero alla procura per determinazioni di competenza».

Il reato ipotizzato è quello di indebite pressioni sul teste.

La procura dovrà indagare e sentire in questo caso il denunciante Di Miero ma gli scenari ipotizzabili sono due: una incriminazione degli investigatori troppo vigorosi per minacce oppure falsa testimonianza per Di Miero.

Una posizione dunque difficile, forse solo un tantino più ostica delle due ore trascorse sul banco dei testimoni per ricostruire le collaborazioni giornalistiche procurate dell'allora sindaco D'Alfonso che si impegnò a «trovare un lavoro ad un bravo giornalista» e poi anche ad impegnarsi per trovare una occupazione al figlio del giornalista.

Di Miero ha spiegato, non senza difficoltà, il metodo e le modalità di come nel 2005 riuscì ad ottenere alcune collaborazioni giornalistiche per alcune ditte indicate da D'Alfonso.

Per oltre un'ora e mezzo si è cercato di capire per quale ragione a fronte di fatture di 5mila e 3 mila euro emesse a favore delle ditte De Cesaris, Soget e Siset Di Miero non abbia espletato alcuna prestazione.

«AVEVO BISOGNO DI LAVORARE»

 GIUDICE: «Chi la mise in contatto con la società De Cesaris per la quale ha emesso fattura?»

DI MIERO: «Il sindaco D'Alfonso».

G: «Come mai?»

DM: «Avevo bisogno di lavorare per alcune questioni private e perchè dal 1998 ero in pensione».

G: «La fattura è stata pagata?»

DM: «Sì dopo qualche tempo mi fu pagato con un assegno».

G: «La ditta ha mai richiesto la collaborazione richiesta?»

DM: «Non ho fatto nulla ma in caso di necessità mi avrebbe potuto chiamare in qualunque momento».

G: «Si è mai preoccupato di richiamare le ditte per capire perchè non richiedevano la prestazione?»

DM: «No»

G: «Ne ha mai parlato con D'Alfonso?»

DM: «No, non ricordo» (nel verbale però di interrogatorio la risposta era stata positiva ed il sindaco aveva risposto «facendo spallucce». Di Miero ha però contestato l'uso della parola “spallucce”)

G: «Ci sono altre 3 fatture: i contatti sono stati creati sempre dal sindaco?»

DM: «Sì».

«UN LAVORO AD UN BRAVO GIORNALISTA»

Di Miero ha raccontato che D'Alfonso davanti a lui aveva chiamato De Cesaris per invitarlo ad offrire un lavoro «ad un bravo giornalista» .

Anche le ulteriori collaborazioni -con le ditte che Di Miero non conosceva- sono giunte inaspettate ma gli interlocutori avrebbero confermato che l'input era stato dato dall'ex sindaco.

L 'escussione di Di Miero è stata molto difficoltosa e il giornalista è stato richiamato più volte dal presidente del collegio per rimanere sulla domanda e rispondere con esattezza senza divagazioni.

Di Miero ha ribadito più volte che «D'Alfonso non mi ha mai chiesto nulla in cambio » ed il giudice alla quarta volta, stizzita, ha chiesto: «Mi scusi ma che cosa le avrebbe dovuto chiedere D'Alfonso? È la quarta volta che ribadisce questa cosa... » .

Il giornalista ha raccontato che era lui a proporre il prezzo delle collaborazioni che si esaurivano in pareri e consigli ma non ha saputo chiarire il perchè di cifre diverse.

In prima battuta ha dichiarato che si trattava di consulenze generiche (che però non ha mai prestato).

Il giudice però gli ha fatto notare che la causale di una fattura era “organizzazione di una conferenza stampa” e Di Miero ha spiegato che così gli era stato detto di scrivere.

Il contratto? «Non c'è, solo un accordo verbale».

GLI ALTRI TESTIMONI

Sono poi stati ascoltati altri due testimoni che lavoravano per la ditta De Cesaris e che hanno svolto lavori nella casa di Zanni dell'allora sindaco.

Si sono chiarite modalità dei lavori e si è discusso delle fatture emesse. Tutti (pm, difese e giudice) si sono focalizzati sulla collocazione temporale dei lavori anche ad una sede del partito della Margherita di Lettomanoppello. Il risultato, però, è stato un florilegio di date che oscillano dal 2003 al 2006.

Il teste Antonio Ciccarini ha paventato anche l'ipotesi di essere stato in qualche modo «costretto a parlare» da parte dei poliziotti che lo hanno interrogato in fase di indagini preliminari.

«Mi spingevano a dire cose che io in realtà non volevo dire», ha detto Ciccarini.

«Le sono state paventate delle conseguenze nei suoi confronti se non avesse fornito risposte di un certo tipo?», ha chiesto l'avvocato Manuel De Monte (difesa De Cesaris).

«Abbastanza. Dovevo rispondere perchè ero persona molto importante, mi hanno detto i poliziotti mi hanno detto di dire la verità. Ho detto la verità compatibilmente con i miei ricordi».

Poi il giudice ha domandato: «le hanno detto di dire la verità?»

Il teste ha confermato chiarendo probabilmente che non vi siano state pressioni indebite dei poliziotti poiché in questo caso il giudice non ha disposto l'invio alla procura degli atti. 

Alessandro Biancardi 30/05/2011 14.00