Fangopoli: Aca, Ato e Ministero non si costituiscono parte civile. Codici chiederà i danni

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

1773

PESCARA. Ieri mattina l'associazione Codici è stata ammessa parte civile al processo Fangopoli dal collegio giudicante del Tribunale di Pescara presieduto dal giudice Camillo Romandini.

Tra gli imputati (già rinviati a giudizio a giugno scorso) Giorgio D’Ambrosio ex parlamentare sindaco di Pianella, Bruno Catena ex Presidente dell’Aca, Giovanni Di Vincenzo legale rappresentante della Dino Di Vincenzo.

Non si sono costituiti parte civile, invece, il Ministero dell'Ambiente e Aca e Ato che a questo punto sono nel processo solo con i propri rappresentanti-imputati.

Per porre rimedio all'assenza del Ministero il tribunale nelle scorse settimane aveva disposto di notificare il decreto di citazione per il giudizio. Lette le carte da Roma è arrivata la decisione di soprassedere.

«Le difese degli imputati, in particolare quella di Giorgio D’Ambrosio, hanno cercato in tutti i modi di opporsi alla costituzione di parte civile di Codici Abruzzo», commenta il segretario provinciale Domenico Pettinari, «formulando eccezioni varie su un presunto difetto di legittimazione attiva a stare in giudizio dell’associazione. Hanno contestato integralmente l’atto di costituzione da noi depositato».

«Evidentemente», continua Pettinari, «non avevano valutato bene i riconoscimenti giuridici della nostra associazione ma il nostro avvocato, Massimiliano Bravin, ha illustrato i riconoscimenti che annoverano Codici tra le associazioni maggiormente legittimate a stare in giudizio».

Il collegio giudicante dopo essersi ritirato per valutare le eccezioni delle difese e le controdeduzioni di Codici ha comunicato l’ammissione dell'associazione quale parte civile nel procedimento Fangopoli.

FANGOPOLI, ESPOSTI PARTITI NEL 2005

Fangopoli è un processo dalla portata storica per la provincia di Pescara se si tiene conto del numero dei rinviati a giudizio (20 in totale) e delle loro credenziali. Infatti andranno a processo oltre che al sindaco di Pianella, ex parlamentare, ex presidente dell’Ato Giorgio D’Ambrosio, il legale rappresentante del gruppo imprenditoriale Di Vincenzo ed altri tra funzionari pubblici e  imprenditori.

Fu proprio Codici, con vari esposti il primo dei quali presentati nel 2005, ad innescare una serie di indagini. Olti documenti sequestrati, riscontri, appostamenti e rilievi che la Forestale ha utilizzato per capire che cosa accadeva e come era gestito il depuratore.

«La storia del fangodotto è emblematica per capire meccanismi perversi e anomali che stanno alla base delle realizzazioni di quasi tutte le grandi opere pubbliche del nostro paese», commenta Pettinari.

Il progetto del fangodotto risale al 1989 ed aveva l’obiettivo di realizzare appunto una condotta che partendo dall’impianto di depurazione di Montesilvano era in grado di trasportare attraversando la città di Pescara i fanghi reflui presso l’impianto di depurazione di Pescara dove insieme ai fanghi di quell’impianto, attraverso un processo chimico industriale innovativo dovevano essere trasformati in concime da utilizzare come fertilizzante.

La condotta non fu mai realizzata e la Provincia di Pescara, stazione appaltante e committente in quanto titolare del finanziamento FIO di circa 30 miliardi di vecchie lire, anziché restituire il finanziamento pensò bene di proseguire nella realizzazione di un opera fantasma.

Venne realizzata una struttura inutilizzata ed obsoleta che non avendo mai potuto consentire di collaudare l’impianto “a caldo” ha ingenerato un ulteriore sperpero di danaro pubblico.

Il Comune di Pescara ha dovuto infatti dare in gestione il trasferimento dei fanghi all’esterno all’impresa Di Vincenzo per un ammontare di circa 1,2 milioni di euro l’anno. «Se fosse entrato in funzione l’impianto finanziato dalla comunità europea forse non avremmo dovuto pagare tale cifra perché i fanghi sarebbero stati trattati in loco», spiega Pettinari.

I vertici dell’Ato dell’Aca e la Dino Di Vincenzo secondo l’accusa avrebbero redatto un progetto di finanza agevolando la Ditta Di Vincenzo per la gestione ultraventennale del depuratore di Pescara restringendo il numero dei partecipanti alla gara . Inoltre avrebbero sversato illegalmente fanghi inquinanti non trattati provenienti dal depuratore di Pescara in centri di compostaggio privi di autorizzazione all’accettazione di detti fanghi.

E poi nel progetto di finanza, pur sapendo che il fangodotto non avrebbe potuto mai funzionare, hanno previsto, tra le opere da realizzare, anche la messa in funzione del fangodotto prevedendo per questo un enorme quantità di denaro pubblico.

Le indagini sono partite in ritardo e molta parte della storiaprecedente al 2000 non è stata scandagliata per effetto della prescrizione che ha già prescritto i reati e dunque rendeva inutile indagare.

12/05/2011 10.21

* TUTTO SUL FANGODOTTO