Fondali bassi nel porto di Pescara, nave cisterna fa macchine indietro

Alessandro Biancardi

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Fondali bassi nel porto di Pescara, nave cisterna fa macchine indietro
PESCARA. Una nave cisterna che deve rinunciare all’ormeggio per fondali troppo bassi.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima. E' questo il sintomo di una malattia mortale che assedia lo scalo portuale pescarese da un ventennio. Ieri però una nave cisterna che avrebbe dovuto scaricare 2000 tonnellate di gasolio ha dovuto fare macchine indietro e rinunciare, con le ricadute economiche immaginabili. Pare che a peggiorare le cose siano state le basse maree, fenomeno però tipico e dunque prevedibile.

«Tutto ciò avviene, è bene ribadirlo per l'ennesima volta, non per errori o incapacità degli operatori portuali ma per l'assenza dei soggetti istituzionalmente competenti nel momento in cui venivano sollevati i primi allarmi, ormai più di due anni fa» dicono i rappresentanti del Forum dell'Economia per l'emergenza Porto, Sabatino Di Properzio (imprenditore nel campo del petrolio) e Francesco Scordella.

In realtà sono problemi noti che si ripetono da anni e lo stesso Di Properzio nel tempo ha dovuto abituarsi ad utilizzare navi cisterne mezze vuote per poter scaricare il carburante.

Meno carburante, meno peso, meno pescaggio ma anche meno guadagno.

Problemi di sempre, mai affrontati radicalmente, così come non sono mai stati affrontati gli errori del passato. Errori di progettazione che di fatto hanno comportato spese di miliardi e per ultimo il dragaggio perpetuo a causa di un ampio settore della società che non ha saputo opporsi agli affari per la costruzione di un nuovo porto che avrebbe segnato la fine dello scalo stesso.

Ora, a distanza di più di un mese dalla delibera della Giunta Regionale per la dichiarazione dello stato di emergenza, non sono stati ancora attribuiti pieni poteri al Commissario Goio per gli interventi relativi al dragaggio del porto di Pescara.

E’ questa al momento quella che si crede la soluzione al problema ma in molti nutrono dubbi sui  poteri speciali di Goio che ben poco ha fatto per l’altra emergenza che pure da anni gli compete: quella del disinquinamento del fiume.

Così gli operatori si domandano quando saranno effettuate le analisi dei sedimenti di tutto il bacino; quando saranno avviati i lavori di escavo della banchina commerciale; quando sarà avviata l'escavazione del porto canale.

Proprio il disinquinamento del fiume sarebbe un problema legato al dragaggio per Mario Sorgentone, ex   presidente commissione ambiente del Comune.

«Il fiume, oltre che apportare un alto tasso di inquinamento», dice Sorgentone, «è privo ormai di aree di espansione, quasi tutte sacrificate in nome dell’urbanizzazione e dello sviluppo, con la rettifica degli argini, la cementificazione, l’estrazione dei materiali, il depauperamento della flora.    Tutti i guasti causati lungo il fiume Aterno-Pescara si ripercuotono sulla foce, con accumulo di materiali lapidei, argillosi e limosi. Pertanto il dragaggio sarà sempre una necessità. La diga foranea, realizzata con tanti proclami e speranze, si è rivelata un clamoroso disastro ambientale, soprattutto per l’insabbiamento e la riduzione dei fondali, oltre che per lo stravolgimento dell’ecosistema marino».

Ma per risolvere alla radice il problema (costruire il nuovo porto o smantellare la diga foranea) occorrono ingenti somme, forse più di 200 milioni di euro, cifra che però l’attuale amministrazione di centrodestra alla Regione e al Comune nemmeno ha in predicato di richiedere o reperire tra i tantissimi fondi disponibili per le infrastrutture. La vera emrgenza è il dragaggio non la risoluzione definitiva del problema.

E questa è un’altra delle grandissime colpe bipartisan della classe dirigente abruzzese degli ultimi 20 anni. Anche perché se l’ultimo dragaggio ha battuto ogni record negativo  per il tempo impiegato per avviarlo e per la cifra spesa forse in defiitiva la stessa classe politica trova molto più conveniente continuare ad appaltare in fase di emergenza.  

A proposito di prezzi: i conti non tornano e, a guardare le cifre, i costi del dragaggio sono schizzati alle stelle rispetto a qualche anno fa.

Qualche cifra la fornisce Antonio Spina, storico presidente del comitato che si opponeva alla diga foranea, che ricorda come nel 2000 occorressero 18 mila lire (circa 9 euro) per dragare un metro cubo ed allora la draga prelevava i fanghi  e li depositava in un sito distante anche 6 miglia dalla costa.

«Oggi quella operazione non è più possibile», spiega Spina, «perché i fanghi sono inquinati (prima non lo erano?). A parte questo il costo del dragaggio con il metodo attuale, cioè di scaricare a terra i fanghi, dopo averli fatti decantare, è salito di parecchio se è vero che con un finanziamento di 1,9 milioni di euro dal Ministero Infrastrutture si escavazione 11.000 mc. cioè 172 euro. Al nostro sindaco non sembra un po’ costoso?»

 Nel frattempo si studiano soluzioni intermedie (quelle provvisorie che in Italia diventano definitive) come enti ad hoc preposti al dragaggio, cioè società miste pubblico-private, quelle che raggiungono “ottimi risultati” nella gestione per esempio di acqua e rifiuti, che non producono perdite per cattiva gestione e non moltiplicano a dismisura le assunzioni clientelari.

Visto il successo allora perché non moltiplicarle?

11/03/2011 8.53