Sfruttamento della prostituzione: 5 rumeni fermati a Pescara

Alessandro Biancardi

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Sfruttamento della prostituzione: 5 rumeni fermati a Pescara
PESCARA. Reclutavano e sfruttavano giovani donne, costringendole a prostituirsi sulle strade di Pescara.

E' l'accusa nei confronti di cinque rumeni fermati dalla Squadra mobile del capoluogo adriatico, diretta da Piefrancesco Muriana. In base agli accertamenti della polizia, le ragazze romene controllate dal gruppo erano indotte e costrette alla prostituzione attraverso continue pressioni psicologiche, pesanti minacce e violenze fisiche.

La Mobile è riuscita ad ottenere la collaborazione di alcune delle giovani sfruttate. I particolari dell'operazione saranno resi noti in tarda mattinata.

09/03/2011 9.45

«BAGAGLI»

Semplicemente «bagagli» da poter trasportare, maltrattare, percuotere, minacciare, violentare. Così venivano indicate al telefono dai propri aguzzini le ragazze da avviare alla prostituzione sulle strade di Pescara. Tutte giovanissime, dai 19 ai 30 anni e alcune volte nelle intercettazioni si parla anche di minorenni, fatte venire dalla Romania con la promessa di un lavoro pulito come badante o cameriera e poi invece costrette sulla strada a suon di minacce e violenze fisiche, sessuali e psicologiche da parte dei propri connazionali.

Ieri, nell’arco di sette ore, sono stati sottoposti a fermo indiziario 5 rumeni: Nelu Ciuraru (40 anni), Claudiu Lucian  Andrei (24 anni), Florian Costache (30 anni), Ioan Holban (47 anni), Alexandru Holban (21 anni, figlio di Ioan). I primi tre appartenenti ad un gruppo capeggiato da Ciuraru gestivano 7 ragazze, l’altro sodalizio, composto da padre e figlio, aveva sotto il proprio controllo due ragazze.

«Non è stato facile fermarli», ha detto questa mattina in conferenza stampa il vice questore aggiunto, Alessandro Di Blasio, «perché questi soggetti, al momento dei controlli, non dichiaravano nemmeno un domicilio». Sono stati però trovati in via Mazzini e nei pressi della Caritas di via Bardet. «Sono dei soggetti molto violenti», ha affermato il Comandante Muriana, «addosso ad uno degli Holban abbiamo trovato un coltello al momento del fermo, senza poi parlare delle ripetute violenze sessuali inflitte sulle ragazze».

Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Annalisa Giusti, grazie all’aiuto delle intercettazioni e dell’attività di appostamento della Polizia, hanno permesso di far luce su un’attività criminale iniziata dal giugno scorso, ma il sospetto è che si protraesse da più tempo.

«E’ solo un tassello», ha aggiunto Muriana, «l’indagine non è finita qui».

Intanto, in queste ore il gip sta lavorando per la convalida del fermo resosi necessario ieri dopo due mesi di indagini.

 I PIANI CRIMINALI DEI 5 RUMENI

Stavano progettando la fuga ed un piano per rapire una “loro” ragazza (una di quelle degli Holban) che aveva fatto perdere le proprie tracce dagli inizi di febbraio. Volevano scappare perché avevano paura che la ragazza avesse denunciato tutto alla polizia. Però prima iniziano a cercarla sospettando che  la ragazza fosse sotto il controllo di un’altra banda criminale. La cercano perché vogliono rapirla e sfregiarla.

Nelle telefonate si consultano anche per sapere qual è la pena prevista per un eventuale sfregio mostrando una certa competenza nel campo penale. L’indagine è partita proprio dalla denuncia di questa ragazza scappata, fermata dalla Polizia sempre sulla strada in via della Bonifica (zona fuori dal controllo dei 5), che una volta in commissariato ha deciso di vuotare il sacco e di denunciare i propri aguzzini.

La ragazza ha riferito delle ripetute violenze sessuali subite da parte degli Holban, prima il figlio e poi il padre. In una telefonata il padre rimproverava al figlio di aver perpetrato la violenza sessuale sulla ragazza, ma solo perché avrebbe potuto infettare la ragazza vista la malattia di cui era affetto. E quindi pregiudicare il guadagno.

Le successive violenze sulla ragazza sono state ad opera del padre.

Non solo violenze fisiche ma anche psicologiche. Una seconda ragazza, che ha avuto il coraggio di denunciare, era costretta a prostituirsi al quarto mese di gravidanza e versare i proventi previsti del suo lavoro sotto la minaccia di essere picchiata fino all’aborto.

Anche le denunce e le ordinanze delle forze dell’ordine subite dalle ragazze venivano usate dai protettori con l’avvertimento di una segnalazione al tribunale minorile che avrebbe, quindi, tolto loro la custodia dei figli lasciati in patria. Un'altra confessione è venuta dall’ex convivente del Ciuraru.

 IL CARTELLO CRIMINALE IN PIENO CENTRO

Le ragazze venivano fatte prostituire nei pressi della stazione ferroviaria, sul lungomare tra Pescara  e Montesilvano e in un appartamento in via Isonzo preso in affitto dal Costache. «E proprio nell’appartamento c’è stato il primo intervento della polizia», ha ricostruito il sostituto commissario Guido Camerano, «che ha trovato un’agendina su cui erano annotati meticolosamente i guadagni provenienti dallo sfruttamento delle prostitute.

Non solo i guadagni, ma anche un “business plan” con le previsioni di guadagno: ogni ragazza, anche in questo periodo invernale, dovevano rendere almeno 50 euro al giorno.

Le tariffe andavano dai 30 ai 60 euro (più alta se in casa) e in media una prostituta riusciva ad avere 5-6 clienti al giorno. Per decifrare il resoconto dei guadagni  è stata fondamentale la collaborazione di una delle ragazze visto l’utilizzo di nomignoli per indicare le prostitute. «Una presenza assillante quella dei protettori», ha detto il comandante Muriana, «che telefonavano continuamente alle prostitute nelle ore di attività per dire anche solo di spostarsi avanti, per chiedere quanto avessero guadagnato fino a quel momento e per incitarle ad incassare più denaro». L’intensa attività di appostamento notturna dei poliziotti, sia in divisa che in borghese, ha permesso di riscontrare quanto si dicevano i 5 al telefono.

Due gruppi senza scrupoli, separati ma in contatto tra loro come comprovato dalle numerose telefonate in cui decidevano dove piazzare le ragazze stando ben attenti a non sconfinare in territori già controllati da altri con il rischio di innescare reazioni del gruppo concorrente. Dunque i rumeni si guardavano bene dal pestare i piedi a qualcuno, tra i due gruppi c’era quindi una sorta di pacifica concorrenza. Non si sa se fossero già conosciuti alle forze dell’ordine rumene, ma di sicuro lo erano per quelle italiane.

Ora le ragazze denuncianti hanno rifiutato l’aiuto offerto dalle forze dell’ordine per l’inserimento in una comunità ed hanno preferito vivere in autonomia.

La polizia ora sta cercando di contattare anche le altre che finora non hanno avuto il coraggio di denunciare.

 Manuela Rosa  09/03/2011 14.06