Centrale del Latte, «serve nuovo vincolo per salvare l'edificio»

Alessandro Biancardi

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Centrale del Latte, «serve nuovo vincolo per salvare l'edificio»
PESCARA. Questa mattina partirà da Pescara una lettera indirizzata alla direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici dell’Abruzzo.*PROFESSOR VARAGNOLI: «IN GIOCO DESTINO DELL'INTERA AREA»

La missiva è stata sottoscritta da numerosi consiglieri comunali pescaresi di maggioranza e opposizione a sostegno della richiesta di vincolo della ex- centrale del latte.

21 al momento le firme: primo firmatario il presidente del Consiglio Comunale Licio Di Biase, Maurizio Acerbo, Fausto Di Nisio, Augusto Di Luzio, Camillo D’Angelo, Massimiliano Pignoli, Vincenzo Dogali, Giovanni Di  Iacovo, Giuseppe Bruno, Massimo Pastore, Moreno Di Pietrantonio, Gianluca Fusilli, Paola Marcheggiani, Adele Caroli, Armando Foschi, Enzo Del Vecchio, Florio Corneli, Marco Alessandrini, Giovanni Santilli, Nico Lerri, Adelchi Sulpizio.

«Lo scorso 28 luglio», ricorda Acerbo (Rc), «avevamo scritto per sollecitare un’azione di tutela. Ora scriviamo per conoscere le risultanze dell’istruttoria».

E nuovi documenti confermano l'importanza storica e architettonica della Centrale del Latte e rendono necessaria la sua tutela attraverso il vincolo.

Italia Nostra, Comitato Abruzzese del Paesaggio e WWF hanno divulgato ulteriore materiale storico a supporto della campagna per la difesa della memoria artistica e culturale della città. Questi documenti sono stati consegnati alla Sovrintendenza «affinchè sia apposto in maniera definitiva il vincolo su questo edificio simbolo della città nel periodo fascista».

 Tra i documenti trovati spicca una pagina della brochure storica della Ditta Staccioli, che aveva realizzato la centrale del latte, in cui si esplicita, a margine della fotografia del proprio opificio, il nome del progettista, Di Fausto.

«Ciò conferma», dicono le associazioni, «rispetto ai dubbi avanzati da alcuni in maniera strumentale, che l'attribuzione dell'edificio al famoso architetto, peraltro già contenuta in numerosi testi anche di carattere universitario, è incontrovertibile. Un altro documento storico del ventennio, che le associazioni hanno riprodotto in un piccolo manifesto, magnifica le sorti della città di Pescara in pieno sviluppo e, tra gli edifici identitari della nascente municipalità, pone proprio la Centrale del Latte».

Per questo le associazioni credono che l'apposizione del vincolo sia un atto dovuto sia per le caratteristiche dell'edificio sia per la salvaguardia della memoria della città. Per questo l'appello in forma di cartolina e manifesto che le organizzazioni hanno consegnato a sovrintendenza e comune ha un titolo evocativo “Damnatio memoriae?”, perchè si ritiene che la perdita di questo edificio costituirebbe «un danno irreparabile alla storia della città». 

15/02/2011 11.11

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PROFESSOR VARAGNOLI: «IN GIOCO DESTINO DELL'INTERA AREA»

 Ospitiamo il commento del professor Claudio Varagnoli, ordinario di Restauro architettonico – Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti e Pescara in merito al destino della Centrale del Latte e il futuro di Pescara.

 Il dibattito che si è finora sviluppato sul destino della ex Centrale del Latte può aprire prospettive importanti per le sorti dell’intero patrimonio architettonico di Pescara. Va subito precisato che l’edificio era di primaria importanza sia per la storia della città, sia per gli intrinseci valori architettonici. Le osservazioni recentemente avanzate per evidenziare i limiti dell’azione di tutela e la scarsa rilevanza della Centrale appaiono pretestuose. Sorto negli anni del decollo della città capoluogo, l’edificio di Pescara ben rappresentava una tipologia diffusa in tutta Italia a seguito del Regio Decreto 994 del 1929, che favoriva la nascita di impianti per garantire la fornitura di latte e il miglioramento dell’alimentazione degli italiani, ancora rintracciabile in numerosi esempi, come a Brescia, a Vicenza o a Roma. Collocata al di fuori del nucleo urbano, come di prassi, sulla stessa via del Circuito sui cui si attestava l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, la Centrale di Pescara - come i palazzi del Governo e del Comune, la Casa Balilla, l’ufficio postale, la stessa nuova cattedrale - rappresentava lo sforzo di crescita di una comunità locale aperta ai fermenti nazionali.

In questo quadro, la questione dell’autorialità è tutto sommato secondaria, e fa capo ad un modo ormai superato di intendere la tutela. Tuttavia, le indicazioni che portano a Florestano Di Fausto, progettista di spicco del regime fascista e impegnato a Tirana, in Libia e nel Dodecaneso, sono chiare, grazie agli studi recenti di Fabrizio Di Marco: la Centrale è menzionata fra le opere di Di Fausto fin dalla prima biografia di Michele Biancale e dall’opuscolo dell’impresa Staccioli, attiva a Roma, Pescara e Tirana e storicamente legata a Di Fausto, che pubblica le prime foto dell’edificio appena inaugurato. La questione è stata affrontata nell’ambito di un convegno sulla tutela dell’architettura del Novecento tenuto nella Facoltà di Architettura nell’ottobre dell’anno scorso, con rappresentanti dell’Amministrazione Comunale, dell’Archivio di Stato e della Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio, i cui atti sono di prossima pubblicazione. Dalle varie relazioni, la nuova Pescara capoluogo appariva come una città di qualità, in cui durante gli anni Trenta erano stati chiamati progettisti fra i più promettenti e attivi dell’epoca, dai giovani Paniconi e Pediconi, ai più esperti Cesare Bazzani e Camillo Guerra, a Vincenzo Pilotti, fino alla potente personalità di Michelucci per l’Aurum; e si tace di tanti altri nomi illustri, fra i quali l’autore, per ora sconosciuto, della felicissima Casa dei Canottieri, di cui urge un sapiente restauro.

«UN EDIFICIO ARCHITETTONICO MOLTO VALIDO»

Ma oltre al suo valore per lo specifico della storia della città, la Centrale era soprattutto un edificio architettonicamente molto valido: la volumetria tripartita rivestita dal clinker, secondo i canoni estetici dell’epoca, manteneva un taglio funzionalista che ritroviamo in altri edifici dello stesso tipo, in cui ampie finestrature si alternavano a pareti completamente cieche, riscattando l’opera dal tono celebrativo che grava altre opere di Di Fausto.

Malgrado queste qualità, l’edificio non rientrava nel pioneristico censimento del patrimonio storico- architettonico commissionato dal Comune a Lorenzo Bartolini Salimbeni nel 1994, fra l’altro concentrato solo su alcune parti della città. E la cosa non deve stupire più di tanto, perché la tutela del patrimonio storico e artistico non è data una volta per sempre, ma è un processo dinamico, che si affina e si arricchisce di dati; cosicché oggi siamo più avvertiti nei confronti dell’architettura del Ventennio, mentre in un prossimo futuro ci troveremo a tutelare edifici oggi praticamente ignorati.

«IN GIOCO IL DESTINO DELL'INTERA AREA»

Queste considerazioni non attenuano, è chiaro, le responsabilità delle autorità comunali, almeno di quelle preposte allo sviluppo urbanistico della città. Ma è ugualmente forte la responsabilità dei progettisti che dovrebbero comunque accogliere la conservazione dei valori architettonici come un impegno costante del loro operare. Chi progetta è chiamato a un ruolo di responsabilità, nel mediare tra le esigenze della committenza e le istanze della comunità civile, che ha necessità di riconoscersi nella propria storia e nei propri valori estetici. E nella consapevolezza che la conservazione del patrimonio storico architettonico non sia un’attività per anime belle nostalgicamente orientate al passato, ma uno strumento di critica di modelli di sviluppo dati per scontati.

Per questo la vicenda della ex Centrale assume un ruolo più ampio del singolo, piccolo edificio. E’ infatti in gioco il destino dell’intera città, sottoposta a spinte speculative sempre meno controllabili – come dimostra anche il recente volume La colata curato da Ferruccio Sansa– che stanno modificando la struttura urbana. Consistenti minacce investono da tempo quanto rimane del borgo Marino, testimonianza non secondaria di una storia “dal basso” della città, o le architetture floreali delle ville del lungomare, nel loro precario equilibrio con il paesaggio costiero.

«REINTEGRAZIONE DI QUELLO CHE RESTA»

 Ancorché tardive, le disposizioni prese dalla competente Soprintendenza, sostenuta da battagliere associazioni cittadine, per la salvaguardia della Centrale appaiono pienamente condivisibili e in linea con il quadro nazionale di tutela di simili memorie. Nessuno pensa che il moncone debba rimanere nello stato attuale e appare difficile passare a una totale ricostruzione “come era e dove era” di un edificio degli anni Trenta, anche per l’esito deludente che si rischierebbe. Piuttosto si può pensare a una reintegrazione di quanto rimane del prospetto e a una sua conservazione nell’ambito del nuovo progetto, così come si è cercato di fare in altre città, dove le testimonianze di archeologia industriale diventano contenitori per attività al servizio della cittadinanza. Una sfida che potrebbe restituire profondità storica al brano di città in formazione e che costituirebbe la pietra angolare di un ritrovato rapporto della città con il proprio passato.

Claudio Varagnoli  15/02/2011 16.42