Processo Bussi. Il pm: «tutti sapevano dell’inquinamento. Triste vicenda di vile denaro»

Alessandro Biancardi

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DISCARICA DI BUSSI

DISCARICA DI BUSSI

PESCARA. La richiesta di processo per tutti i 27 indagati del processo Bussi. E’ durata quasi 5 ore la requisitoria del pm Anna Rita Mantini.

 

Oggi ennesima udienza preliminare sul processo che riguarda l’avvelenamento della acque e lo stoccaggio abusivo di oltre 500mila tonnellate di scorie altamente inquinanti nei pressi di Bussi.

Oggi è toccato all’accusa riassumere i capi di imputazione e ricordare gli elementi probatori emersi che giustificherebbero quanto meno l’apertura del dibattimento cioè la produzione e la discussione delle stesse prove davanti al giudice.

Così oggi il pm davanti al gup Luca de Ninis ha chiesto che vengano processati i 27 indagati tra cui spiccano Giorgio D’Ambrosio all’epoca presidente del’Ente d’Ambito pescarese e Bruno Catena presidente dell’Aca oltre esponenti della Montedison.

Mantini ha parlato di un «filo rosso della vergogna» che lega sia la Montedison che gli amministratori di Aca e Ato, finalizzata a non far conoscere, e a non far sapere a chi non sapeva che c'era l'inquinamento, per non creare allarmismi. Dopo aver ricostruito le vicende della Montedison e aver parlato della sua politica ambientale il pm ha sostenuto che si sapeva della contaminazione dell'acqua a partire dagli anni '90 e dal '94 sarebbe cominciata l'opera finalizzata a nascondere e falsificare dati, mantenendo così una situazione «di disastro».

Si sosteneva che l'acqua fosse potabile perchè la legge prevedeva l'esame solo di determinati parametri, per cui il metodo utilizzato era quello di dichiarare potabile l’acqua senza però cercare determinate sostanze pericolose che però erano presenti nell’acqua del rubinetto.

Le difese hanno però opposto la ragione che la legge non prevedeva espressamente come obbligatoria la ricerca delle altre sostanze inquinanti.

Ma per il pm Mantini, però non ci si può nascondere dietro quei parametri ed ha puntato il dito contro una certa volontà precisa che sarebbe stata quella di tenere segreto l’inquinamento così come sarbbe stata volontaria la scelta di non cercare altre sostanze inquinanti perché si sapeva erano presenti.

L'acqua avvelenata, ha sostenuto l’accusa, veniva miscelata con quella buona dell’acquedotto Giardino per diluire in qualche modo quella inquinata e contaminata che è stata definita «acqua sporca di una pozzanghera».

Per la procura il «filo rosso di questa tristissima vicenda processuale è pur sempre il vile denaro. Per il denaro si è inquinato e per il denaro si è taciuto». Infatti una delle tesi del silenzio durato quasi 15 anni sull’inquinamento sarebbe stato quello di evitare di spaventare eventuali altri investitori sul sito di Busi ed in particolare sullo stabilimento ex Montedison, poi acquistato dalla Solvay.

Intanto il legale di Giorgio D'Ambrosio ha presentato richiesta di rito abbreviato subordinato a una perizia per stabilire se fosse stato più rischioso, nel 2007, chiudere i pozzi Sant'Angelo e lasciare la vallata a secco o erogare l'acqua per qualche mese cercando nel frattempo una soluzione. Richiesta respinta dal gup. Tra i reati figurano avvelenamento delle acque, disastro doloso, commercio di sostanze contraffatte e adulterate, delitti colposi contro la salute pubblica, turbata libertà degli incanti e truffa.

02/11/2010 18.23

 * LA CHIUSURA DELL'INDAGINE ED I 27 INDAGATI

* LA NOSTRA INCHIESTA SULL'ACQUA INQUINATA