DITTATURA DEL PETROLIO

Trivelle, le compagnie petrolifere rinunciano a 7 delle 10 concessioni in Croazia

Problemi di confine ma per Greenpeace c’è di più

Redazione Pdn

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Trivelle, le compagnie petrolifere rinunciano a 7 delle 10 concessioni in Croazia

CROAZIA. Due compagnie petrolifere a cui erano state assegnate sette delle dieci aree di ricerca idrocarburi in Croazia hanno rinunciato alle concessioni.

Si tratta dell’austriaca OMV e della statunitense Marathon Oil. La rinuncia è arrivata a pochi giorni dalla firma del contratto con il governo croato. Le altre tre licenze sono state concesse alla società pubblica croata Ina, all’ungherese Mol e al consorzio tra l’italiana Eni e l’inglese Medoilgas (già attiva in Basilicata).

L’annuncio di questo clamoroso doppio abbandono è arrivato a fine luglio per voce del ministro croato dell’Economia, che l’anno scorso aveva avviato la corsa alle trivellazioni sul versante orientale del mare Adriatico. La motivazione ufficiale è che non è stata ancora risolta la disputa sui confini marittimi tra Croazia e Montenegro e ciò avrebbe indotto le società ad un passo indietro.

L’ Agenzia Idrocarburi, come riporta il sito ‘Croatia week’ ha confermato la decisione del consorzio e annuncia che ci sarà una nuova gara il prossimo autunno.  «E’ vero, il consorzio si è tirato fuori», ha spiegato Barbara Dorico, responsabile dell’Agenzia, «perché non erano convinti delle nostre garanzie offerte sulla questione della disputa dell’area. Ci aspettiamo invece che le altre società firmino i contratti a settembre».  

Ma Greenpeace ritiene che le ragioni della marcia indietro non siano da imputare esclusivamente  al problema di confine.
«Con il prezzo del petrolio in discesa e una rivolta contro le trivelle che ormai comprende non solo Croazia e Italia ma anche comunità e cittadini dei Paesi vicini (Austria, Slovenia, Ungheria e Slovacchia), evidentemente i petrolieri non se la sentono più di rischiare per due gocce di greggio», commenta Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «È bene che se ne renda conto anche il governo italiano, promuovendo una moratoria immediata delle trivellazioni nei nostri mari».

Greenpeace e altre associazioni ambientaliste (Federazione Pro natura, Legambiente, Marevivo, Touring Club Italiano, WWF) hanno inviato una nota ai presidenti delle Regioni, indirizzata in particolare ai governatori di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Marche, Molise e Puglia che proprio a fine luglio si sono incontrati al Ministero dello Sviluppo Economico con il sottosegretario Simona Vicari per chiedere di sostenere una moratoria alle trivellazioni.

La moratoria, dicono gli ambientalisti, si giustifica soprattutto per tre ragioni.

La prima è che le Regioni oggi non hanno praticamente voce in capitolo sulle autorizzazioni delle ricerche petrolifere offshore, mentre secondo giurisprudenza su questi temi si impone una forte intesa bilaterale tra lo Stato e la Regione interessata.

In secondo luogo, in Italia, a differenza della Croazia, non è mai stata fatta una Valutazione Ambientale Strategia (VAS) sulle ricerche offshore di idrocarburi, che dovrebbe definire anche in quali aree sensibili queste ricerche non possono essere eseguite.

«Per esempio», sottolinea Greenpeace, «una VAS ben fatta dovrebbe impedire che si richiedano autorizzazioni per attività con airgun (sistemi di analisi geofisica che producono esplosioni devastanti) in aree note per la riproduzione di specie ittiche di importanza commerciale».

In terzo luogo, la proposta di recepimento della Direttiva offshore dell’Unione Europea (dir. 30/2013) avanzata dal governo italiano sarebbe irricevibile. «Anzitutto», spiega Giannì, «perché intende affidare a organismi ministeriali quella che, secondo la stessa direttiva, deve essere invece una “agenzia di controllo indipendente” sulle attività petrolifere. Inoltre, continua a tollerare che in Italia la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per le trivelle consideri solo rischi secondari (come lo sversamento in mare di qualche metro cubo di idrocarburi) senza affrontare l’analisi dei rischi per gli incidenti rilevanti, come l’esplosione nel 2010 della Deepwater Horizon in Louisiana (l’evento che aveva spinto alla scrittura della direttiva)».