MISTERO

Italiani rapiti in Libia: finiti in un meccanismo più grande. L’Onu chiede il rilascio

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Italiani rapiti in Libia: finiti in un meccanismo più grande. L’Onu chiede il rilascio

Mellitah compound

 

IL CAIRO.  Spariti nel nulla. Sono ore di angoscia per la sorte dei quattro tecnici italiani rapiti domenica scorsa in Libia, nei pressi della città di Mellitah. Dopo una giornata segnata dal silenzio totale, tutte le piste restano aperte, dai seguaci del Califfo ai gruppi di miliziani armati alle bande di criminali, fino ad una ipotetica rappresaglia di trafficanti di esseri umani.

Prudente la Farnesina, che ha definito prematuro fare delle ipotesi, mentre l'Onu ha chiesto l'immediato rilascio dei nostri connazionali. A 48 ore dal sequestro di Gino Pollicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla, dipendenti della società di costruzioni e manutenzione di impianti energetici Bonatti, manca ancora una rivendicazione ufficiale.

E mentre i servizi italiani sono al lavoro per individuare un canale 'utile', si moltiplicano le ipotesi su chi li abbia presi e sul perché. Vendetta, rappresaglia o estorsione? È molto "improbabile che il rapimento sia stato motivato da ragioni politiche, perché non sono state fatte rivendicazioni fino a questa mattina", hanno tagliato corto dalla rappresentanza libica in Italia, aggiungendo che gli inquirenti locali sospettano anche "motivazioni criminali di trafficanti di esseri umani" che potrebbero aver agito per "rappresaglia contro la missione unilaterale che ha il compito di individuare le navi che salpano dalla Libia verso l'Europa".

C'è poi chi ipotizza la pista o meglio lo spettro dei terroristi dell'Isis. Ma per il momento si tratta solo di scenari, come quello che puntava il dito contro il gruppo Geish al Qabila, l'Esercito delle tribù, milizie tribali contrapposte a Fajr Libya.

Un mistero che si infittisce considerata la realtà frammentata della Libia, Paese diviso tra Tobruk e Tripoli, dove non esiste un unico interlocutore. L'unica certezza per ora sembra essere il luogo del rapimento, un'area ad ovest della capitale, quasi al confine con la Tunisia, dove sono attivi miliziani e bande. Per la Farnesina, che si è subito attivata con l'intelligence, è difficile fare ipotesi.

Il ministro Paolo Gentiloni, che ieri aveva affermato che il rapimento non è una ritorsione contro l'Italia, questa mattina, incontrando l'inviato speciale dell'Onu per la Libia Bernardino Leon, ha definito "prematuro" ed "imprudente dare interpretazioni politiche sul movente".

"Questo non è il momento di esercitarsi sui retroscena - ha esortato il ministro - ma per mostrare il volto di un Paese unito come l'Italia che conosce il terreno e ha fiducia nel lavoro della diplomazia e dell'intelligence". Leon, da parte sua, ha chiesto il "rilascio immediato e senza condizioni" dei quattro tecnici. Tobruk intanto ha aperto un'inchiesta e ha definito l'episodio indicativo dello stato della sicurezza nel Paese, sempre più precario.