CARTE E INCONGRUENZE

Petrolio in Croazia, rischio in Abruzzo: «la conquista dell’Adriatico deve essere fermata»

Le associazioni ambientaliste presentano osservazioni ai progetti di perforazione

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Petrolio in Croazia, rischio in Abruzzo: «la conquista dell’Adriatico deve essere fermata»



ABRUZZO. Il pericolo del petrolio è doppio: non solo la volontà sfrenata del governo italiano di concedere permessi per trivellare a poche miglia dalle coste italiane ma c’è anche il governo croato che ha concesso già molti permessi analoghi.
E non sarebbe un problema secondario visto che secondo gli studi possibli incidenti con sversamento in mare di petrolio arriverebbe sulle coste italiane a causa delle correnti.
Insomma L’Abruzzo e le regioni adriatiche farebbero bene a preoccuparsi anche della vicenda petrolio che riguarda la Croazia.  
Per questo questa mattina a Pescara, le Associazioni WWF, Legambiente, FAI, Italia Nostra, LIPU, Arci e Marevivo  (riunite nel coordinamento “No Petrolio – Sì Parco”) hanno presentato le osservazioni  sulla Valutazione Ambientale Strategica - VAS del Piano del Governo Croato per la ricerca e la produzione di idrocarburi offshore nel Mar Adriatico firmate da WWF, Legambiente, Greenpeace e Marevivo.
Ci sono voluti 6 mesi dall’inizio della VAS (dal 25 agosto 2014 al 26 febbraio 2015) perché l’Italia e la Croazia si mettessero d’accordo per fare una valutazione transfrontaliera, come chiede l’Europa, sul Piano/Programma di ricerca di idrocarburi in Mare Adriatico preparato dal Governo della Croazia. Un Piano che riguarda ben 29 zone (distribuite in un’area di circa 37 mila kmq) dove fare ricerca e trivellazioni.
Le osservazioni (composte da un documento di 70 pagine + due allegati rispettivamente sulle aree protette e su SIC e ZPS) sono state inviate al Ministero dell’Ambiente e alle Regioni in questi giorni, nei termini previsti per le consultazioni (da notare che non sono stati garantiti 60 giorni utili, ma solo 45).

 PROGETTI IMPATTANTI E POCHE INFORMAZIONI AI CITTADINI
Ma le informazioni fornite ai cittadini italiani, nell’ambito della procedura VAS, «non sono sufficienti e credibili su un’operazione che, viste le correnti dominanti da est ad ovest, minaccia il turismo e la pesca italiani, e mette a rischio il patrimonio naturale», dicono le associazioni».

E a rischiare sarebbero 112 aree protette dalle norme italiane e comunitarie, tra cui 6 aree marine protette (Riserva naturale marina di Miramare nel Golfo di Trieste, Riserva naturale marina delle Falesie di Duino, Riserva naturale marina della Valle Cavanata, Riserva naturale marina della Foce dell’Isonzo, Riserva naturale marina Isole Tremiti, Area marina protetta Torre del Cerrano), 1 parco nazionale (Parco nazionale del Gargano), 10 parchi regionali (tra cui i parchi regionali del Delta del Po di Veneto e Emilia Romagna, il Parco del Conero e il Parco Palude e Bosco di Rauccio, Parco Costa Otranto – S. Maria di leuca – Bosco Tricase), 31 riserve naturali statali e regionali, e 65 siti della Rete Natura 2000 distribuiti nella fascia costiera e nelle acque territoriali italiane.
 
SOLO 3 PAGINE
In primo luogo è stato sottolineato come sia stata depositata solo una sintesi di appena 3 pagine del Piano Programma croato e come risulti comunque evidente che il Rapporto ambientale sia stato costruito “a valle” del Piano, in contrasto con quanto previsto dalla normativa comunitaria.
Una circostanza questa, che sommata alle «carenze e omissioni del Rapporto Ambientale sui sistemi ambientali coinvolti e sui possibili rischi per gli ecosistemi» porta a dire alle quattro associazioni WWF, Legambiente, Greenpeace e Mare Vivo che «la documentazione depositata non risponde a quanto richiesto dalla Direttiva VAS (Direttiva 2001/42/CE), ma nemmeno agli obblighi derivanti dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE) che chiede la Valutazione di incidenza a tutela della Rete Natura 2000».
 
«A rischio sono le attività economiche fondamentali per lo sviluppo della costa adriatica italiana quali il turismo e la pesca», rilevano le quattro Associazioni.
Le località costiere delle regioni del Nord Italia che si affacciano sull’Adriatico assorbono la metà delle presenze balneari e dei relativi consumi turistici nazionali (127.493.000 presenze l’anno in strutture ricettive ed abitazioni private) che generano  10 miliardi di euro in spese per beni e servizi l’anno (dati Unioncamere 2014).
 
Per gli effetti sulla pesca le Associazioni ricordano che «l’Adriatico è uno degli ecosistemi più produttivi del Mediterraneo e che l’inquinamento provocato dalle attività offshore mettono a rischio specie ittiche di pregio, molluschi e crostacei: il Rapporto GOOMEX, uno delle indagini più complete esistenti al mondo sugli impatti tossici delle attività petrolifere sui pesci, condotto nelle acque costiere del’Alabama, conferma che, a causa degli scarti delle piattaforme petrolifere, le concentrazioni di mercurio riscontrate nei pesci sono 25 volte superiori alla norma».
 
LE CORRENTI PORTERANO L’INQUINAMENTO IN ITALIA
Nelle Osservazioni delle Associazioni ambientaliste, viste le brezze dominanti in Adriatico, si rileva che «l’inquinamento atmosferico provocato dalle emissioni derivanti dalle attività routinarie delle piattaforme offshore rischiano di far arrivare sui centri costieri italiani, nell’arco di 12 ore, emissioni inquinanti di ossidi di zolfo e di ossidi di azoto e di gas climalteranti, come il metano e la CO2».
Nel caso di un “oil spill”, sversamento di petrolio, provocato da una salita veloce e incontrollata dei fluidi dai pozzi (blowout), «le zone più colpite in inverno e primavera sarebbero le regioni italiane dell’Adriatico settentrionale e centrale, mentre in estate e autunno il rischio maggiore lo correrebbe l’Adriatico centrale».
 Per incidenti che, al contrario di quanto sostengono i petrolieri, non sono così rari, visto che a partire dal 1955 in tutto il mondo si sono avuti 573 eventi dovuti a blowout (fonte SINTEF Offhsore Blowout Database).
Per non parlare degli sversamenti legati alle attività ordinarie anche in fase di ricerca di fluidi di perforazione e di acque di drenaggio oleose che mettono a rischio il plancton e tutte le specie marine.
 
PERICOLI PER LA FAUNA
Nella fase di ricerca, ricordano gli ambientalisti, «elevati sono i pericoli per i pesci, ma soprattutto per i cetacei, con danni all’apparto uditivo e conseguenze fisiche anche letali, legati all’uso per la ricerca geosismica di airgun che provocano esplosioni di onde acustiche di forte potenza, obbligando le specie marine a risalite repentine con il rischio di emboli mortali, come confermato anche nel 2012 da ISPRA, l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente, dalle ricerche di Gianni Pavan, docente di bioacustica all’Università di Pavia  e come denunciato da una lettera inviata al presidente USA Obama firmata da 75 scienziati di fama internazionale di tutto il mondo (tra cui, tra gli italiani, Giuseppe Notarbartolo di Sciara)».

RISCHIO TERREMOTI
Nel Rapporto Ambientale presentato dal Governo Croato, infine, denunciano gli ambientalisti, pur riconoscendo il potenziale pericolo derivante da tsunami, terremoti e altri fenomeni correlati, «non viene presentata alcuna analisi di rischio, cosa che ancora una volta inficia la validità del Piano/Programma sottoposto a VAS transfrontaliera».
Tra le mancanze più gravi sull’argomento si segnala che: nella serie storica prodotta si prende in considerazione solo il modesto maremoto del 1979, che ha provocato comunque gravi danni in Montenegro e in Albania, mentre eventi ben più devastanti sono avvenuti nel 1511 nel nord est dell’Adriatico orientale e nel 1627 nella zona centro-sud dell’Adriatico occidentale; si omette che la “microplacca Adriatica” è stata identificata da studi recenti come zona attiva di collisione tettonica; non vengono prodotti studi approfonditi sui sistemi di faglie, dimenticando, ad esempio, che la faglia attiva di Tolmin Ijdria, nonostante si muova lentamente, ha generato un terremoto di Magnitudo 6.8 nel 1511.
 
Un’ultima considerazione. Il Governo italiano, che pure ha chiesto ed ottenuto questa VAS transfrontaliera su Piano di ricerca croato, «non ha mai sottoposto ad una VAS complessiva le decine e decine istanze e richieste di ricerca ed estrazione che ormai riguardano il mare italiano».
Si tratta di un ulteriore elemento che giustifica l’opposizione alla deriva petrolifera che sta colpendo l’Abruzzo e l’Italia tutta.
 
IL GRUPPO DI LAVORO
Il gruppo di lavoro che ha prodotto le Osservazioni degli ambientalisti ha visto il contributo volontario di 12 tra docenti universitari ed esperti delle associazioni nelle varie materie: Stefano Lenzi, responsabile Ufficio relazioni istituzionali WWF Italia (coordinamento e editing Osservazioni); Luigi Agresti, Area Rete e Oasi WWF Italia; Fabrizia Arduini, WWF Abruzzo; Lelio Del Re, esperto pesca; Piero Di Carlo, Università degli studi dell’Aquila; Carmelo Fanizza, biologo marino; Roberto Furlani, responsabile Turismo WWF Italia; Gigi Ghedin, responsabile banca dati territoriali e GIS WWF Italia; Alessandro Giannì, direttore Campagne Greenpeace Italia; Anna Giordano, responsabile Policy Rete Natura 2000 WWF Italia; Loredana Pompilio, Università degli studi di Chieti/Pescara; Francesco Stoppa, International Seismic Safety Organization (ISSO) e Università degli studi di Chieti/Pescara; Maria Rosa Vittadini, IUAV; Giorgio Zampetti, responsabile scientifico Legambiente nazionale.