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Biscotti, merendine, creme spalmabili e latte per neonati: l’olio di palma fa male?

Nel 2014 in Italia sono stati importati 1,7 miliardi di chili

Redazione Pdn

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Biscotti, merendine, creme spalmabili e latte per neonati: l’olio di palma fa male?


ROMA. Aumentano del 19% le importazioni di olio di palma in Italia per un quantitativo record che ha superato addirittura 1,7 miliardi di chili nel 2014.
E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti che lancia l’allarme sull’invasione di un prodotto sotto accusa dal punto di vista nutrizionale e ambientale, proprio nella patria dell’olio extravergine di oliva e della dieta mediterranea.
Questo olio, presente in notevole quantità in alimenti come dolci e torte, pasti, merendine, creme spalmabili e molto altro, contiene infatti oltre il 40% di grassi acidi saturi cosiddetto "aterogeno" (che possono indurre l'aterosclerosi), che hanno effetti negativi sulla salute, compreso l'aumento del rischio di incidenti cardiovascolari.
L’olio di palma, che costa molto meno di altri tipi di oli vegetali, è una fonte importante di grassi nel mondo e, come detto, è utilizzato in molti alimenti e preparazioni (pasticcini e torte, paste, dolci, pizze, torte salate e torte salate, panini, biscotti dolci e bar, o margarine). Fino a qualche mese fa la sua presenza era celata dietro la dicitura generica “olio vegetale”.
Nel 2007, con 28 milioni di tonnellate di produzione globale, era il secondo olio commestibile più prodotto, dopo l'olio di soia, che adesso potrebbe aver superato.
Il suo grande uso nell'industria alimentare commerciale si spiega col suo basso costo, che lo rende uno degli olii vegetali o alimentari più economici sul mercato

MOLTO ECONOMICO MA…
Come detto l’olio di palma è molto richiesto nell’ambito alimentare per la sua versatilità ed economicità, ha infatti un’elevata resa per ettaro e quindi costa poco, ha una buona stabilità, resistenza alla cottura e non irrancidisce. Nei supermercati oltre il 90% dei prodotti da forno venduti contiene questo grasso vegetale di cui la maggior parte dei consumatori ne ignora persino l’esistenza.
«L’olio di palma per il basso costo e la scarsa informazione - sottolinea la Coldiretti - tende a sostituire grassi più pregiati praticamente ovunque ed anche in alimenti per bambini come biscotti, merendine, torte e addirittura nel latte per neonati, con quantitativi importati in Italia che sono aumentati di dieci volte negli ultimi 15 anni, ma che ora si possono riconoscere dall'etichetta».
«Alle preoccupazioni per l'impatto sulla salute a causa dell'elevato contenuto di acidi grassi saturi si aggiungono peraltro quelle dal punto di vista ambientale perché - continua la Coldiretti - l'enorme sviluppo del mercato dell’olio di palma sta portando al disboscamento selvaggio di vaste foreste senza dimenticare l’inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione».
Dal Belgio, invece, arriva la raccomandazione ad un uso moderato limitando il consumo di olio di palma all'8% dell'apporto energetico giornaliero.

 
L’ETICHETTA
Per consentire scelte di acquisto consapevoli da parte dei consumatori è stato introdotto il 13 dicembre 2014 nella legislazione comunitaria l’obbligo di specificare in etichetta la natura dell’olio eventualmente utilizzato nei prodotti alimentari confezionati.
Non è più possibile pertanto utilizzare la dicitura generica “olio vegetale”, giocando sul fatto che nella nostra tradizione quando si pensa all’olio si pensa a quello di oliva, ma si deve indicare con precisione di quale olio si tratta. «Per i prodotti venduti sfusi al forno o in panetteria - precisa la Coldiretti - deve essere sempre esposto e a disposizione dei consumatori, l’elenco degli ingredienti utilizzati».
«Una vittoria nei confronti delle grandi lobby che tuttavia continuano a far sentire il proprio peso come dimostra ad esempio la decisione dell’Unione Europea di ricorrere all’organizzazione mondiale del commercio (WTO) per la costituzione di un comitato di arbitraggio riguardo ad alcuni dazi di importazione della Russia, che ritiene eccessivi per diversi prodotti tra i quali l’olio di palma. In altre parole - denuncia la Coldiretti - l’Unione Europea decide di intervenire per far aumentare le importazioni di un prodotto di dubbia qualità che peraltro fa concorrenza sleale al burro e all’olio extravergine di oliva europei sostituendoli nei dolci, nelle pizze, nella panetteria, industriale ed artigianale'».

FA MALE?
Ma l’olio di palma fa male o no? Una risposta univoca per il momento non c’è anche se sul tema si trovano diversi studi.
«La situazione non è proprio rosea e i lavori scientifici lo evidenziano», spiega Anna Villarini biologa nutrizionista presso l’Istituto nazionale dei tumori di Milano recentemente intervistata dal portale ‘Il Fatto Alimentare’. Una raccolta di studi condotta dai ricercatori e nutrizionisti italiani su oltre 50 lavori diversi e pubblicata nel 2014 su The American Journal of Clinical Nutrition, evidenzia che il consumo abituale di olio di palma fa aumentare in modo significativo la concentrazione di grassi nel sangue, dal colesterolo ai trigliceridi .
Non solo, riferisce sempre Villarini, il rapporto tra colesterolo cattivo (LDL) e buono ( HDL) aumenta, per cui alla fine si assiste a maggiori livelli di colesterolo cattivo. Un altro elemento evidenziato è la maggiore presenza di colesterolo cattivo nel sangue tra gli abituali consumatori di olio di palma, rispetto alle persone che impiegano altri grassi decisamente più salutari come l’olio extravergine di oliva. «Un’altra considerazione – continua Villarini – è che il palma viene spesso utilizzato in forma esterificata dalle aziende alimentari e questa modifica peggiora il profilo lipidico favorendo il danno cardiovascolare».
Ma c’è anche un lavoro pubblicato su Lipids nel 2014 da Perreault M dove si associa il consumo di acido palmitico all’incremento di sostanze infiammatorie circolanti nel sangue: «è noto che gli stati di infiammazione cronica favoriscono lo sviluppo di varie patologie come le cardiovascolari, l’aterosclerosi, il diabete e anche alcuni tumori».
Uno degli studi più accreditati condotto in 23 Paesi nel periodo compreso tra il 1980 e il 1997, da Brian K Chen e collaboratori, nel 2011 ha esaminato gli effetti negativi sulla salute riferiti ad un lungo periodo. Gli autori sostengono che per ogni chilo di olio di palma assunto in più ogni anno, aumenta il tasso di mortalità per patologia cardiovascolare. La stima parla di 68 morti ogni 100.000 abitanti. 

Si è occupato di questo olio vegetale anche l’Istituto Mario Negri secondo cui studi recenti e meta-analisi sembrano ridimensionare il ruolo negativo degli acidi grassi saturi sul rischio cardiovascolare. «Per quanto riguarda il rischio tumori», spiega l’Istituto, «esistono pochi studi specifici al riguardo ma l’ evidenza epidemiologica non supporta un ruolo degli acidi grassi saturi, dell’acido palmitico o dell’olio di palma nello sviluppo di tumori. Da questa review emerge anche che l’interesterificazione potrebbe essere associata a effetti sfavorevoli sulla salute e dovrebbe quindi essere scoraggiata. Nonostante importanti incertezze nella conoscenza della relazione tra i grassi alimentari e la salute, questa review non fornisce chiare evidenze di un ruolo negativo sulla salute dell’ acido palmitico, e ancora meno  dell’ olio di palma nativo, che è una matrice complessa di cui l’ acido palmitico è solo uno dei componenti».

Il CSPI (Center for Science in the Public Interest) afferma invece che l'olio di palma aumenta i fattori di rischio cardiovascolare, citando ricerche e meta-analisi.
Ricerche statunitensi ed europee confermano lo studio dell'OMS.
In particolare, l'associazione no-profit americana American Heart Association elenca l'olio di palma fra i grassi saturi dei quali consiglia di limitare l'uso a coloro che devono ridurre il livello di colesterolo.
Tra gli argomenti di parte, e in risposta allo studio dell'OMS, il Malaysian Palm Oil Promotion Council, Comitato di promozione dell'olio di palma della Malesya (lo stato è il maggiore produttore al mondo di olio di palma) ha sostenuto in uno studio del 2013  che non ci sono prove scientifiche sufficienti per elaborare linee guida globali sul consumo di olio di palma, e ha citato uno studio cinese che avendo comparato lardo, olio di palma, olio di soia e olio di arachidi, i primi due con un alto contenuto di grassi saturi e generalmente considerati poco salutari, sostiene che l'olio di palma aumenta il livello di colesterolo "buono" (HDL) e riduce il colesterolo "cattivo" (LDL), e che l'olio di palma è meglio dei grassi trans, grassi che (nei paesi dove non sono regolamentati) sarebbero comunemente scelti come suoi sostituti in diverse produzioni alimentari.
Intanto i grandi marchi (anche quelli italiani) si difendono e alcuni produttori di dolci, merendine e pasta sui loro siti dedicano sezioni apposite all’olio di palma per tranquillizzare i consumatori.
«L’olio di palma non fa male», garantiscono, «noi no possediamo piantagione di palme da olio e ci opponiamo fortemente alla deforestazione delle foreste pluviali non solo indonesiane, ma di tutto il mondo».

Alessandro Biancardi