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Scaroni (Eni), il ministro Passera e la maxitangente da 197mln al ministro algerino

«Anche il ministro Passera sapeva».

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Scaroni (Eni), il ministro Passera e la maxitangente da 197mln al ministro algerino

Corrado Passera




ROMA. Una incredibile vicenda di corruzione è tornata sui giornali ed è finita nuovamente in Parlamento dove alcune interrogazioni attendono risposte dal governo Renzi.
Lo scandalo nasce da alcune voci che nel 2013 iniziarono a girare anche sui giornali. Nei giorni scorsi però è stata pubblicata una intercettazione telefonica tra Paolo Scaroni (ex ad di Eni) e l’ex ministro Corrado Passera, ex vertice di Banca Intesa e voluto da Mario Monti come esponente tecnico del suo esecutivo.
Al telefono Scaroni dice a Passera: «…Io sono pure d’accordo che siano in qualche modo delle tangenti date alla politica algerina».
Il riferimento sarebbe alla maxi tangente da 197 milioni di euro che la Saipem (controllata da Eni e controllante della Snam che vuole costruire un gasdotto anche in Abruzzo) avrebbe  pagato ad un ministro algerino in cambio di appalti.
Passera dunque sapeva della maxi tangente a causa della quale Scaroni è ora indagato per corruzione internazionale.
Il ministro algerino che avrebbe incassato le presunte tangenti da 197 milioni di euro sarebbe Chekib Khelil. 
Insieme a Scaroni risultano indagati anche l’ex presidente Saipem, Pietro Tali e l’ex direttore operativo Pietro Varone e altre 5 persone.
«Un grande battesimo politico, insomma, per l'ex ministro ed ex ad di Banca Intesa San Paolo, che ha già due appuntamenti molto importanti in vista: un processo (per truffa sui derivati, insieme ad altri manager della banca) e il lancio del suo progetto politico “Italia Unica”», ricorda il Nicola Morra del M5s.
Dunque secondo il parlamentare grillino «tutti sapevano della maxi tangente, tranne, ovviamente, chi avrebbe dovuto saperlo per prima, la Consob -organo che deve vigilare sui bilanci delle società quotate in borsa-, arrivata puntualmente in ritardo, sanzionando la società solo dopo l'esplosione dello scandalo e facendo porre serie perplessità sull'attendibilità dei bilanci delle società quotate in Italia....»
In effetti una interrogazione fu presentata  da 16 parlamentari grillini il 19 luglio 2013 e nella quale c’era scritto già molto…
«Con queste premesse la carriera politica di Passera si prospetta lunga e luminosa», chiosa ancora Morra, «lo slogan di Passera è “io siamo”: lui cerca così, accompagnando il pronome personale di prima persona singolare al verbo coniugato alla prima persona plurale, di farci sentire tutti noi insieme a lui. Noi insieme a lui.... A chi?»

I FATTI
Nella notte del 2 luglio 2013 affondò nell'Oceano Atlantico, il Perro Negro 6, una delle sei piattaforme marine offshore di Saipem, sussidiaria di Eni, attiva nella realizzazione di impianti petroliferi e nella perforazione.
La piattaforma affondò in prossimità della foce del fiume Congo, ad una profondità di circa 40 metri, tra le coste dell'Angola e della Repubblica democratica del Congo. Fatale sarebbe stato il cedimento del fondo marino sotto una delle 3 gambe del Perro, piattaforma che è in grado di effettuare perforazioni fino a 9.100 metri di profondità.
«In base a notizie di stampa», si legge nell’interrogazione, «nel febbraio 2013 l'amministratore delegato (AD) dell'Eni, Paolo Scaroni, sarebbe stato al centro di un'inchiesta della Procura di Milano e della Guardia di finanza per una maxi tangente pagata ad esponenti del Governo algerino. Scaroni avrebbe partecipato ad almeno un incontro per far aggiudicare all'Eni e a Saipem le commesse miliardarie relative ai lavori del progetto Medgaz e del progetto Mle insieme all'ente statale algerino Sonatrach, ed in particolare al centro dell'inchiesta risulterebbe una commessa di 11 miliardi di dollari, che sarebbe stata ottenuta grazie al versamento di 197 milioni di euro ad alcuni politici algerini. Saipem e la controllante Eni sarebbero coinvolte nelle indagini come persone giuridiche».
A seguito dello scandalo, in Algeria si sono verificate le dimissioni del vicepresidente e Ceo (Chief Executive Officer) Pietro Franco Tali e la sospensione cautelare del chief operating officer dell'area engineering&construction, Pietro Varone, nonché il tracollo del titolo in borsa di ENI da 34 euro a 12, 50 euro.
La situazione venutasi a creare in Saipem sarebbe stata resa nota al dottor Scaroni –dicono i parlamentari- attraverso una lettera raccomandata firmata da due dipendenti-quadri (Gianni Franzoni e Giulio Melegari) dell'azienda stessa almeno sei mesi prima che lo scandalo apparisse sui giornali. Nel corso della sua vita professionale Gianni Franzoni avrebbe riscontrato numerose irregolarità tecniche e di certificazione sui mezzi petroliferi della Saipem. Franzoni ha sempre presentato le sue denunce prima all'interno della Saipem, come da codice etico interno, e poi ha scritto ai garanti e a chi dovrebbe per legge verificare quanto da lui messo in luce con audit interni.
Secondo i rapporti di Franzoni, la Saipem avrebbe eseguito operazioni navali, di perforazione petrolifera e lavori industriali in acque profonde, senza il personale idoneo, in violazione delle certificazioni emesse o addirittura senza i certificati necessari come richiesto dalla legge italiana e dalle normative internazionali.
In seguito alla sue segnalazioni Gianni Franzoni è stato prima esonerato e poi licenziato, assieme ad un suo collega, Giulio Melegari, che avrebbe rilevato altri certificati falsi per gli operatori subacquei impiegati nei progetti Saipem.

L’INDAGINE SVIATA
In questi anni l'ENI ha concluso la realizzazione di un gasdotto, chiamato Transmed, lungo oltre 2.000 chilometri, che trasporta il gas naturale dall'Algeria fino nel cuore della Pianura padana. Per la posa delle relative tubazioni la Saipem ha utilizzato la nave Saipem 7000, un colosso lungo 198 metri e largo 87 metri, che può alloggiare fino a 800 persone e che è in grado di lavorare anche con il mare mosso.
«A notizia degli interroganti», si legge ancora nella interrogazione, «la Saipem 7000 avrebbe avuto un incidente durante la posa del gasdotto Transmed, che ha causato la morte di 5 lavoratori, e l'indagine che ne è conseguita sarebbe stata sviata addossando le colpe ad un cattivo funzionamento dei computer e non perché la "Torre di varo", certificata "Ascensore", era messa a sbalzo fuori dalla murata dello scafo e non faceva parte del corpo nave, per cui i lavoratori che vi operavano non erano autorizzati a stare in sicurezza su un attrezzo montato fuoribordo; relativamente ai fatti descritti non vi sarebbe stato alcun pronunciamento del sindacato interno Saipem in difesa dei lavoratori».