MEMORIA CORTA

Diritto all’oblio: dopo le chiacchiere arriva la scure del Garante della Privacy

Dopo i no di Google arrivano le decisioni sulle richieste di deindicizzazione

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Diritto all’oblio: dopo le chiacchiere arriva la scure del Garante della Privacy
ROMA. Il Garante privacy ha adottato i primi provvedimenti in merito alle segnalazioni presentate da cittadini dopo il mancato accoglimento da parte di Google delle loro richieste di deindicizzare pagine presenti sul web che riportavano dati personali ritenuti non più di interesse pubblico. A seguito della recente sentenza della Corte di Giustizia europea sul diritto all'oblio, Google è infatti tenuta a dare un riscontro alle richieste di cancellazione, dai risultati della ricerca, delle pagine web che contengono il nominativo del richiedente reperibili utilizzando come parola chiave il nome dell'interessato.

 La società deve valutare di volta in volta vari elementi quali ad esempio: l'interesse pubblico a conoscere la notizia, il tempo trascorso dall'avvenimento, l'accuratezza della notizia e la rilevanza della stessa nell'ambito professionale di appartenenza. Di fronte al diniego di Google, gli utenti italiani possono rivolgersi al Garante per la privacy o all'autorità giudiziaria.

 Si tratta di provvedimenti importanti perché forniscono linee guida per le future decisioni e che per la verità non destano particolari sorprese in quanto non si rinvengono motivazioni “innovative” o fuori dagli schemi già ampiamente adottati da almeno un quinquennio dalla giurisprudenza. Tutto normale almeno a leggere quanto scrive l’ufficio presieduto da Antonello Soro: il presunto diritto all’oblio è quello di sempre già tracciato nel dettaglio dalla Cassazione nei casi concreti ma poi volutamente e forzosamente esteso a beneficio di qualunque persona che provi fastidio a leggere la cronaca dei fatti che la riguardano.

Da quanto emerge si capisce anche che in sostanza Google fa un buon lavoro perché su 9 provvedimenti solo due danno torto al motore di ricerca aprendo le porte della deindicizzazione. Dunque per quelle persone il motore di ricerca potrebbe dimenticarsi e non riportare più i link giudicati non diinteresse pubblico. Peccato che in una situazione del genere appellarsi diventa praticamente impossibile. Infatti i provvedimenti sono pieni di omissis e dunque è impossibile valutare per un cittadino comune la decisione nel merito presa che in teoria potrebbe ledere il proprio diritto ad essere informato.     

Rilevante anche il fatto che (ovviamente) tutte le richieste riguardano la deindicizzazione da Google e mai la richiesta di cancellazione dell’articolo presente nell’archivio storico dei giornali on line.  Le segnalazioni e i ricorsi pervenuti al Garante, riguardano la richiesta di deindicizzazione di articoli relativi a vicende processuali ancora recenti e in alcuni casi non concluse.

In sette dei nove casi ( 3623819, 3623851, 3623897, 3623919, 3623954, 3624003 e 3624021) definiti il Garante non ha accolto la richiesta degli interessati, ritenendo che la posizione di Google fosse corretta in quanto è risultato prevalente l'aspetto dell'interesse pubblico ad accedere alle informazioni tramite motori di ricerca, sulla base del fatto che le vicende processuali sono risultate essere troppo recenti e non ancora espletati tutti i gradi di giudizio.

In due casi [doc. web nn. 3623877 e 3623978], invece, l'Autorità ha accolto la richiesta dei segnalanti. Nel primo, perché nei documenti pubblicati su un sito erano presenti numerose informazioni eccedenti, riferite anche a persone estranee alla vicenda giudiziaria narrata. Nel secondo, perché la notizia pubblicata era inserita in un contesto idoneo a ledere la sfera privata della persona. Tutto ciò in violazione delle norme del Codice privacy e del codice deontologico che impone di diffondere dati personali nei limiti dell'"essenzialità dell'informazione riguardo a fatti di interesse pubblico" e di non descrivere abitudini sessuali riferite a una determinata persona identificata o identificabile. L'Autorità ha quindi prescritto a Google di deindicizzare le url segnalate.

 Sono alcune decine, al momento, le segnalazioni giunte al Garante a seguito della sentenza della Corte di Giustizia europea sul diritto all'oblio.