OMICIDIO SENZA VERITA'

14 anni senza Antonio Russo e senza verità: interpellanza di Melilla (Sel)

«Inaccettabile Stato non chieda giustizia per assassinio»

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14 anni senza Antonio Russo e senza verità: interpellanza di Melilla (Sel)



ABRUZZO.  «Quali siano le iniziative assunte dal Governo Italiano e dalle nostre rappresentanze diplomatiche per l'accertamento della verità da parte dell'autorità giudiziaria russa» sulla morte del giornalista di Radio Radicale Antonio Russo, originario di Francavilla al Mare (Chieti), assassinato in Georgia il 16 ottobre 2000.
E' quanto chiede il deputato abruzzese Gianni Melilla (Sel) in un'interpellanza rivolta al ministro degli Esteri, Federica Mogherini. Sottolineando che «a distanza di 14 anni da quell'assassinio non è stata ancora accertata la responsabilità di mandanti ed esecutori», Melilla afferma che non è possibile «immaginare che lo Stato italiano abbia smesso di chiedere giustizia per un suo cittadino barbaramente assassinato e torturato per la sua attività giornalistica».
 Il corpo di Russo, 40 anni, fu trovato a 25 chilometri dalla capitale della Georgia Tbilisi.
«Dall'autopsia - ricorda Melilla - è risultata inequivocabilmente la natura violenta del decesso: 'il torace fracassato, due costole rotte con il colpo netto di un'arma che assomiglia a una mazza di ferro...'. Le autorità russe all'inizio tentarono di sviare le indagini parlando di incidente e di rissa tra balordi, ma la verità emerse subito: Antonio Russo era stato torturato e assassinato per la sua attività giornalistica di controinformazione». «Nei giorni precedenti la sua morte - ricorda ancora il deputato - Antonio Russo aveva dichiarato di essere in possesso di nuovo materiale video sulla guerra civile in Cecenia e sulle violenze commesse dai russi in aperta violazione dei diritti umani tutelati a livello internazionale; l'appartamento in cui viveva Russo fu trovato devastato e senza computer, documenti e appunti di lavoro e telefono satellitare».
 Melilla evidenzia come, secondo alcune indagini, Russo «avrebbe anche documentato l'uso di armi chimiche contro la popolazione cecena» e come il giornalista fosse noto «per le sue corrispondenze in zone di guerra come il Burundi e la ex Jugoslavia. Era stato l'ultimo giornalista rimasto a Pristina a denunciare il dramma dei profughi bosniaci e per primo si recò in Cecenia a documentare una guerra civile spaventosa - conclude il parlamentare abruzzese - contribuendo a formare un'opinione pubblica a livello internazionale sui crimini che venivano commessi ai danni della popolazione cecena».