QUESTIONE DI CIVILTA'

Diritto all’oblio. Corte europea: «anche cancellare un articolo on line diffamatorio è censura»

Altra decisione “rivoluzionaria” della Corte per i diritti dell’uomo: diritto di cronaca più forte della privacy

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Diritto all’oblio. Corte europea: «anche cancellare un articolo on line diffamatorio è censura»



BRUXELLES. Non poteva giungere un segnale più forte e per certi versi deflagrante dall’Europa verso gli stati membri impegnati nella gestione delle nuove problematiche legate alla libertà di informazione sul web.
La Corte europea ha infatti stabilito che si viola l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo anche se si cancella un articolo ritenuto con sentenza diffamatorio.
Cioè è vietato cancellare articoli e notizie perché comunque equivarrebbe a «riscrivere la storia» a mistificare fatti, a cancellare informazioni che lederebbero pesantemente il supremo diritto alla ricerca e conoscenza dei cittadini europei.
La decisione che non è definitiva è diametralmente opposta ad alcune pronunce della Cassazione che fino ad ora non ha mostrato segnali forti nella direzione della libertà e della conoscenza mentre è apparsa più impegnata a tutelare ragioni legate alla privacy di singoli e mai comunque ordinando la cancellazione di articoli.
La pronuncia dell’organismo più alto a livello europeo che si occupa dei diritti dei cittadini è persino abnorme se accostata con alcune decisioni che per esempio hanno travolto proprio PrimaDaNoi.it che pure mai è stato condannato per aver scritto il falso e, dunque, diffamato ma ugualmente sanzionato per aver scritto correttamente articoli rimasti reperibili on line.
Nel caso sul quale l’organismo europeo si è espresso, due avvocati polacchi ricorrenti si erano rivolti al tribunale locale trascinando in giudizio due giornalisti che nei loro articoli avevano dipinto a tinte fosche i due professionisti i quali si sarebbero arricchiti difendendo importanti politici impegnati in loschi affari.
Il tribunale statale nei diversi gradi aveva persino stabilito che gli articoli fossero diffamatori perché non suffragati da prove e verifiche, anzi le informazioni erano frutto per lo più di voci indistinte e gossip. Insomma una grave censura del tribunale al lavoro giornalistico e pesante condanna per diffamazione.
I due avvocati tuttavia mesi dopo si sono accorti che l’articolo era ancora reperibile on line e che dunque il giornale polacco Rzeczpospolita non lo aveva cancellato.
Scatta l’istanza alla Corte europea per i diritti dell’uomo che stabilisce che la mancata cancellazione non comporta alcuna violazione della privacy (art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) anzi la cancellazione potrebbe integrare la violazione della libertà di espressione e conoscenza, una delle libertà maggiormente garantite in una democrazia.

La Corte parla nello specifico di pericolo di una «riscrittura della storia» attraverso un’opera di vera e propria censura delle informazioni che in questo modo tutelano il singolo a svantaggio della collettività.
Cosa fare dunque?
Per la Corte l’articolo non si tocca rimane lì ; è sufficiente aggiungere in calce l’annotazione che l’articolo è stato sanzionato dal tribunale e riportare le notizie della pronuncia. Una soluzione salomonica e forse ancora più severa che racconta la storia ed i fatti: tutti potranno leggere la notizia, conoscere la pronuncia del tribunale, farsi una idea completa sia dei giornalisti che degli avvocati diffamati. Ognuno in questo modo sembra avere la giusta punizione senza cancellare alcuna informazione.
Esattamente quello che nel 2010 aveva fatto questo quotidiano quando dopo minacce insistenti siamo stati trascinati in giudizio e poi giudicati colpevoli con una pesante sanzione per non aver cancellato un articolo che raccontava della intera vicenda giudiziaria di una coppia arrestata e poi assolta per insufficienza di prove. L’articolo era stato aggiornato più volte ed era completo e vero ma un primo giudice di Ortona lo aveva giudicato ugualmente diffamatorio ordinandone la cancellazione potendone legittimamente mantenere solo una copia cartacea (!).
Sulla scia della rivoluzionaria giurisprudenza coniata dal piccolo tribunale di provincia altri soggetti con problemi giudiziari hanno intimato la cancellazione di articoli corretti a PrimaDaNoi.it. 

Sempre ad Ortona un secondo giudice, ricalcando nella sostanza e nella forma la precedente pronuncia della collega, ha condannato nuovamente PrimaDaNoi.it stabilendo che fosse diffamatorio un articolo di due anni prima e che le persone arrestate con l’accusa di tentato omicidio e lesioni personali avessero diritto all’oblio imponendone anche in questo caso la cancellazione.
La sentenza ha stabilito una condanna di quasi 20mila euro per «gravissime violazioni» pur avendo scritto correttamente. Due i particolari trascurati: una pronuncia del Garante della Privacy di senso nettamente contraria ed il fatto che gli attori devono ancora subire un processo che non è ancora iniziato eppure un giudice ha ordinato che ci si dimenticasse di loro.
Attualmente in Italia è in corso un dibattito sul diritto all’oblio (che non esiste) che partendo da basi errate vuol far passare il messaggio di un «vuoto normativo» per poi intervenire a piedi uniti con una norma apposita sul diritto di cronaca con l’obiettivo di legare le mani ai giornalisti e censurare informazioni scomode.
Non si conoscono del resto ulteriori pronunce dei tribunali in questo senso anche perché alle minacce di azioni giudiziarie le centinaia di piccoli editori on line acconsentono alla cancellazione degli articoli evitando ulteriori problemi.
Così per molti casi abbiamo potuto constatare la cancellazione praticamente totale dal web di fatti di cronaca veri.
Anche di questo bisogna ringraziare i giudici ortonesi che sono stati presi a modello in tutta Italia da chi ha problemi con il proprio passato e con la società.

*** L'INTERA DOCUMENTAZIONE SULLA CAUSA DEGLI AVVOCATI POLACCHI