DIRITTI E ROVESCI

Internet e informazione, Corte giustizia Ue: «cancellare le informazioni è censura»

Il diritto all’oblio e il nuovo stupro della storia

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Internet e informazione, Corte giustizia Ue: «cancellare le informazioni è censura»




WEB. Si scrive diritto all’oblio, si legge censura o peggio falsificazione-alterazione della realtà, dunque della storia.
Di recente l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia europea (una sorta di Avvocatura dello Stato) nell’ambito di una controversia che ha visto come protagonista Google Spagna ha emesso un articolato parere (leggilo) che non vincola i giudici della Corte Europea ma che sembra segnare l’avanguardia più avanzata della elaborazione culturale e giuridica di quello che viene definito diritto all’oblio.
Tra i principi più importanti espressi c’è quello che dice che «la sola preferenza soggettiva non integra un motivo preminente e legittimo» per la richiesta e la cancellazione di informazioni corrette sul web.
Cioè solo perché ritengo che una informazione mi danneggia non significa che io abbia diritto alla rimozione. Non c’è dunque alcun diritto, secondo l’avvocato generale della Corte di Giustizia Europea, di un individuo a limitare o far cessare la diffusione di dati personali che egli consideri dannosi o contrari ai suoi interessi.
La cosa è già ampiamente consolidata in ogni paese civile (l’alternativa sarebbe il caos o l’anarchia) e persino in Italia vige lo stesso principio: deve esistere una norma giuridica (legge) che protegge il diritto altrimenti quel diritto non esiste.
Nessuno prima dell’avvento di Internet si era mai sognato di chiedere la cancellazione di informazioni dagli archivi di giornali o televisivi e questo per ragioni molto diverse tra loro che toccano la sfera culturale ma anche quella pratica e tutte confluiscono nel bene superiore del diritto ad essere informati e conoscere di ogni cittadino.
La conoscenza e l’informazione sono infatti beni tra i più preziosi in una democrazia (dove è il popolo che sceglie i propri governanti in base alle informazioni di cui dispone).
«Pretendere che i fornitori di servizi di motore di ricerca», dice sempre l’avvocato nel suo parere alla Corte Europea, «eliminino informazioni legittime e legali che sono divenute di pubblico dominio comporterebbe un’ingerenza nella libertà di espressione dell’editore della pagina web. A parere dell’avvocato generale ciò equivarrebbe ad una censura, ad opera di un privato, del contenuto pubblicato dall’editore».
Tutto chiaro: cancellare uguale censura. L’ordinamento italiano almeno in teoria vieta qualunque tipo di censura.

L’ARRETRATEZZA CULTURALE E LA ZAVORRA ITALIANA
L’arretratezza culturale è il macigno che zavorra l’evoluzione di una società mentre la realtà è già cambiata.
E’ soprattutto questo uno dei mali peggiori del nostro Paese restio ai cambiamenti e dunque in grossa difficoltà proprio in un’era dove tutto si muove più velocemente grazie ad Internet.
Chi opera oggi come informatore sul web (blog, giornalisti, associazioni o semplici cittadini) è costretto a scontrarsi quotidianamente con una realtà inimmaginabile di pura violenza e di stupro dei diritti fondamentali e costituzionali legati alla sfera della conoscenza.
Se il fenomeno della richiesta di cancellazione degli articoli per noi che siamo un piccolo quotidiano si aggira intorno ad una decina e più al mese vuol dire che il problema è gigantesco (se allargato a tutto il mondo) oltre che ignorato.

IL DIRITTO ALL’OBLIO APPLICATO ALLA REALTA’
Dopo le incredibili elaborazioni a livello locale del diritto all’oblio che hanno colpito ferocemente PrimaDaNoi.it e di cui si è parlato anche a livello nazionale ad oggi qualunque scusa è buona in pratica per invocare il “diritto all’oblio”.
Se prima si chiedeva di cancellare articoli di qualche anno prima, ora non c’è più né ritegno né vergogna nell’imporre, minacciare e intentare costosi giudizi per pretendere la cancellazione di notizie persino di pochi giorni prima.
Ognuno si arroga il diritto di pretendere di essere dimenticato dalle cronache che però hanno parlato a ragione di lui ma ora quei fatti raccontati provocano «ingenti danni».
Ognuno racconta come può la sua “pena” nei modi e la classe che gli sono più confacenti.
Così il nostro lavoro giornalistico deve scontrarsi quotidianamente con quella arretratezza culturale e ignoranza spalleggiata da chiari interessi personalistici dei “nuovi bulli cibernetici” che pretendono di costruirsi diritto e giurisprudenza a loro piacimento con una violenza ormai intollerabile e incivile.

IL DIRITTO ALL’OBLIO NON ESISTE E NON PUO’ ESSERE UN DIRITTO
Non c’è nessuna legge che prevede il “diritto all’oblio” ma la Cassazione in pochissime pronunce su fatti specifici ha stabilito che era giusto non parlare su giornali e tv di fatti vecchi di almeno due decenni senza una valida ragione (ma mai ha sancito la cancellazione degli articoli semmai ha disposto l’aggiornamento).
Da qui ogni cittadino si è fatto il suo diritto su misura, ogni avvocato ha argomentato a piacimento, qualche giudice ha inventato principi e regole originali e inediti, stravolto l’applicazione di leggi che prevedevano tutt’altro.
Un vero bazar che più che incivile è grottesco.
Il concetto stesso di “diritto all’oblio” infatti è assurdo: si prevederebbe il diritto in capo ad una persona di pretendere dagli altri di essere dimenticato. Ma dimenticare non è un atto volontario non si può dimenticare pur volendolo, anzi più si cerca di dimenticare e più si ricorda la cosa che si dovrebbe dimenticare.
Se esistesse un diritto all’oblio allora potrebbe anche esistere il diritto di una persona affinchè gli altri non parlino di lui in pubblico come in privato ma questa sarebbe un incredibile limitazione della liberta di pensiero e parola.
Tutto quanto è già ampiamente regolato da decenni e viene chiamato diritto di cronaca ed è questo diritto che stabilisce come e cosa si possa divulgare sui mass media.
Dunque se si è pubblicato lecitamente un articolo la prima volta continuerà ad essere lecita la sua permanenza all’infinito.
Dapprima si chiamerà cronaca, poi si chiamerà archivio, poi infine diventerà storia, in qualunque modo sarà “conoscenza” e nessuno può limitare il diritto di ognuno di ricercare informazioni. Altrimenti sarebbe censura.
Per primo lo ha detto l’avvocatura della Corte europea ma se il principio dovesse entrare in una sentenza europea allora persino la Cassazione e il Garante della Privacy che fino ad ora si sono potuti permettere di decidere caso per caso dovranno soltanto adeguarsi.

DIRITTO ALL'OBLIO: PARERE AVVOCATO CORTE EUROPEA