RIFIUTI

Plastica e riciclo materiali, l’Italia è l’ultima in Europa

«Si insiste con inceneritori e discariche»

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PLASTICA
ROMA. L’Italia, seguendo la politica delle discariche o dell’incenerimento, non riesce ad interpretare un ruolo virtuoso.




Per questo è stata inserita dalla Commissione Europea agli ultimi posti della classifica sulla gestione dei rifiuti (20° su 27). Il nostro Paese, in compagnia di Bulgaria, Cipro, Estonia, Lettonia, Romania e Slovacchia registra gravi carenze nelle politiche di prevenzione dei rifiuti e non incentiva le alternative al conferimento in discarica. Un atteggiamento «miope», osservano gli analisti, che potrebbe provocare la perdita degli ingenti finanziamenti che verranno erogati da Bruxelles, tra il 2014 e il 2020, solo a quegli stati membri che privilegiano il riutilizzo e il riciclaggio rispetto all’incenerimento o alla discarica.
Secondo i dati pubblicati dal Rapporto “Ecomafa globale” di Legambiente e PolieCo, gli scarti plastici che hanno valicato le frontiere italiane nel 2010 sono stati circa 200.000 tonnellate per un valore di 54 milioni di euro, cui vanno aggiunti circa 22.000 tonnellate di pneumatici fuori uso, per altri 21 milioni di euro. A questi flussi regolari, però, vanno aggiunti quelli irregolari, ben più corposi, ma difficili da stimare. Nel 2010, 11.400 tonnellate di rifuti sono stati intercettati prima di essere imbarcati su navi in partenza verso porti cinesi, indiani o africani; di questi materiali il 19% quasi 2.166 tonnellate era costituito da materie plastiche
«Il riciclo è la via concreta per una reale green economy, concetto che purtroppo, spesso è stato usato impropriamente», afferma Enrico Bobbio, Presidente del Consorzio PolieCo. «Recuperare i materiali, infatti, consente una crescita occupazionale superiore di quasi 10 volte a quella prodotta dalle discariche o dall’incenerimento», aggiunge Bobbio.
Secondo la Commissione Europea, se i 27 paesi dell’Unione si adeguassero alle normative comunitarie si potrebbero risparmiare 72 miliardi di euro l’anno. Il settore della gestione rifiuti e del riciclaggio incrementerebbe il proprio fatturato di 42 miliardi di euro l’anno, creando 400.000 posti di lavoro entro 2020.
«I rifiuti sono una risorsa e non vanno visti come un fardello di cui liberarsi» spiega il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara. «L’Italia, non attuando una corretta gestione del ciclo, esporta ricchezza. Invia in Cina masse di materiale da riciclo con costi enormi e poi riacquista dalla stessa Cina oggetti prodotti con quello stesso materiale senza alcuna garanzia di qualità. Il riciclo in casa nostra è la via maestra – prosegue Fara – per rilanciare l’economia, prevenire lo spreco di materiali, ridurre il consumo di materie prime e di energia».

IL TRAFFICO ILLECITO DELLE ECOMAFIE
L’Asia, in particolare la Cina ed Hong Kong, si è affermata negli anni più recenti come catalizzatore dei flussi di rifiuti plastici provenienti dai paesi dell’Europa, che tornano sotto forma di prodotti lavorati. Se a questo si aggiunge che circa un 1/5 dei manufatti mondiali vengono realizzati in Cina, si può facilmente comprendere come quello dei rifiuti sia uno dei flussi fondamentali per alimentare la produzione cinese, in grado di sostituire materie prime che sarebbero più costose.
Ogni anno in Italia una quantità enorme di rifiuti, circa 26 milioni di tonnellate, viene diretta al mercato dell’esportazione clandestina. Spedire illegalmente un container di 15 tonnellate di rifiuti verso l’Oriente costa solo 65mila euro, contro i 60mila necessari allo smaltimento legale. Nello stesso tempo gli impianti di riciclaggio italiani sono sottoutilizzati: per lavorare a regime avrebbero bisogno di almeno il 25% di materiale plastico in più. Ne è un esempio il recente sequestro da parte della Guardia di Finanza di 300mila giocattoli pericolosi importati dalla Cina, sui quali si è riscontrato l’utilizzo di sostanze che causano malformazioni nella crescita dei bambini.