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Malala, sparata alla testa a 14 anni. Il dolore del padre su Facebook

La ragazzina difendeva il diritto all’istruzione. I Talebani la volevano morta

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Malala, sparata alla testa a 14 anni. Il dolore del padre su Facebook
PAKISTAN. Ha 14 anni Malala Yousufzai la ragazzina pakistana vittima di un attentato dei Talebani, giorni fa.

Ed è un viso pallido ricoperto da bende che scorre sui rotocalchi di mezzo mondo.
Malala combatte tra la vita e la morte perché i Talebani hanno deciso di ucciderla: era scomoda; difendeva il diritto all’istruzione per le bambine e per sé (diritto bandito dai Talebani). E per questo «era una cagna blasfema» come i fondamentalisti sono soliti definire tutti quelli che non si attengono alla sharia (la legge islamica).
Il 9 ottobre Malala è stata colpita da un colpo di arma da fuoco alla testa e alla spalla. E’ stata ricoverata d’urgenza all’ospedale militare di Peshawar. Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, ha rivendicato l'attentato, dicendo che la ragazza «è il simbolo degli infedeli e dell'oscenità» ed aggiungendo che se fosse sopravvissuta, sarebbe stata nuovamente attaccata. Malala è stata trasferita nel Regno Unito per ricevere le cure del caso. E a chi l’ha amata e sostenuta non resta che una finestra sul Web per ricordarla.

LA BAMBINA CHE AVEVA PAURA …
Malala aveva coraggio. Ce ne vuole tanto per crescere in una terra come la sua. Ancora di più per essere diversi. Ma il suo era un coraggio acerbo, fatto di incertezze, di dubbi e paure.
Con il suo visetto paffuto ed una cascata di capelli bruni lei sognava di diventare un medico. E nel frattempo ha deciso di improvvisarsi scrittrice e raccontare il regime dei Talebani pakistani e la loro occupazione militare nello Swat District, dove viveva. E così ad 11 anni scriveva sul blog della BBC; poco dopo ha ricevuto l'International Children's Peace Prize, premio assegnato dalla KidsRights Foundation per i diritti dei giovani ragazzi.
«Ho fatto un sogno terribile ieri», scriveva Malala il 3 gennaio 2009 sul blog, «c’erano elicotteri militari e talebani dappertutto. L’indomani ho avuto paura di andare a scuola perché i talebani aveva emesso un ordine che vieta a tutte le ragazze di frequentare le scuole. Ed infatti in classe c’erano solo 11 studenti. Sulla strada da scuola a casa ho sentito un uomo dire «ti ammazzo». Ho affrettato il passo ... Con mio grande sollievo ho notato che stava parlando al cellulare, la minaccia non era rivolta a me».

QUEL VESTITINO ROSA…
Malala parlava di tutte le cose che piacciono alle ragazze della sua età: «ho deciso di indossare il mio vestito preferito rosa. Altre ragazze a scuola non vestono abiti colorati perché durante l'assemblea del mattino ci hanno detto di non farlo: i talebani non vogliono. Ma io ho messo il mio abito rosa», e si lamentava delle vacanze che l’avrebbero tenuta lontana dalla scuola e dai libri.
«Ero di cattivo umore mentre andando a scuola perché mi aspettavano le vacanze invernali».

MALALA DON’T GIVE UP
Da giorni il Web sta esprimendo vicinanza a questa bambina. Messaggi di cordoglio fioccano su Facebook. Sono numerose le fan pages dedicate a Malala, come quella che porta il suo nome.
Si leggono frasi di speranza: «forza Malala, siamo tutti con te» e commenti di disprezzo verso i suoi attentatori: «Che Allah possa punire chi ti ha fatto questo, piccolo fiore».
E ancora: «Malala don’t give up (non mollare)», e, «Malala, una donna di ferro, ti voglio bene, mia piccola sorella».
Tra centinaia di post fa irruzione quello di un uomo, Ziauddin Yousufzai  che dice di essere suo padre.
«Malala non aveva un account Facebook. E’ mia figlia. Smettetela di creare account in suo nome. Abbiate rispetto di una persona». Una delle ultime pagine di Malala finisce così: «oggi, ho letto il mio diario scritto per la BBC in lingua urdu. A mia madre è piaciuto il mio pseudonimo Gul Makai. Mi piace questo nome perché il mio vero nome significa addolorata».
Invece lei era felice…
Marirosa Barbieri