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Siria, 100 corpi bruciati nella provincia di Hama

Continua il massacro di Assad sotto l’occhio “vigile” della Comunità internazionale

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Siria, 100 corpi bruciati nella provincia di Hama
SIRIA. E’ l’alba di mercoledì sei giugno nella provincia di Hama, in Siria. Il sole sorge anche oggi per quei 100 corpi massacrati e abbandonati per terra. I cani di Assad (così vengono chiamati i lealisti del presidente siriano) lasciano il villaggio per far ritorno alla base. Portano con sé l’odore acre di polvere e cenere, ricordo di quell’ennesima carneficina.

Il bilancio è di un centinaio di morti. Così dice il Syrian National Council a Fox News.
Altri gruppi attivisti locali parlano invece di 86 morti. E’ difficile mantenere la conta. A loro, il triste compito di censire le vittime, a loro la triste scoperta che tra quei cadaveri ci sono bambini.
Rinverdisce il ricordo del massacro di Houla il 25 e 26 maggio scorsi quando persero la vita numerosi innocenti.
«Non aspettate fino a domani per giudicare questo massacro», è l’appello di Abdul-Rahman dell’osservatorio siriano per i diritti umani.
Quella notte, tra il 5 ed il 6 giugno, raccontano i testimoni superstiti, i miliziani sono entrati nel villaggio di al-Qubair armati di artiglieria pesante e coltelli. Hanno saccheggiato case e fatto razzia di tutto. Poi la loro ferocia si è riversata sulla gente. Li hanno bruciati, anche mentre dormivano.
La provincia di Hama non è nuova a questo tipo di attacchi; è già stato teatro di un massacro nel 1982. Amnesty International stimò, allora, 25.000 morti. Secondo gli attivisti, dalla Primavera Araba in Siria (marzo 2011) hanno perso la vita 13.000 persone, la maggior parte durante manifestazioni pacifiche trasformatesi poi in carneficina. 


Ed il presidente Assad respinge puntualmente le accuse. «Non è colpa del mio esercito, questa è opera degli estremisti islamici e delle correnti anarco-insurrezionaliste che vogliono rovesciare il governo», dice. Correnti che decidono di prendersela, secondo lui, con la gente che non c’entra nulla anziché col governo.
La Comunità internazionale aspetta. I leaders occidentali preferiscono una strategia soft fatta di diplomazia e boicottaggi. Forse funziona meglio. Non vogliono la guerra, in un Paese già infestato dai tumulti.
E la Russia e la Cina continuano con il loro pugno di ferro fatto di veti ed di no. Obama fa la voce grossa e lancia ultimatum ad Assad preannunciando sanzioni. Il segretario di Stato Hillary Rodham Clinton vola all’estero per racimolare alleati e chissà, convincere la Russia in una strategia anti Assad. Il segretario del Tesoro americano Timothy Geithner, parla di «una pressione fiscale senza precedenti da infliggere ad Assad».
Basterà “tutto” questo per fermare una furia omicida.
Marirosa Barbieri