L’Aquila, cave dismesse in mezzo al verde. Ecco il video del paesaggio deturpato

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. Una montagna sventrata, una nuvola di polvere bianca e sullo sfondo, un paesaggio bucolico.

E’ questo il contenuto della video-inchiesta di Raffaella Rose e Michele Saullo sulle cave dismesse di Forme di Massa d'Albe e Magliano dei Marsi, in provincia de L'Aquila.

“Ferite marsicane” è il titolo del reportage che immortala le enormi voragini delle cave, note stonate tra le bellezze naturalistiche del Velino e del sito di Alba Fucens.

Mentre la camera riprende le scene, gli abitanti del posto abbozzano timide dichiarazioni, come quella di un signore sdentato che dice: «50 anni fa ho cominciato a lavorare in quella cava laggiù», ed indica lontano, «all’epoca usavamo i picconi. Poi sono arrivate le pale meccaniche, le scavatrici». Gli fa l’eco un concittadino che si dice preoccupato per il paesaggio, compromesso dagli scavi. «Qui un tempo era come lì in fondo» e addita la ricca vegetazione sullo sfondo, «ora, invece, c’è una cava che taglia la montagna e ad Ovindoli ce n’è un’altra in mezzo alla vallata. Qui un tempo c’erano mandorleti, alberi e piante. Oggi ci sono polveri e basta».

 

Loro, gli abitanti del posto, sanno bene che quelle cave così non possono stare perché attirano una serie di problemi, dalla scomparsa delle piante, all’insediamento delle ecomafie, alle polveri inalate.

In Abruzzo, infatti, la situazione cave non è delle migliori. E’ stato proprio il rapporto Legambiente 2008 ad inserire la regione «tra quelle più preoccupanti (ci sarebbero 300 cave attive, un numero non pervenuto di cave dismesse e nessun piano in vigore). A seguire ci sono Veneto, Friuli, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Sicilia, Sardegna, Basilicata che non hanno un piano cave. In Calabria addirittura non esiste né una legge, nè un piano».

«C’è bisogno di standard minimi», si legge nel rapporto, «che riguardino: le aree in cui l’attività di cava è vietata (aree protette e boschi, corsi d’acqua, aree sottoposte a vincolo idrogeologico e paesaggistico) e quelle in cui è condizionata a pareri vincolanti di tutela ambientale; i criteri per il recupero delle aree una volta dismessa l’attività e le garanzie che avvenga realmente l’intervento; l’estensione della valutazione di impatto ambientale per tutte le richieste di cava senza limiti di dimensione e aggiornamenti delle leggi regionali in materia. Spetta alle regioni», conclude il rapporto, «occuparsi della materia».

E infatti è stata proprio la Regione, in Puglia, a presentare lo scorso maggio un progetto regionale che destina 10 milioni di euro al finanziamento di opere di risanamento e riutilizzo ecosostenibile di cave dismesse di proprietà pubblica.

E l’Abruzzo, che cosa farà?

Marirosa Barbieri 12/10/2011 11.04