La protesta dei pastori: «chiude un allevamento su 3»

Alessandro Biancardi

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PESCASSEROLI. Si sono mobilitati gli allevatori del centro Italia in occasione della conferenza Europarc 2010, il vertice dei parchi nazionali esteri.*“FALSI” 2 PECORINI SU 3, - 32 % EXPORT IN USA

 

Nei giorni scorsi il questore Cecere aveva vietato l'utilizzo dei trattori e i manifestanti hanno così deciso di 'imbracciare' le campane per farsi sentire. Ieri erano circa una cinquantina i proprietari di aziende agricole dell'Abruzzo, Molise e Lazio presenti davanti al presidio, all'ingresso del parco.

Il presidente Giuseppe Rossi ha assicurato di essere vicino alla protesta dei manifestanti e si è impegnato per portare la loro testimonianza in apertura di conferenza.

Un allevatore arrivato da Sora è stato trasportato a spalla da altri colleghi disteso in una bara perchè «le istituzioni hanno dimenticato questo importante valore, dopo che da alcuni anni stanno dichiarando guerra agli allevatori e di fatto celebrano quotidianamente il nostro funerale».

E la situazione dei pastori ormai è drammatica: chiude quasi un allevamento di pecore su tre negli ultimi dieci anni in Italia, dove la crisi in atto rischia di decimare irrimediabilmente i circa 70mila allevamenti sopravvissuti che svolgono un ruolo insostituibile per l'ambiente, l'economia, il turismo e la stabilita' sociale del territorio.

A ribadirlo ieri è stato anche il presidente nazionale della Coldiretti Sergio Marini in occasione dell'incontro con Governo e Regioni al Ministero delle Politiche Agricole per la presentazione delle misure messe a punto contro la crisi della pastorizia.

L'incontro è «andato male», rivelano dall'associazione: «abbiamo assistito ad un disgustoso battibecco tra Governo e Regione Sardegna, con un rimpallo di responsabilità senza alcun rispetto per le difficoltà che stanno vivendo i 70mila pastori italiani».

I pastori erano arrivati a Roma da Sardegna, Lazio, Toscana, Sicilia, Umbria, Basilicata e altre Regioni italiane con pecore, montoni e agnellini».

Secondo l'associazione «potrebbe essere stata l'ultima occasione per vedere la rustica pecora sarda, la pecora sopravvissana dall'ottima lana, la pecora comisana con la caratteristica testa rossa o quella massese dall'insolito manto nero che rappresentano un patrimonio di biodiversità il cui futuro e' minacciato da un concreto rischio di estinzione. La rustica sarda, che si narra discenda dal muflone del Gennargentu, rappresenta oggi il 40 per cento dell'intera popolazione ovina nazionale, mentre le origini della Comisana, nota per la testa di colore rosso, sono legate alla Sicilia e al Mediterraneo. E se - continua la Coldiretti - la sopravissana, diffusa nel Centro Italia. E' nota soprattutto per la lana di ottima qualità, oltre che per la sua versatilita', la massese, tipica della Versilia, si riconosce soprattutto per il manto nero, che ne fa l'unico esempio del genere tra tutte le razze ovine. L'allevamento ovicaprino - sottolinea la Coldiretti - e' un'attività che, concentrata nelle zone svantaggiate, e' ad alta intensita' di manodopera».

Il settore ha registrato un incremento dei costi, in particolare per il combustibile, l'elettricità e i mangimi, determinando una ulteriore pressione su una pastorizia che gia' versa in una situazione critica sul piano della competitivita'.

Dalla mungitura quotidiana di una pecora si ottiene in media un litro di latte che viene pagato fino a 60 centesimi al litro con un calo del 25 per cento rispetto a due anni fa e ben al di sotto dei costi di allevamento si avvicinano all'euro.

E non va meglio per la lana con i costi di tosatura e di smaltimento che superano notevolmente i ricavi o per la carne quando solo a Pasqua - riferisce la Coldiretti - quella venduta dall'allevatore a circa 4 euro al chilo viene rivenduta dal negoziante a 10-12 euro al chilo.

In Italia sono stati prodotti nel 2009 oltre 61 milioni di chili di formaggi pecorini dei quali oltre la meta' a denominazione di origine (Dop). All'esportazione sono andati ben 16 milioni di chili nel 2009 secondo lo studio della Coldiretti che evidenzia peraltro un calo del 10 per cento nell'export di pecorino, nei primi cinque mesi del 2010, dovuto anche alla diffusione sui mercati esteri di prodotti di imitazione concorrenti (ad esempio il Romano cheese venduto in Usa) che sfruttano impropriamente l'immagine del Made in Italy. Nella produzione Made in Italy a denominazione di origine, che e' calata nel 2009 del 10 per cento, a fare la parte del leone e' il Pecorino Romano Dop che copre l'80 per cento, ma hanno ottenuto la protezione comunitaria come denominazioni di origine anche il pecorino Sardo, il Siciliano e il Toscano e quello di Filiano oltre al Fiore Sardo ed al Canestrato Pugliese.

30/09/2010 8.34

 

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“FALSI” 2 PECORINI SU 3, - 32 % EXPORT IN USA

ROMA. Sono “false” due fette di pecorino su tre vendute negli Stati Uniti dove le imitazioni prevalgono a scapito del prodotto originale proveniente dall’Italia, come purtroppo avviene anche in altri paesi europei ed extracomunitari. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti presentata d al presidente nazionale Sergio Marini in occasione dell’incontro con Governo e Regioni per la presentazione delle misure messe a punto contro la crisi della pastorizia al Ministero delle Politiche Agricole dove i pastori hanno portato tutti i differenti tipi di pecorino prodotto nelle diverse regioni italiane, da quello romano a quello siciliano, dal toscano al siciliano fino a quello sardo e di filiano.

La presenza di prodotti pecorini “taroccati” sui mercati internazionali è una causa importante della crisi del settore poiché è destinato all’esportazione circa un quarto dell’intera produzione nazionale, per un volume che nel 2009 è stato di ben 16 milioni di chili

Negli Stati Uniti i prodotti di imitazione stanno prendendo progressivamente il posto di quelli originali in arrivo dall’Italia, con un crollo del 32 per cento delle esportazioni di pecorino e fiore sardo in valore nel primo semestre del 2010, secondo una analisi della Coldiretti su dati Istat.

Ad avvantaggiarsene sono i “falsi” realizzati negli Stati del Wisconsin, California e New York, venduti ad esempio con il nome di “romano” cheese, ma anche quelli importati dall’estero, soprattutto dall’Europa, che utilizzano nomi di fantasia. E’ il caso della società Lactitalia che esporta in Usa e in Europa e produce in Romania formaggi di pecora venduti con marchi che richiamano al Made in Italy come Toscanella, Dolce Vita e Pecorino. Una società di proprietà della Simest, controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico, e dei Fratelli Pinna attraverso la Roinvest con sede a Sassari, con amministratori, tra gli altri, Andrea Pinna, che è vicepresidente del Consorzio di Tutela del Pecorino Romano, e Pierluigi Pinna, consigliere dell’organismo di controllo dei formaggi pecorino Roma, Sardo e Fiore Sardo Dop, che dovrebbero promuovere il vero pecorino e combattere la concorrenza sleale e le contraffazioni.

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