LA BUSSI DEGLI ANNI 90

Scurcola Marsicana, la sentenza che fa tremare il Comune: «risarcimento da 1,1 milioni di euro»

Dopo l’inquinamento dei terreni ed i patteggiamenti è il Comune che dovrà pagare la ditta

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Scurcola Marsicana, la sentenza che fa tremare il Comune: «risarcimento da 1,1 milioni di euro»

SCURCOLA MARSICANA. Dopo il danno si rischia una beffa così grossa da far fallire un intero Comune.
E’ il singolare caso, tutto “italiano”, che ha investito il piccolo comune di Scurcola Marsicana. Gli ingredienti di questa incredibile storia sono lo smaltimento illecito di rifiuti, l’inquinamento ambientale, una inchiesta giudiziaria, la giustizia lenta, la mancanza assoluta di colpevoli ed ora arriva persino la fondata possibilità che sia il Comune a dover sborsare un enorme cifra in favore proprio di quelle ditte accusate di aver inquinato.
Una storia “italiana” dove l’inquinamento non è messo in discussione eppure mancano per la giustizia i responsabili. Una inchiesta in tutto simile a quella di Bussi ma scoppiata dieci anni prima nel piccolo comune dell’Aquilano che conta poco meno di 3mila abitanti.
Oggi l’amministrazione comunale trema perché rischia il dissesto in seguito ad una sentenza del tribunale di Avezzano (impugnata) che ha condannato a luglio scorso il Comune al risarcimento di 1,1 milioni di euro in favore di quelle ditte dalle quali l’amministrazione stessa pretendeva un risarcimento del danno.
L’amministrazione guidata da Vincenzo Nuccetelli nei giorni scorsi ha firmato un ricorso d’Appello, assistito dagli avvocati Riccardo e Alessandro Biz del foro di Roma.
Se il 25 febbraio prossimo la Corte non concederà la sospensione dell'efficacia esecutiva della sentenza, il Comune rischia il tracollo.

LA BUSSI DEGLI ANNI 90
La vicenda parte all’inizio degli anni ’90 quando la Forestale diretta da Guido Conti, all'epoca in forza al comando provinciale dell'Aquila (lo stesso comandante che diresse l’operazione Bussi) scovò una montagna di rifiuti tossici nascosti sotto terra nel territorio di Scurcola Marsicana, circa 90 mila tonnellate.
Una marea di indagati, 88, e tutto finito anni dopo con una prescrizione. Solo per uno degli indagati, Livio Berardocco, amministratore e legale rappresentante della società Biolite srl è arrivato un patteggiamento (6 mesi e 3 milioni di vecchie lire di ammenda).
La società Biolite nel 1993 era stata autorizzata allo stoccaggio provvisorio e compostaggio di fanghi biologici non tossici e non nocivi nel comune di Scurcola, con precise prescrizioni e cioè che i fanghi fossero depositati in apposite vasche di cemento a tenuta, che periodicamente ne fossero analizzati i parametri chimico-fisici e microbiologici di tossicità e nocività, che, prima di ogni prelievo, fossero effettuate analisi dei fanghi da parte della USL per escludere la presenza di metalli pesanti o di altre sostanze nocive in agricoltura.
Nel 1996 scattò il sequestro della Forestale, una indagine complessa e una denuncia per mancata osservanza delle prescrizioni dell'autorizzazione in materia di smaltimento di rifiuti urbani o speciali, realizzazione e gestione di discarica non autorizzata di rifiuti speciali, smaltimento senza la prescritta autorizzazione, scarichi nelle acque, nonché nel sottosuolo senza autorizzazione.
Nel 1999 come detto Berardocco patteggia, dagli atti del fascicolo del pm e da quelli dell'incidente probatorio, saltano fuori «univoci elementi di responsabilità dello stesso imputato per i reati in contestazione».
La Procura della Repubblica di Avezzano apre un altro procedimento a carico di una quindicina di società che avevano conferito, trasportato e consegnato fanghi all'impianto Biolite.
I reati contestati erano quelli di attività di smaltimento abusivo di rifiuti speciali e attività di gestione dei rifiuti non autorizzati.
Il processo si è chiuso con una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati. Dunque per il tempo trascorso per questo secondo filone non c’è mai stato un processo ma non è in dubbio il fatto che i rifiuti fossero stati smaltiti nel terreno.

INCHIESTA ENORME
Il lavoro svolto dagli inquirenti fu enorme: più di un anno di indagini per accertare la provenienza delle 90mila tonnellate di rifiuti stoccati che secondo gli inquirenti arrivavano da aziende chimiche, farmaceutiche, tessili e conciarie italiane (da Trento a Salerno) e uno sforzo enorme per individuare i soggetti coinvolti nell'affare.
Vennero denunciate 88 persone, 44 delle quali rinviate a giudizio con l'accusa di smaltimento illecito di rifiuti ed individuate ben 198 ditte produttrici dei rifiuti.
Conclusa la prima fase delle indagini, scattarono perizie, analisi chimiche e controlli (durati un anno e mezzo) per stabilire la tossicità delle sostanze. Il tutto, come detto, si è chiuso senza colpevoli.
Di bonifica, poi, nemmeno a parlarne.
Il comune di Scurcola però nel 2001 ha chiamato in causa la Biolite e le altre ditte per richiedere un risarcimento dei danni patrimoniali, non patrimoniali e ambientali subiti per l’illecita attività di smaltimento sul terreno comunale.
La Biolite non produceva compost come dichiarato, ha contestato il Comune, e avrebbe compromesso l’integrità ambientale dei terreni e del fiume Imele. Inoltre la stessa amministrazione comunale aveva intimato alla Biolite la messa in sicurezza e la bonifica, il ripristino ambientale delle aree inquinate e degli impianti da cui derivava il pericolo. Mai niente è stato fatto.

LA SENTENZA:«NON C’E’ PROVA DEL DANNO»
Alla richiesta di risarcimento del danno, però, il giudice Francesco Lupia del tribunale di Avezzano ha detto no sostenendo che non ci sia la prova di una lesione concreta dei beni ambientali «rilevandosi solo l’aderenza del materiale smaltito alla disciplina in materia di discarica di rifiuti».
Il giudice sottolinea anche che dalle perizie emerse solo l’avvenuta violazione delle disposizioni relative al trattamento alla conservazione e allo smaltimento delle sostanze nonché la presenza nelle stesse di agenti e concentrazione di sostanze potenzialmente dannose per la salute e l’ambiente».
Il giudice cita la perizia tecnica dove si dice che l’assenza di «sistemi di drenaggio di raccolta del percolato o di ruiscellamento rendono le aree circostanti all’insediamento della Biolite solo ‘a rischio inquinamento’».
Secondo il giudice, in pratica non ci sarebbe nemmeno pericolo per la salute umana dal momento che i terreni «concretamente contaminati» non risultano adibiti ad alcuna attività di coltivazione, pastorizia, pascolo o altro uso correlato alla produzione alimentare. Da qui il rigetto della domanda.
Le parti offese hanno poi contestato la reale appartenenza di quei terreni al Comune e il giudice ha accolto la circostanza sostenendo che «non è stata fornita alcuna prova».
Lo stesso giudice ha ritenuto «l’assoluta genericità nell’allegazione di tali danni», quindi domanda respinta e Comune costretto a risarcire tutte le società tirate in ballo per un sammo totale di 1,1 milioni di euro.

Alessandra Lotti