IL PARERE

L’Aquila, valore legale del titolo di studio. L’appello di Di Orio: «salviamolo»

Il rettore dell’Ateneo aquilano si rivolge ai parlamentari abruzzesi

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Il rettore Di Orio

Il rettore Di Orio

L'AQUILA. Il titolo di studio come lasciapassare, bigliettino da visita per concorsi e colloqui, la garanzia di successi professionali.
A pensarlo è il rettore dell’Università de L’Aquila Ferdinando Di Orio che si rivolge ai parlamentari abruzzesi perché salvino il valore legale del titolo di studio da chi vuole svilirlo.
Il riferimento è alla Lega Nord prima, al governo dei tecnici ora, che avrebbero intenzione di promuovere un’iniziativa specifica in tale direzione, salutata da molti osservatori come un’autentica rivoluzione liberale.
Il rettore dispensa parole di ottimismo come quando dice che il valore legale del titolo di studio, «ha svolto sino ad oggi un’utile e insostituibile funzione di mediazione proprio tra sistema formativo e mercato del lavoro, assicurando da un lato l’accesso alle professioni regolamentate e ai concorsi per gli impieghi nelle pubbliche amministrazioni e garantendo, dall’altro, la qualità della formazione universitaria secondo necessari criteri e requisiti specifici. Il curriculum da solo non basta come fanno nei paesi».
Un discorso che purtroppo non sembra trovare grandi riscontri in una realtà dove spesso i meriti passano dopo le spintarelle e la disoccupazione giovanile la fa da padrona. Ne è consapevole anche lui ma «continua a non  comprende come l’abolizione del valore legale del titolo di studio possa favorire l’allineamento dell’Italia, dove spesso conta soltanto la raccomandazione di papà o la segnalazione del politico di turno agli altri paesi europei, dove invece conterebbe l’insieme delle esperienze professionali e umane».
Va bene un curriculum denso e ricco, pensa, purchè sia un quid pluris non una sostituzione del titolo. Anche abolire il peso del voto di laurea nei concorsi per accedere alla pubblica amministrazione, secondo il rettore, significa affidare proprio al meccanismo dei concorsi e alle relative commissioni preposte la responsabilità di un giudizio sul merito delle capacità dei singoli candidati, che è sempre molto difficile da esprimere in una singola prova, a maggior ragione quando non ci si può avvalere del voto di laurea. «Non è assolutamente detto», dice, «che un candidato al concorso laureato con 90 in un’Università più prestigiosa sia realmente più bravo di un laureato con 110 e lode in un’Università meno prestigiosa».
La vera soluzione consiste invece nell’ aumentare le opportunità per le giovani generazioni, non ledere i pochi baluardi rimasti a garantire loro la possibilità di un futuro migliore. «L’Italia è l’unico tra i principali paesi europei ad essere sensibilmente distante dal target di Lisbona ribaditi da Europa 2020», conclude Di Orio, «nel 2010 solo il 19,8% dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio terziario, ben 20 punti percentuali sotto il target e a quasi 14 punti dalla media dell’Unione Europea (33,6%). E se il Centro-Nord è al 22,4%, il Mezzogiorno è addirittura fermo al 15,6% ».