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Call center, Camera approva norma contro mini stipendi e delocalizzazione

La battaglia è all’inizio ed ora si temono le ritorsioni dei grandi gruppi

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Call Center

ROMA.  Stop ai call center che vincono le gare a prezzi stracciati comprimendo i costi del personale, freno alla delocalizzazione e obbligo di dichiarare da dove chiama e da dove risponde l'operatore.

Sono le principali novita' introdotte da una norma contenuta nella legge di Bilancio approvata ieri dalla Camera.

C’era bisogno di una legge specifica in materia per limitare (e forse non debellare) lo sfruttamento in serie di migliaia di persone da decenni, stipati nei call center dove abbondano le ore di lavoro ma non stipendio e diritti.

E l’assurdo di queste vicende -ben note a tutti- è che alcune volte il risparmio ottenuto sulla pelle dei lavoratori poi serviva per pagare ingenti tangenti per ungere i soliti ingranaggi.



Quella di oggi è una novita' apprezzate dai sindacati che pero' ora temono che, nel passaggio della legge in Senato, l'azione delle lobby possa determinare un annacquamento della norma.

Cgil, Cisl e Uil si preparano quindi a difendere l'emendamento voluto dalla Commissione Lavoro, e chiedono anche di ampliare le garanzie per i lavoratori, introducendo gli ammortizzatori sociali per la categoria dei call center. La richiesta e' appoggiata anche dalle associazioni di settore, come Asstel, e dal presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano, che pero' pensa di affrontare il tema in un apposito ddl, difendendo quanto approvato alla Camera «da ogni tentativo di manomissione».

In dettaglio, l'articolo 35-bis della legge di Bilancio introduce l'obbligo di comunicazione della localizzazione del call center e prevede che la delocalizzazione dell'attivita' sia comunicata 30 giorni (anziche' 120) prima del trasferimento, oltre che al ministero del Lavoro e al Garante della Privacy, all'Ispettorato nazionale del lavoro e al ministero dello Sviluppo economico (indicando al Mise le numerazioni messe a disposizione del pubblico per il servizio delocalizzato).

Viene inoltre stabilita una sanzione di 150.000 euro per ciascuna comunicazione omessa o tardiva; per chi ha gia' delocalizzato viene confermata la precedente misura della sanzione, pari a 10.000 euro per ciascun giorno di violazione. Si estende a qualsiasi beneficio, anche fiscale o previdenziale, il divieto di erogazione a operatori economici che delocalizzano - successivamente all'entrata in vigore della legge - le attivita' di call center in Paesi che non siano membri dell'Unione europea.

La norma, inoltre, garantisce, nell'ambito della medesima chiamata, la possibilita' di ricevere il servizio da un operatore collocato nel territorio nazionale o dell'Unione europea, pena una sanzione amministrativa pari a 50.000 euro per ogni giorno di violazione. Infine, e' stabilito che per le amministrazioni aggiudicatrici l'offerta migliore venga definita al netto delle spese del personale e viene posto l'obbligo di iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione.



Secondo la Uilcom, l'emendamento approvato favorisce la rilocalizzazione delle attivita' di call center in Italia e «sancisce un importante principio che riguarda il cambio d'appalto, efficace per combattere la pratica del 'prezzo piu' basso' che oggi e', di fatto, pratica diffusissima in un settore dove il costo del personale incide per almeno il 75% dei costi totali».

Ma ora - avverte il sindacato - prima dell'approvazione finale «l'emendamento dovra' superare l'attacco al Senato di alcune lobby che ancora remano contro. Ci batteremo affinche' questo non accada».

Pronta non solo a difendere il lavoro della Camera ma a migliorare ulteriormente il testo la Slc Cgil: le novita' rappresentano «un passo in avanti nella lotta alle delocalizzazioni dei call center, seppur non esaustivo».



Anche la Fistel Cisl plaude all'emendamento che «stabilisce finalmente le sanzioni, dando seguito all'articolo 24 bis del decreto legge 83 del 2012 rimasto inapplicato», ma teme il passaggio al Senato.

La preoccupazioni delle organizzazioni sindacali e' che facciano breccia le tesi di alcune aziende, secondo cui l'emendamento non aiuterebbe realmente il ritorno in Italia delle attivita' ma sposterebbe i call center da paesi extra Ue ad altri dell'Europa dell'Est come la Romania. Inoltre, i sindacati ipotizzano che nel secondo passaggio alcune forze politiche provino a ridimensionare l'emendamento ricorrendo alla argomentazione che il mercato vada lasciato libero.



Pronto a difendere le nuove norme sui call center anche il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, secondo cui pero' ulteriori norme per il settore andranno introdotte con una apposita proposta di legge.