ACCORDI EVASIVI

Melilla (Sel) fiato sul collo alle multinazionali straniere che non pagano le tasse

Interrogazione per conoscere i nomi di chi ha stipulato accordi illegittimi

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Melilla (Sel) fiato sul collo alle multinazionali straniere che non pagano le tasse


ABRUZZO. Decine, forse centinaia di aziende straniere grandi e piccole che hanno stipulato accordi segretissimo con lo Stato italiano per pagare le tasse all’estero. In gergo si chiamano Tax rules, in italiano si può tradurre da poco tempo con evasione fiscale anche perchè la stessa Commissione europea ha detto chiaramente che così non va e che quetsi accordi sono illegittimi «poichè ognuno deve pagare la propria giusta quota di tasse».


In una interrogazione al ministro Padoa, il deputato abruzzese Sel, Gianni Melilla chiede di sapere quali siano le società straniere che hanno stipulato in Italia quetsi accordi fiscali riservati.


IL tutto inizia con lo scandalo denominato Luxleaks, cioè migliaia di documenti bancari riservati fuoriusciti dalla zona oscura del Lussemburgo, noto paradiso fiscale e rifugio di molti peccatori fiscali.

In un articolo del settimanale l’Espresso del 2014 si parlava degli accordi fiscali stipulati tra il Lussemburgo e centinaia di società private (multinazionali come Amazon, Ikea e Pepsi) per il trasferimento di buona parte dei profitti, realizzati nei paesi europei, in cambio del pagamento di imposte irrisorie, l’1 per cento o addirittura meno. Dai documenti in possesso del settimanale risulterebbero anche società italiane, tra le quali Unicredit, Intesa Sanpaolo, Finmeccanica, che nel corso degli anni hanno trasferito nel Granducato buona parte dei profitti anziché versare al fisco, come tutte le altre imprese, imposte venti o trenta volte più elevate.

Nel novembre 2014 scoppiò lo scandalo cosiddetto ‘LuxLeaks’ e a Bruxelles partì un’inchiesta e un piano di riforma dell’Ocse in nome della trasparenza e contro l’elusione fiscale, ma dai documenti di cui parla l’Espresso risulterebbe che questo trattamento riservato alle multinazionale non sia stato mai interrotto.

I documenti di cui si parla sarebbero due, entrambi finora mai resi pubblici: il primo è una tabella di tre pagine in cui compaiono i nomi di tutte le nazioni dell’Unione europea con a fianco il numero dei ‘tax ruling’ concessi. Nella stessa tabella, firmata dalla direzione generale della Commissione dell’Unione Europea, sezione Fiscalità e Unione doganale, risulta che, all’interno dell’Ue, alla fine del 2013 erano attivi 545 dei suddetti accordi fra imprese e Stati, fra cui spicca il Lussemburgo con 119, ma anche Regno Unito, Ungheria, Spagna (tutte sopra quota 50).

In quinta posizione con 47 ruling operativi c’è l’Italia, manca però un’informazione: i nomi delle società straniere che hanno firmato questi accordi, con il fine di ottenere una riduzione delle imposte da versare allo Stato italiano.

Dati aggiornati alla fine del 2013, quindi prima dello scoppio dello scandalo LuxLeaks, nel frattempo sono state comminate multe dalla Commissione europea a Fiat, Starbucks e, ultima in ordine di tempo, a Apple accusata di aver evitato di versare imposte per 13 miliardi di euro.

Nell’altro documento in possesso dell’Espresso, datato 16 settembre 2015, l’ambasciatore italiano presso l’Unione europea, Stefano Sannino, rispondendo a un parlamentare europeo – che chiedeva una “panoramica, compresa la data e il nome delle società, di tutti i tax ruling a partire dal 1991” - non nega l’esistenza dei tax ruling ancora in vigore, ma per quanto riguarda i nomi delle società «queste informazioni non possono essere rivelate per ragioni di riservatezza».

Chissà se la riservatezza prevarrà sul dovere di pagare le tasse.